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Bari e i complottisti “clientes” talebani

Sport & Motori

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alle ore: 19:23

 

La notizia divulgata l’altro giorno circa l’allungamento temporale per vendere una squadra tra Bari e Napoli ha, di fatto, sollevato il puntuale, preciso, polverone dei complottisti baresi che, si sa, in questi casi sono numerosi e variegati sulla falsa riga dei noti complottisti no vax, personaggi individuabili in certi ambienti politici a noi noti. Questa notizia, ieri, ha, di fatto, scoperchiato il famoso “Vaso di Pandora” barese facendo uscire il lato malvagio che questa contraddittoria città ha con sé, per la gioia dei talebani locali che non hanno perso tempo per ricamarci su un macramè a regola d’arte.

E già, perché i “talebani”, nostro termine coniato da poco, hanno dimostrato di far gruppo e di seguire proselitamente qualche “guru” locale che si veste da capopopolo contro la “dittatura delaurentiisiana”, ignari, però, che i capipopolo – la storia insegna – fanno sempre una brutta fine: Masaniello, Che Guevara, Ceausescu, Gheddafi, Bin Laden e, senza necessariamente morire, anche cadendo miseramente per terra in politica perdendo il potere.

Si tratta di personaggi, al momento, in disgrazia che sopravvivono galleggiando nello sterco entro il quale son caduti, con il muso appena fuori per boccheggiare, inveendo, criticando senza sosta e a prescindere e, per i credenti ai medievalismi, anche gufando contro il Bari affinché la stessa società capitoli in fretta, a cominciare dalla squadra (state certi che se il Bari non dovesse vincere domani sera contro il Padova o, malauguratamente, dovesse perdere, compariranno come i funghi dopo l’acquazzone i vari talebani al grido “Mignani vattene”, “Polito pure”, De Laurentiis tempo scaduto”) secondo il cui codice deve sempre perdere così da puntare l’indice verso la società che deve assolutamente capitolare.

Essi si possono materializzare in tutto il loro splendore su facebook e sui forum di tifosi travestiti da tifosi stessi ma di fatto vedovelle ed orfani di Matarrese, Giancaspro e Paparesta che tanto clientelismo foraggiavano. Si tratta di personaggi, come dire, satelliti, che con le precedenti dirigenze gravitavano attorno ognuno con precisi compiti, e che relegavano, magari a loro insaputa, la società ad una mera associazione familiare e non di certo ad una seria società calcistica. Del resto è risaputo, non lo scopriamo certo noi.

E si, perché questi “talebani” de noantri, locali, autoctoni, con le armi affilate della tastiera, fanno di tutto per creare scompiglio e disordine sociale tra la tifoseria cercando di arruolare quanti più tifosi coranici possibili, col vessillo afgano biancorosso, così da poter affrontare meglio la crociata contro la dittatura roman-napoletana che tanto fastidio dà al popolo talebano locale, per dirlo alla barese, dalla “ricotta” facile.

Ieri si sono distinti nei social al grido “Vattene da Bari”, “Vogliamo chiarezza”, “Tornatene a Napoli” e slogan complottistici populistici simili, che hanno fatto presa su diverse persone vulnerabili e prive di personalità. E già, dopo che i De Laurentiis hanno rimesso in vita il Bari, investendo decine e decine di milioni di euro a fondo perduto senza introitare un becco di un quattrino se non le briciole degli sponsor, dopo che hanno conseguito al primo anno una promozione dalla D (dove qualche biscazziere l’aveva mandato) alla C, dopo una quasi promozione in B al primo anno se non fosse stato per un gol regolare annullato dall’arbitro a Reggio Emilia, dopo un solo campionato fallito per colpa di personaggi scelti sbagliati, e dopo una trionfalistica promozione in B, la famiglia meritava e merita la contestazione, giusto così, perché a Bari, nella città levantina per antonomasia del clientelismo, funzionano così le cose. Basta una frase sulla curva sud aperta a furor di popolo (che poi, mica tanto: solo una sparuta minoranza l’ha richiesta e il Presidente, proprio per accontentare tutti, l’ha riaperta) e rinfacciata perché, giustamente, sono stati stracciati pochissimi abbonamenti, per fomentare i mal di pancia di taluni.

Si tratta di personaggi, dicevamo, che sono aditi al clientelismo, abituati a zerbinare qua e là pur di elemosinare qualche privilegio di quelli appena suddetti.

