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9 novembre – “giorno del destino tedesco” (1848, 1919, 1923, 1938, 1989)

Mondo

Markus Krienke

Nella vita di un popolo soltanto pochi giorni sono espressione di quei corsi e ricorsi della storia, e fra questi può essere annoverato sicuramente il 9 novembre tedesco. Per quanto la maggior parte dei nostri contemporanei identificherà questa data con il “miracolo” di una rivoluzione “in pace”, operatasi senza spargimento di sangue con la caduta del muro nel 1989, in realtà tale giorno ricorda eventi piuttosto bui svoltisi nell’ultimo secolo (e mezzo) in Germania.

Iniziamo però da quell’evento che ha segnato l’apertura di un nuovo capitolo, quello recente, della storia tedesca ed europea, periodo in cui un italiano ha giocato un ruolo non secondario.

Alla fine della conferenza stampa del 9 novembre 1989 a Berlino Est, verso le ore 19, il giornalista Riccardo Ehrman chiese al portavoce del partito socialista SED, Günter Schabowski, alcuni dettagli circa la nuova legge sui viaggi – la possibilità di chiedere un permesso immediato per viaggiare in Germania Ovest – e specialmente circa l’entrata in vigore della stessa.

Quest’ultimo pronunciò, dopo qualche momento d’indugio, due parole chiave: «subito, immediatamente». Molti tra i giornalisti in sala e la gente davanti ai televisori erano increduli e stupiti, e grandi masse – le stesse che da settimane e mesi stavano manifestando in modo pacifico contro il regime – si indirizzarono verso i valichi.

Entro mezzanotte cadde quel muro che nei suoi 42 anni è costato la vita ad almeno 138 persone che tentavano di sfuggire. Sebbene le parole famose di Schabowski erano la motivazione immediata per tale evento della storia mondiale, quest’ultimo è tuttavia il risultato di molti fattori, tra cui la Perestrojka di Gorbaciov e soprattutto le ondate di fuga dei cittadini della Germania Est durante tutto l’89: 220 mila persone erano già fuggite tramite la Repubblica Ceca e grazie alle ambasciate tedesche dell’Ovest sia a Praga,  che a Varsavia e a Budapest.

Resta comunque il dubbio se Schabowski fosse davvero così sorpreso dalla domanda del giornalista da “aprire il muro” con un lapsus, oppure se non fosse consapevole delle sue parole; lui, infatti, è stato l’unico funzionario della SED ad assumersi delle responsabilità per i crimini di questo regime.

Cinquantun anni prima, nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938, la storia tedesca aveva raggiunto uno dei suoi momenti più bui: le sinagoghe bruciavano e venivano distrutti i negozi, le case e i cimiteri degli Ebrei. Proprio loro, che il giorno immediatamente dopo sarebbero già stati deportati in ben 30.000 nei campi di concentramento, erano chiamati a pagare le riparazioni per le distruzioni della notte precedente.

Quella notte – chiamata Notte dei cristalli – segnava il passaggio dalla discriminazione alla persecuzione sistematica degli Ebrei nel Terzo Reich e costituì la base per l’olocausto; tra l’altro fu in seguito a questa notte che il contenuto del termine ebreo fu definito per legge. Il pretesto per questi pogrom, ideati da Goebbels e approvati da Hitler, fu un attentato di un ebreo-polacco a un diplomatico tedesco a Praga il giorno precedente.

Proprio lo sguardo su questi due eventi così opposti – persecuzione sistematica degli Ebrei e caduta del muro – diventano così espressione della nostra responsabilità per la libertà e la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dell’altro.

L’esperienza in Germania di ben due regimi totalitari, e infine della vittoria pacifica della libertà, devono allora essere per noi monito per il futuro dell’Europa.

Il nome Hitler, tuttavia, è connesso anche ad un altro 9 novembre, quello del 1923: con il Putsch di Monaco, insieme al generale Ludendorff e tremila uomini, egli marciava verso il comando della polizia bavarese. Durante gli scontri di quel giorno morirono ben 15 suoi combattenti che nel Terzo Reich furono “venerati” come «martiri del movimento».

Il motivo del tentato golpe era il “cedimento” del governo tedesco di fronte all’occupazione francese della Ruhr: l’idea originale di Hitler era una “marcia su Berlino” in analogia con quella su Roma fatta da Mussolini.

Per tale marcia egli cercò – con poco successo – di ottenere i necessari consensi la sera precedente, nella famosa birreria Bürgerbräu a Monaco. Dopo questo tentato golpe, che in realtà fallì clamorosamente, il partito nazionalsocialista fu proibito in Germania.

È indubbio che la motivazione originale di questo Putsch furono sia le misure umilianti a sfavore della Germania comminate dopo la Prima Guerra mondiale (determinate dal trattato di Versailles del 28 giugno 1919), sia le difficoltà che caratterizzarono la giovane repubblica sin dalla sua proclamazione quel 9 novembre 1918.

La “rivoluzione di novembre”, che costrinse quasi tutti i principi, e finalmente anche l’imperatore Guglielmo II all’abdicazione, preparò il terreno – ancora prima della sconfitta delle truppe tedesche che sarebbe avvenuta due giorni dopo – e lasciò a Berlino un vuoto che, fuggito persino il cancelliere, divenne il luogo di battaglia tra diversi gruppi di sinistra per definire la forma concreta della futura repubblica. Decisiva fu infine la proclamazione del socialdemocratico Philipp Stresemann che portò finalmente, dopo mesi di contrasti violenti, nell’agosto del 1919, alla nascita della Repubblica di Weimar.

Rispetto a questi quattro eventi novecenteschi del 9 novembre tedesco, l’episodio del 1848 è pressoché irrilevante: l’esecuzione a Vienna di Robert Blum, membro del parlamento di Francoforte che combatteva per la democrazia repubblicana. Esiziale fu per lui la partecipazione alla rivoluzione viennese d’ottobre contro le truppe dell’imperatore.

Il 9 novembre, come si evince da questa rassegna necessariamente sintetica, è un giorno eminentemente politico nella storia della Germania. Raccontando questo giorno si attraversa l’esperienza politica della Germania tra monarchia e repubblica, Guerre mondiali e antisemitismo, nazismo e socialismo, caduta del muro e fine della guerra fredda, democrazia e libertà.

Corsi e ricorsi, direbbe Giambattista Vico, che ci fanno comprendere che libertà, democrazia e Stato di diritto non sono mai da dare per scontati, e che non solo in Germania, ma in tutta l’Europa abbiamo la responsabilità storica di capire in che cosa consistono questi valori politici, di tramandarli alle prossime generazioni, e di difenderli con coraggio e senza compromessi.


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