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Ateneo di Palermo ricorda shoah con musica, teatro e letteratura

Arte, Cultura & Società

 All’interno dei campi di concentramento la musica dei deportati si oppone, con le sue melodie e le sue cadenze ritmiche evocatrici del loro mondo interiore, alle “marce e canzoni popolari care a ogni tedesco” che rappresentano la “musica infernale” ricordata da Primo Levi come “la voce del lager, espressione della sua follia geometrica”, di quel processo di disumanizzazione finalizzato all’annullamento dell’individuo e alla sua morte lenta. Il teatro, invece, nella faticosa ricostruzione mnemonica delle opere, permetteva ai deportati di recuperare il ricordo della vita vissuta, di quella realta’ dai contorni sempre piu’ indefiniti offuscata dall’orrore concentrazionario. Recitare rappresentava, nel tempo sospeso dei campi, uno dei modi per non perdere il ricordo della vita passata, dell’ordinario quotidiano. La letteratura, anch’essa testimonianza, completa il processo di ricostruzione della realta’ concentrazionaria e restituisce attraverso la parola quello che in un primo tempo si riteneva indescrivibile e inimmaginabile, “consentendo di reinserire l’orrifico nazista – spiega una nota – in un luogo e in un tempo reale”. Nessuna banalizzazione della Shoah, nessuna trasformazione dei carnefici in mostri: la storicizzazione della Shoah e con essa il valore del suo ricordo come monito per le generazioni future, parte dalla restituzione di quel momento storico in tutta la sua reale crudelta’


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