La parola “clientelismo” trova la sua etimologia latina in cliens che, in età romana, si configurava in quel semplice cittadino – tendenzialmente disgraziato – incapace di lavorare, di pensare, di rendersi autonomo, e che per la sua posizione sociale al di sotto della media, si vedeva costretto a cercare protezione presso un patronus o, addirittura in taluni casi, presso una gens intera (una famiglia nobile), naturalmente in cambio di conseguenti favoritismi, spesso e volentieri, ai limiti della sudditanza (per chi ha studiato la “Storia Romana” del Clementi, la cosiddetta applicatio) soggiacendo, in modo talvolta anche sdegnoso, verso il “padrone” fino a fargli perdere definitivamente la dignità pur di ottenere il pane. Ma si era a Roma antica, mica oggi a Bari, tra i trastullamenti neroniani, i festini distesi sui triclini, le donnette dai facili costumi, e i fasti augustei, passando per il mecenatismo e i circoli neoterici letterari dove – come è noto – o si era imperatore o non si era una mentula (per dirla all’Alberto Sordi latinizzandone il termine) al punto che occorreva adattarsi, appunto, come i nostri clientes locali che hanno vissuto da parassiti con le precedenti proprietà calcistiche.

Insomma, per dirla in breve, si configura, il povero cliens disgraziato, in quello che oggi va sotto il nome di “lacchè”, “tappetino” “zerbino”, “giullare” nell’accezione più medievalistica ed, anzi, attualizzato con l’ex politico di turno, lo sfigato di sempre, che deve sistemare i propri figli, che deve sistemarsi lui stesso, che deve dire sempre “signorsì”, un tipo tendenzialmente scansafatiche, che si mostra amico di tutti, soprattutto in politica, perché non si sa mai, alla ricerca di un posto nella società civile, ma anche e soprattutto nel Bari e nella relative orbite gravitazionali.

E’ più forte di loro, non c’è niente da fare. I talebani locali le provano tutte pur di tentare di tornare al potere, da quello (il)legale, a quello sociale, da quello economico a soprattutto quello politico, fino ad arrivare a quello del Bari per il potere, per la loro bramosia, per primeggiare e comandare. Sono cellule impazzite, orfane, vedovelle, dotate oltre che di autoctone improbabili leggi rivoluzionarie, anche di un disturbo narcisistico della personalità in quanto, da forzatamente eclissati, amano cercare di apparire e primeggiare come dei personaggi cicaleggianti di talk show che squittiscono durante la giornata alla ricerca di riflettori ululando scompostamente come certi politici di professione o come sguaiate primedonne vestite di lustrini e paillette. Li si trovano in tutti i contesti cittadini: commercianti, dipendenti di aziende, avvocati, scansafatiche, nullafacenti, stampa (ahinoi, anche nella stampa), tutti uniti dal comun denominatore del complottismo più isterico, aditi al moto carbonaro per mandar via i De Laurentiis e tornare nella mediocrità a noi nota per 120 anni, però col biglietto gratis e i clientes ai loro posti. E non hanno capito, invece, che questi imprenditori possono essere la fortuna dei tifosi, possono davvero regalare alla città la svolta attesa da 120 anni. O forse lo sanno bene ma, non facendo parte del loro circuito, si sentono autorizzati a contestare.

E si, perché costoro cercano di fare terra bruciata: cancellano i contatti dai propri profili social che osano non pensarla come loro, offendono, non accettano critiche, diffamano intra moenia i loro nemici, minacciano denunce, querele, insomma, si rendono agli occhi della gente molto ridicoli, goffi e anche un tantino deficienti sotto la copertura di “tifosi del Bari”. Ma, come detto prima, si tratta di “clientes” veri e propri che usano il Bari per scopi personali e non per reale affezione e sentimento alla casacca. Che poi ad individuarli uno ad uno, in tanti sono gli stessi che hanno marciato contro la dittatura matarresiana, un po’ meno contro quella giancasperiana e contro quella fioca ed ingenua paparestiana, tutti uniti dalla volontà comune di avere come presidente imprenditori seri, capaci e soprattutto solidi finanziariamente. Ora che, guarda caso, queste figure ci sono le contestano. Perché a Bari è così, c’è niente da fare. Ricordiamo bene di aver letto, una volta, su un forum locale: “Magari vengono i De Laurentiis a Bari”. E abbiamo detto tutto.

