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“Basilicò di Malta”: impostore, avventuriero, criminale, re

Arte, Cultura & Società

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alle ore: 14:09

 

Lo stemma di Jacob Basilicos

Leggiamo in “The Genealogy and Heraldry of the Noble Families of Malta” (Gulf Publications, Malta, 1981) e in “The Genealogy and Heraldry of the Noble Families of Malta. Volume Two” (PEG Publications, Malta, 1992), due libri essenziali e interessantissimi del tenente colonnello dr. Charles Anthony Gauci, distinto studioso maltese e attualmente Chief Herald of Arms of Malta, che, nel 1550, un certo Basilicò di Malta riceveva il titolo di principe di Valacchia, dai magnati di questo paese (titolo estinto oggi, secondo i volumi citati). Abbiamo la possibibilità di fornire più dettagli su questo misterioso titolo nobiliare, ricevuto, più di quattro secoli e mezzo fa, da un suddito maltese.

Il principe Basilicò di Valacchia è, in realtà, Jacob Basilicos o Vassilikos, principe sovrano di Moldavia (l’altro grande principato romeno dell’epoca) tra il 18 novembre 1561 e il 5 novembre 1563, ben noto nella storia romena sotto il nome di “Ioan Iacob Heraclid” o “Despot Vodă” (“Il re Despot”). Durante la sua vita, portò diversi cognomi e citò differenti luoghi di nascita, secondo le sue aspirazioni a vari troni, titoli, corone. Un grande storico romeno, Nicolae Iorga, lo descrive come “una figura insolita, pretendente a tutti i troni esistenti”; un altro, Andrei Pippidi, come “un ciarlatano ingegnoso” e “un impostore professionista”. Così, quando rivendicava il despotato di Serbia, si pretendeva discendente dalla dinastia serba Branković; quando voleva il Cipro, diceva che era un membro della casa reale di Lusignan; le speranze di regnare su isole greche come Rodi, Samo, Nasso, lo determinarono a dichiararsi nobile bizantino, nato, appunto, a Rodi o a Samo; quando, finalmente, ascese al trono di Moldavia, affermò di essere nipote del principe Stefano il Grande, eroe della resistenza antiottomana.

In realtà – ci assicura Andrei Pippidi, lo storico già citato -, Jacob Basilicos nacque, nel 1527, nella città maltese di Birchircara, da un padre greco, noleggiatore di navi, rifugiato, probabilmente, a Malta da Rodi, dopo la conquista di quest’isola dai turchi, nel 1522. Suo padre lo fece entrare al servizio di un arconte greco, Giovanni Eraclide, che pretendeva di appartenere alla famiglia degli Eraclidi e rivendicava il titolo di “despota di Samo, Paro e altre isole del mar Egeo”. Questo personaggio si prese cura dell’educazione del giovane Jacob e lo fece istruire da Giovanni Lascaris, nipote del filologo Constantino Lascaris, che gli insegnò il greco. Poi, Jacob continuò i suoi studi in Italia. Sul suo letto di morte, Giovanni Eraclide adotta Jacob. Perfezionista, questo si pretende il figlio biologico e legittimo di Eraclide e ne prende il nome, il cognome e il titolo; d’ora in poi, si chiamerà il despota Giovanni Jacob Eraclide; così passerà alla storia.

La firma di Jacob Basilicos: “Despota”

L’anno 1547 lo trova nel sud della Francia, all’Università di Montpellier, dove studia medicina, sotto il nome di Jacques de Marchetti. Qui incontra il botanico francese Charles de L’Écluse (Clusius), che riferisce che Basilicos aveva discretamente sposato Gilette d’André, la vedova di un suo amico, che aveva già un bambino di due o tre anni. Un giorno, un armadio “cadde” sul bambino, uccidendolo. Le autorità di Montpellier accusano Basilicos di omicidio e – scomparso dalla città – lo condannano in contumacia.

Riappare alla corte del re Enrico II di Francia e prende parte, nei ranghi dell’esercito francese, alla battaglia per la riconquista di Metz, detenuto da Carlo V d’Absburgo. Secondo lo stesso de L’Écluse, nel 1553, incontra un ex collega di Montpellier, che, credendo di conoscere la storia di quella città, sopprime.

