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Armenia, il filo della memoria

Attualità & Cronaca

Storie di uomini e mondi rubrica a cura di Daniela Piesco Vice Direttore Progetto Radici

L’Armenia è una terra misteriosa, dimenticata. Quasi da fantascienza. Ha una capitale che si chiama Yerevan, delle chiese bellissime in mezzo a colline metafisiche. E ha una popolazione in gran parte lontana da lì, perduta nel mondo. Tre milioni di armeni in Canada, Egitto, Stati Uniti, Francia. E pochi nella loro terra. Alcuni degli armeni della diaspora sono Atom Egoyan, regista amatissimo a Cannes, Charles AznavourSylvie Vartanvon Karajan e il calciatore Boghossian.

L’Armenia è un paese montuoso del Caucaso, fra l’Europa e l’Asia, di piccole dimensioni (più o meno grande come il Belgio), che vanta una delle più floride culture del mondo antico e una storia affascinante ma al tempo stesso tragica

L’Armenia, culla della Cristianità nel cuore del Caucaso, è notoriamente un ponte naturale tra Oriente e Occidente. Tra i suoi monasteri millenari, ancora oggi, si spara, a un anno dalla fine dell’ultima guerra di Karabakh, “la guerra dei 44 giorni”.

Con questo viaggio fatto tra i testi trovati nella biblioteca della mia città vorrei raccontarne la bellezza tra la storia e il conflitto.

Un viaggio bellissimo tra le Bibbie più antiche al mondo custodite nel Matenadaran, le incisioni rupestri sulle montagne incantate di Ughtassar, i monasteri del ‘300 a Syunik, cuore religioso del Sud, sull’antica via della Seta.Per giungere a Khndzoresk città simile a Matera oggi a rischio perché a 15 km da qui c’è il punto in cui si trovano le truppe azere che dopo la guerra hanno cercato di avanzare.

Il filo della memoria di un popolo perseguitato da sempre (il culmine, il Genocidio del 1915 ) arriva sino ad oggi, al cimitero di Yerevan, dove si piangono le migliaia di morti della guerra dei 44 giorni: “In Karabakh (o Artsakh, come lo chiamano gli armeni) stiamo ancora vivendo una emergenza umanitaria”, dice il Supremo Patriarca della Chiesa Apostolica Armena, Karekin II.

Nonostante tutto qui credono ancora nella pace.

Photo background wall with natural reliefs and sculptures

Il conflitto

Le conseguenze della guerra combattuta nel 2020 in Nagorno Karabakh sono state devastanti con almeno 6 mila morti

Secondo le stime governative, i soldati armeni morti durante i giorni di scontri sono oltre 3.000, quelli azeri 2.800, ma in molti tra giornalisti e osservatori internazionali credono che le stime siano state arrotondate per difetto e che dal lato armeno siano almeno 5.000 le vittime militari.

Il conflitto del Nagorno karabakh è stato un Vietnam caucasico per l’Armenia e a simboleggiarlo oggi ci sono migliaia di tombe di giovani ragazzi che hanno perso la vita sulla linea del fronte. Le foto sulle lapidi sono quelle di uomini giovani e non c’è più la propaganda che incendiava la capitale nei giorni di guerra e nemmeno i proclami che invitavano alla lotta ad oltranza in montagna. Ci sono invece madri e padri senza risposte e consolazione che abbracciano le lapidi, accarezzano i nomi dei propri figli incisi sul marmo, accendono incensi e depongono fiori.

Il primo conflitto nell’epoca del nuovo coronavirus e il più violento scontro caucasico degli ultimi 20 anni ha avuto inizio il 27 settembre in seguito a un’aggressione da parte dell’Azerbaijan ai danni del Karabakh armeno.

Dopo 44 giorni, la guerra è terminata con la vittoria azera, il successo diplomatico russo e la sconfitta armena.

In base agli accordi firmati, gli armeni si sono dovuti ritirare dai sette distretti contesi del Karabakh e anche la storica città di Shushi è rimasta sotto controllo azero.

Duemila soldati russi sono stati schierati nel corridoio di Lachin, la strada che collega l’Armenia con il Karabakh, con un incarico di cinque anni prorogabile di altri cinque e l’Azerbaijan ha ottenuto che venga costruita anche una strada di collegamento, attraverso il territorio armeno, con l’enclave del Nakhchivan e con la Turchia.

Oggi a Stepanakert i combattimenti sono cessati, decine di miglaia di persone sono tornate alle proprie abitazioni, i mercati hanno riaperto e frutta e carne sono esposti sui banchi. Ma la pace, quella ancora latita dal Nagorno Karabakh.