A Bari, al netto dei calciatori esteri che fanno sempre tanta tenerezza e che subito si tenta di baresizzare con tutti gli escamotage (corsi accelerati di dialetto barese, imposizione nel mangiare polpi crudi, focaccia, bere birra rigorosamente peroni e roba simile), non si accetta lo straniero, il forestiero, colui che osa prendere le redini di un qualcosa che apparitene alla gente locale per darne lustro, no. A Bari si preferisce consegnare la “cosa barese” ai baresi, magari senza grosse disponibilità economiche, così da poter aver le porte aperte per una massiccia dose di clientelismo che il forestiero non garantirebbe mai. Del resto si veda cosa fanno i De Laurentiis a Napoli: hanno vietato da sempre l’elargizione dei biglietti gratuiti ai tifosi, non hanno agganci con la politica, men che meno con De Magistris & C. nonché con l’attuale sindaco, e questo provoca loro un gran versamento di bile fino a sfociare nell’odio verso la proprietà che, lo ricordiamo, è romana e non napoletana. Con Ferlaino, non a caso, era diverso: favori, biglietti e quant’altro a go-go. Eppure due Coppe Italia e una Supercoppa le hanno vinte, le partecipazioni nella Champions e nella Europa League non si contano, non sui può dire che non abbiano vinto nulla e che non abbiano avuto lustro, quell’urlo dei tifosi al San Paolo in occasione dell’inno della Champions ancora vibra sulle finestre. Evidentemente per lo scudetto ci vuole ben altro, anche essere simpatici e servili al Palazzo, esercizio decisamente impossibile per i De Laurentiis, da sempre poco inclini a questi giochini.

Precisiamo, per i diffidenti, che Luigi De Laurentiis intrattiene solo dei rapporti di buon vicinato con il Sindaco barese ma senza tornaconti personali. Tra l’altro il Sindaco Decaro sottoscrive regolarmente e annualmente l’abbonamento allo stadio, giusto per la cronaca. L’evidenza dice questo, e chi pensa al contrario è in chiara malafede.

E questo, a Bari, dà molto fastidio perché i forestieri, per costoro, sono veri e propri invasori che non si lasciano corrompere da nessuno. Del resto Bari, in fondo, nonostante il suo status di città metropolitana, è pur sempre un grande paesone che vive di questi miseri espedienti per emergere dal nulla più totale. E neppure il taumaturgo Nicola da Myra con tre palle in mano può fare tanto, lui protettore dei forestieri, perché i talebani integralisti nel loro islamismo nostrano, non riconoscono nemmeno il proprio santo protettore troppo presi a cacciar via il “nemico” forestiero.

Sono persone inette al lavoro, creatori di bufale ad arte, poco propense a sgobbare per portare il pane a casa che vivono di stratagemmi e di sotterfugi, che sono adusi alla critica feroce senza risparmio su ogni cosa proposta dal forestiero, anche quando le cose vanno bene, in questo caso dai De Laurentiis.

Lungi da noi, naturalmente, difendere la società anche perché spesso l’abbiamo criticata, non è nelle nostre corde difendere nessuno, non siamo sul loro libro paga, noi siamo sempre super partes, ma in tutta obiettività, con tutta la deontologia possibile, in questi quattro anni, tranne due anni fa dove siamo stati critici ma moderatamente perché abbiamo capito che si è sbagliato in buona fede, non abbiamo mai trovato modo e motivo per criticarli perché i risultati sono stati eccellenti. Di cosa avremmo dovuto criticarli? Forse ci sfugge qualcosa.

Il nostro è solo un esercizio descrittivo di ciò che avviene in questa città dove l’imperativo è abbattere chi sta tentando di ricostruire qualcosa, nel nostro caso la squadra di calcio che dei loschi faccendieri, degli insensibili e degli incoscienti l’hanno mandata all’inferno con l’aiuto dei suddetti talebani i quali, in genere, fanno crociate verso chiunque, da forestiero, provi a dar lustro alla città: aziende, catene di negozi, vedasi Eataly e i mal di pancia verso il torinese Farinetti puntualmente mandato via, la Fiera del Levante e gli scomodi bolognesi che hanno stretto i rubinetti dei biglietti gratis, Benetton in Via Sparano non visto di buon occhio, le multinazionali e i gruppi mondiali che han voluto e vogliono investire su Bari. Insomma, tutto ciò che viene intaccato da forestieri che cercano, investendo capitali, di dare una mano a far tornare a brillare la città, magari anche sbagliando fisiologicamente, non viene mai accettato in pieno da certi baresi con il vizio levantino.

Obiettivo, dunque, dei talebani locali, con la loro strategia complottistica e goffa del “Regime del Terrore” in stile Rivoluzione Francese, è cercare di far breccia nella Bastiglia di Via Torrebella alla conquista della ricotta perduta. Quella skuanta, ovviamente. Così da far fallire il Bari un’altra volta. Del resto come diceva Samuel Beckett: “Ho fallito, non importa, riproverò, fallirò meglio“. Forza Bari.

Massimo Longo

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