Dopo l’incidente, lascia la Francia ed entra nell’esercito di Carlo V, sotto gli ordini del conte Günter von Schwarzburg, lottando, nel 1554, contro l’esercito francese, a Renty. Ferito, trascorre qualche mesi ad Anversa, dove scrive una relazione in latino, sugli eventi militari a cui ha partecipato, intitolata “De Marini quod Teronovam vacant atque Hedini expugnatione” e dedicata a Filippo, figlio del “sacro romano imperatore” e futuro re di Spagna. Nel 1555, è ricevuto da Carlo V, che lo fa cavaliere e conte palatino, e il suo falso albero genealogico viene legalizzato dalla cancelleria aulica; il titolo di conte palatino gli dà il diritto di conferire l’ufficio di notaio e i titoli di dottore e… poeta laureato.

Dopo la sconfitta di Carlo a Renty, passa a Bruxelles, Wittenberg (dove aderisce alla dottrina protestante e fa amicizia con Melantone), Danimarca, Svezia, Prussia, Polonia. In quest’ultimo paese, lo stato suzerain del principato di Moldavia, prende contatto con Mikołaj Radziwiłł, cancelliere della Lituania, palatino di Vilnius e capo del partito protestante della repubblica polacco-lituana, dal quale ottiene la fiducia e l’appoggio per il suo progetto di occupare il trono di Moldavia.

Alexandru IV Lăpușneanu, con la moglie e il figlio, in un affresco dell’epoca, in stile bizantino

Invocando una parentela immaginaria con Ruxandra, la moglie di Alexandru IV Lăpușneanu, principe di Moldavia, nel 1557 Basilicos viene introdotto alla corte di quest’ultimo. Stabilisce relazioni con i boiardi e simula compassione per il popolo. Queste attività sono riferite al principe, che prende in considerazione la possibilità di avvelenare quest’ospite fastidioso. Basilicos si trasferisce alora nel principato di Transilvania e, nel 1558, si stabilisce a Brașov. È espulso da qui su richiesta di Alexandru Lăpușneanu e si rifugia in Austria, a Massimiliano, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Ferdinando I.

Nel 1560, con l’appoggio di un esercito di cosacchi lituani, Jacob Basilicos fa un primo tentativo di occupare la Moldavia; senza successo. Ulteriormente, riesce ad ottenere un sussidio dall’imperatore e, sempre con l’aiuto dei cosacchi, il 10 novembre 1561 sconfigge Alexandru Lăpușneanu a Verbia; il principe moldavo fugge a Costantinopoli. Basilicos ridiventa allora ortodosso e, sotto la pressione delle armi, si fecce immediatamente proclamare principe di Moldavia dal metropolita Grigorie II di Neamț, con il magnifico nome di “Johannes Jacobus Heraclides Basilicus, despota insularum Phari, Sami et Doridi, verus haeres et dominus regni Moldaviae atque palatinus finium Terrae Transalpinensis, vindex libertatis patriae”. Sulle sue monete, è chiamato “PRINCIPIS MOLDAVIAE”, “HERACLIDIS DESPOTE PATRIS PATRIE” o ancóra “JOHANNES VAIVODA PATRONUS MOLDAVIAE”.

Moneta emessa da Jacob Basilicos. La legenda dice: “HERACLIDIS DESPOTE PATRIS PATRIE 1563”.

Ora, dobbiamo precisare che, nonostante i pregiudizi di oggi e la confusione che tutta l’Europa fa tra romeni e zingari (una minoranza etnica di Romania, i cui membri, fino al 1856, lavoravano come schiavi sulle terre dei nobili, esattamente come i neri negli Stati Uniti), i romeni – popolo latino, i nomi “romeno” e “Romania” derivando da “Roma” – erano già organizzati, al momento di cui stiamo parlando, in tre grandi stati, di decine di migliaia di chilometri quadrati (enormi, quindi, rispetto alla maggior parte degli stati italiani o tedeschi dell’epoca, che spesso coprivano solo alcune decine, centinaia o migliaia di chilometri quadrati): Moldavia (94.100 km²), Valacchia (76.583 km²) e Transilvania (102.282 km²), quest’ultima governata, fino al 1918, dalla nobiltà ungherese, sostenuta dal regno suzerain d’Ungheria, anche se la popolazione romena costituiva una maggioranza categorica. Tre veri regni, dunque, piuttosto che principati (il nome dato loro dalle potenze europee), considerati come tali sia dai loro sovrani, che dai loro abitanti (d’altronde, Basilicos prenderà il titolo di re, invece di quello di principe, come molti dei suoi predecessori e successori).