La regione contesa è infatti oggi militarizzata e presidiata dalle truppe arrivate dalla Russia e il Cremlino ha fatto della regione contesa una propria satrapia caucasica. Sono i russi , assieme ai soldati azeri che presidiano tutti gli ingressi ai territori conquistati, a decidere chi entra e chi esce.

Ovunque si vedono svnetolare le bandiere russe.

La pace manca in tutti coloro che convivono e dovranno convivere per sempre con l’eredità del conflitto.

La storia

Il popolo armeno, fiero e colto, si formò nel VII secolo avanti Cristo alle pendici del Monte Sararad, sulla cui cima, secondo la tradizione biblica, si arenò l’Arca di Noè sfuggita al diluvio. L’Armenia , nel 301, fu il primo paese al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato.

Il popolo armeno ha sofferto il genocidio che cento anni fa, nel 1915, portò alla deportazione e all’annientamento degli armeni nell’Impero Ottomano. L’espressione genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916. Il termine “genocidio” è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli armeni il 24 aprile.

Sabato 24 aprile 1915 i gendarmi turchi compiono una retata contro la borghesia armena di città. Spariscono secondo alcuni circa 2.000 persone. Un decreto “Evacuazione necessaria dalle zone di guerra” da il via a sei mesi di genocidi. Gli armeni vengono invitati a lasciare le loro case con destinazione provvisoria deserto arabo siriano. E’ una marcia della morte, una battaglia per restare in vita, contro il caldo, la sete e gli attacchi di regolari e non. In pochissimi arriveranno a destinazione.

Terra di reminiscenze bibliche, dai richiami nostalgici di un passato martoriato e glorioso, terra di aneliti di libertà e di lotte di sopravvivenza, terra di cime innevate, di laghi sospesi nell’azzurro, di ruvide pietre scolpite a merletto, l’Armenia è la patria di uno dei popoli più antichi …”

Quelle qui sopra riportate sono le parole di Boghos Levon Zekiyan, docente di Lingua e Letteratura armena a Ca’Foscari (Venezia) e Istituzioni ecclesiastiche armene al Pontificio Istituto Orientale di Roma

Parole che ben raffigurano l’Armenia storica come la patria di uno dei popoli più antichi del Vicino Oriente, con una sua distinta e propria fisionomia etnica, linguistica, politica e culturale, con una storia di più di venticinque secoli e un patrimonio di cultura e di arte ben superiore in proporzione alla consistenza del suo numero, del suo territorio, del suo potere politico.

Ark Encounter is a Christian evangelical and fundamentalist theme park that opened in Grant County, Kentucky on July 7, 2016.[2][3] The centerpiece of the park is a full-scale model of Noah’s Ark as described in the Genesis flood narrative of the Bible. It is 510 feet (155 m) long, 85 feet (26 m) wide, and 51 feet (16 m) high. It is one of only three full-size Noah’s Ark replicas and derivatives in the world, and the largest of the three.

Ma quanto di questo antico mondo è sopravvissuto, e si va riscoprendo, nell’Armenia di oggi?

Tracciare un quadro storico dell’Armenia, sia pure in estrema sintesi, diviene operazione quanto mai complessa, data la travagliata alternanza di periodi di pace e conflitti, durante i quali si sono alternati dinastie e governi diversi e gli armeni si son trovati ad interagire con le “grandi potenze” del tempo, come romani, persiani, turchi, arabi, russi.

La Repubblica d’Armenia si estende principalmente su di un altopiano, con un’altitudine tra i 1000 e i 1800 metri, percorso da catene di origine vulcanica che superano in più punti i 3000 metri di altitudine. Confina a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian, a sud con l’Iran e a ovest con la Turchia.

L’attuale Repubblica d’Armenia può essere definita una nazione giovane: infatti, già Repubblica federata all’interno dell’Unione Sovietica a partire dal 1920, ha proclamato la propria indipendenza nel 1991, entrando quindi a far parte del C.S.I. Da un ventennio è un paese che sta progressivamente e con fatica costruendo il proprio futuro, essendo partito da una situazione non facile. Minuscolo territorio (poco meno di 30.000 kmq), privo di sbocchi sul mare e di risorse energetiche, l’Armenia ha inevitabilmente pagato conseguenze rilevanti a seguito del crollo dell’URSS, di cui era una delle repubbliche tecnologicamente ed economicamente più avanzate.

All’indomani dell’indipendenza, è stato messo in atto un rapido piano di privatizzazioni nel settore agricolo ed industriale, sostenuto anche da un cospicuo contributo economico della diaspora. Ma il percorso, tutto in salita, con momenti di rallentamento nello sviluppo, è dovuto anche alle conseguenze del conflitto per il Nagorno-Karabach, enclave armena in territorio azero , creata artificiosamente in epoca staliniana , la cui popolazione ha rivendicato la propria indipendenza nel dicembre 1991, una volta verificatasi la dissoluzione del gigante sovietico.

Tale conflitto che ha coinvolto gli armeni di questa regione e l’Azerbaigian si è concluso con un cessate il fuoco nel maggio 1994 ed una auto proclamata Repubblica Indipendente del Nagorno-Karabach, non ancora riconosciuta a livello internazionale. Da allora si sono succeduti sterili tentativi di negoziati che hanno visto una chiusura totale dei confini con l’Azerbaigian e quindi l’impossibilità di accedere alle risorse energetiche, specie petrolifere, di questo paese limitrofo.

Anche i confini con la Turchia, alleato azero, rimangono chiusi.

Con questo Paese inoltre è ancora aperta , e molti storici ed osservatori politici ritengono lo rimarrà a lungo , la dolorosa e spinosa questione del riconoscimento del genocidio del 1915.

Pertanto per l’Armenia gli unici interlocutori politici ed economici restano l’Iran e la Russia, poiché anche con la confinante Georgia le relazioni non sono del tutto semplici a causa di problemi creatisi nella regione georgiana di Javakheti, abitata prevalentemente da armeni.

Nel corso di questo ventennio pertanto, vista la sua delicata posizione geopolitica, l’Armenia si è vista costretta a rafforzare le proprie antiche buone relazioni con Mosca, accettando, ad esempio, la presenza di basi militari russe nel proprio territorio per 25 anni, a seguito della firma di accordi bilaterali da parte dei rispettivi Ministri della Difesa nel 2003.

Nel contempo però la società armena, che ha storicamente dato prova di considerevole compattezza etnica e culturale, ha negli ultimi tempi evidenziato una progressiva apertura ideologica verso l’Occidente e l’Europa. In ambito prettamente politico-statale si deve registrare, nel 1996, l’adesione dell’Armenia all’Accordo di Paternariato e Cooperazione con l’Unione Europea, divenendo a seguire anche membro del Consiglio d’Europa. Anche a livello di opinione pubblica si registrano segnali di cambiamento, tanto che da recenti sondaggi emerge che gli armeni preferirebbero l’adesione dell’Armenia all’UE piuttosto che al CSI.

Gli abitanti dell’Armenia ammontano a 3.200.000 circa, in massima parte di etnia armena, con minoranze russe, greche ed ebraiche. Tale popolazione è prevalentemente urbanizzata, nella capitale Erevan ed in altri centri come Vanadzor e Gyumri. Si sta assistendo infatti ad un progressivo spopolamento delle aree rurali più marginali del Paese. Inoltre, il nord, funestato nel dicembre 1988 da un devastante terremoto, rimane una regione povera ed è tuttora sostenuta da aiuti umanitari e della diaspora.

Migliore è la situazione nel resto del Paese..

Difatti si registra complessivamente un incremento delle proprie risorse economiche grazie alla produzione ed esportazione di prodotti del sottosuolo, quali il tufo di origine vulcanica, le pietre dure, il marmo, il rame, ed inoltre argento ed oro.

In epoca sovietica l’Armenia era una delle repubbliche più altamente industrializzate, ma oggi molte grandi industrie sono state smantellate. Tuttavia non è del tutto scomparsa la produzione elettronica e meccanica, ed è in espansione il settore chimico e farmaceutico.

In agricoltura di notevole interesse, anche se non ottimizzate, sono le produzioni cerealicole ed ortofrutticole. In particolare le albicocche (Prunus armenica) sono di eccezionale qualità e rappresentano, assieme al melograno – con cui si producono ottimi succhi di frutta – quasi un simbolo nazionale. Altrettanto importante è la viticoltura che, oltre al vino, consente la produzione di un distillato che si avvale il diritto alla definizione di “cognac” e che è ad un livello paragonabile a quello francese.

La bellezza dell’Armenia

Viene, a proposito della sua bellezza alla mente quanto Antonia Arslan scrisse qualche anno or sono:

L’armenità è come una traccia di flauto, che l’orecchio appena percepisce ai confini dell’udito; come due profondi occhi orientali neri sotto soppraciglie foltissime, intravisti in filigrana dietro paesaggi consueti […]

L’armenità è sapere che in ogni dove c’è uno simile a te, che ha una simile storia alle spalle; che due si incontrano in un qualsiasi caffè del mondo, scoprono che il loro nome termina in –ian, cominciano a parlare e si scoprono presto cugini. E si raccontano, e ciascuno prende piacere nella storia dell’altro, e la riconosce.

L’armenità è sentire in se stessi l’eco e il ricordo delle vaste pianure dell’Anatolia e dei morti che ancora le abitano, e là hanno lasciato le flebili voci del loro rimpianto.”