Due di questi tre regni, la Moldavia e la Valacchia, erano governati da un’aristocrazia autoctona, romena, ben definita – i boiardi -, costituita sul modello di quella bizantina ed – essendo una nobiltà di cariche, senza titoli e in possesso di grandi proprietà terriere – simile, per molti aspetti, alla nobiltà di alcuni stati italiani, come, per esempio, il patriziato veneziano. Le potenze circondanti – la Polonia, il Sacro Romano Impero e, più tardi, l’Impero Russo – mostrarono il loro rispetto per i boiardi romeni, concedendoli spesso titoli come nobile, cavaliere, barone o conte.

Per questa aristocrazia moldava, dunque, che eleggeva i suoi sovrani dai suoi propri ranghi (come altri stati europei dell’epoca – il Sacro Romano Impero, la Polonia, la Transilvania, gli stati pontifici, anche… -, la Moldavia era una monarchia elettiva), l’ascesa di Jacob Basilicos al trono moldavo fu una vera scossa; era la prima volta che un individuo senza alcun legame con le famiglie regnanti del paese e con il popolo che voleva governare diventava re di Moldavia.

Le misure che prende come sovrano rendono Basilicos ancora più impopolare: per essere riconosciuto dal sultano, aumenta il tributo annuale pagato ai turchi da 12.000 a 20.000 ducati; marginalizza i boiardi, scegliendosi consiglieri occidentali; incoraggia la diffusione del protestantesimo, istituendo a Cotnari una scuola che mette sotto la direzione del sassone Johannes Sommer (benché il protestantesimo non aveva senso in Moldavia, perché la Chiesa Ortodossa non aveva mai praticato abusi simili a quelli commessi dalla Chiesa Cattolica: non viveva nel lusso, non vendeva indulgenze, non faceva politica, non torturava e uccideva la gente in nome della fede, e i preti potevano sposarsi, anche se i gerarchi – i capi – provenivano dalle file dei monaci).

Infine, dopo nemmeno due anni di regno, i boiardi, guidati dal capo dell’esercito moldavo, l’etmano Ștefan Tomșa, si ribellano e assediano Basilico per tre mesi, nella fortezza di Suceava. Sconfitto, il 5 novembre 1563, l’avventuriero compie un ultimo gesto teatrale, uscendo dalla cittadella vestito in tutta la pompa reale, con il mantello rosso, foderato di ermellino, sulle spalle e con la corona sulla testa, sperando che questo possa impressionare i suoi nemici e salvargli la vita. Invano: viene immediatamente stroncato da Tomșa, con un solo colpo di mazza, e lasciato sul posto, a morire dissanguato.

La fortezza di Suceava

E questo è quanto. Benché effimero, il regno di Jacob Basilicos sulla Moldavia è rimasto nella memoria collettiva: il suo titolo di despota, spesso coniato sulle monete emesse, è entrato nella lingua romena comune, con il significato di “tiranno” o “dittatore”; Vasile Alecsandri, poeta romeno del XIX secolo, ha scritto un dramma intitolato “Despot Vodă” (“Il re Despot”); a Malta, diverse fonti storiche associate ai cavalieri ospitalieri hanno consacrato la leggenda di un “Basilicus Melitensis”, sovrano “di Valacchia” del XV o XVI secolo, e, negli anni 1860, la storia di Basilicos è stata popolarizzata dagli autori maltesi G. Trapani, G. A. Vassallo e L. Calleja.

Una “edizione scolastica”, del 1894, del dramma “Despot Vodă”, di Vasile Alecsandri

fonte ilgrandevecchio.it


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