Una bellezza che si staglia tra ampi spazi montuosi e disabitati con la sagoma dell’Ararat che si apre all’orizzonte, antichi monasteri cristiani arroccati e una capitale in fermento ed evoluzione.

La bellezza dell’Armenia è anche nel continuo senso di stupore che trasmettono questi luoghi appollaiati su costoni di roccia e mimetizzati o nascosti in gole. Culle medievale di saperi, disseminati di croci in pietra, ognuno pare superare in suggestione il precedente.

The ruins of the ancient temple of Zvartnots, Armenia

Il turismo

Il turismo sta segnalando un significativo incremento. Infatti il notevole patrimonio artistico dell’Armenia desta grande interesse per la sua unicità. Le chiese e i monasteri, abbarbicati sulle rocce ed armonicamente inseriti nel territorio, misticamente sobri ed adorni unicamente delle tipiche croci in pietra finemente cesellate, le fortezze e i caravanserragli sono ora oggetto di molti restauri e cominciano ad essere visitati da turisti alla ricerca di nuovi stimoli culturali.

L’Armenia, terra dalle “pietre urlanti”, non è solo rocce, ma, nello spazio di pochi kilometri vede variare radicalmente il proprio paesaggio: da canyon a strapiombo su stretti corsi d’acqua, circondati da una vegetazione rigogliosa in estate, ad ampi pianori più brulli in cui pascolano liberi cavalli ed ovini; boschi di conifere e zone steppiche. Una natura con ampie aree ancora incontaminate, forse perché troppo inospitali per esser state alterate dall’uomo.

Altra meta è il lago Sevan, a quasi 2000 mt di altitudine, che gli armeni, “popolo di montanari” vivono come un mare, avendovi attrezzato delle stazioni balneari. Tale grande bacino idrico rappresenta anche una preziosa fonte di produzione di energia elettrica.

Il clima dell’Armenia non è facile. Di tipo continentale con inverni lunghi, molto rigidi, con molti gradi sotto lo zero, ed estati brevi molto calde e secche, specie a sud. Le precipitazioni nevose interessano soprattutto il nord e la capitale, le piogge sono massimamente primaverili, mentre scarseggiano nel resto dell’ anno .

Un accenno al ruolo della diaspora nello Stato armeno oggi

Si è fatto più volte cenno al ruolo della diaspora nello Stato armeno oggi. Pur essendoci stati fenomeni migratori precedenti, fu la tragedia del genocidio del 1915 a far affluire molti sopravvissuti principalmente in Francia , in America, in Grecia, ma anche in Italia, Inghilterra, Australia e Medio Oriente. Le comunità armene sparse nel mondo, pur essendosi ben integrate nei diversi paesi dove si sono stabilite, sono tuttavia legate da un senso di appartenenza alla cultura delle origini – lingua, cucina, religiosità – e dalla sofferenza per non veder ancora riconosciuto nell’odierna Turchia il genocidio che li ha condotti lontano dalla terra d’origine.

Gli armeni della diaspora hanno tuttavia dei punti di incontro e di riferimento per la conservazione del proprio patrimonio culturale: il più importante è l’isola di San Lazzaro a Venezia, che dal 1717 è sede del Monastero Mechitarista e dove si conserva una preziosissima raccolta di manoscritti armeni antichi, seconda per importanza solo al Matenadaran di Erevan.

Da venticinque anni poi, tutte le estati, nel mese di agosto, armeni di tutte le età, provenienti da diverse nazioni, si danno appuntamento a Venezia dove studiano o approfondiscono la lingua e la storia armene, presso i corsi organizzati dall’Associazione Padus-Araxes, in un contesto nel quale emerge l’esigenza non solo di conoscere meglio le proprie origini, ma anche di riappropriarsi di una innata “amenità”, sia che i partecipanti provengano da New York, Parigi, o Atene, abbiano venti, quaranta o sessant’anni.

Ed è proprio da questa capacità di leggere la propria storia di nazione geograficamente destinata ad essere cerniera e punto di contatto tra culture con tradizioni e religioni diverse attraverso il prisma della fede cristiana che ho tratto ispirazione per compiere questo viaggio . Il forte senso identitario inscindibilmente connesso all’opzione cristiana fu il collante che mantenne il popolo unito anche nella dispersione.

Tatev monastery landmark of Syunik province Armenia eastern Europe

Note :

  • A. Ferrari IL CAUCASO: popoli e conflitti di una frontiera europea.
    Ed. Lavoro, Roma 2005
  • N. Pasqual ARMENIA e Nagorno Karabakh
    Ed. Polaris (Guide per viaggiare), Firenze 2010

pH : 123 RF


Daniela Piesco Vice Direttore Radici

Redazione corriere nazionale

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