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Belansky e King Kong: un chiasmo tra animale e umano

Arte, Cultura & Società

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L’immagine di King Kong è stata un tema sfidante per generazioni di illustratori. Ed ora anche il nostro Igor Belansky interpreta con una propria originale stilizzazione questa scimmia insolita, la cui storia ha affascinato l’immaginazione di bambini e adulti per molti anni. L’immagine di un gorilla gigante che vive su un’isola appartata è stata inventata quasi cento anni fa. Poi è stata filmata per la prima volta. Da allora, sono stati girati molti film su King Kong, è diventato un eroe dei fumetti e dei giochi per computer. Questo primate preistorico è sopravvissuto fino ad oggi, mantenendo il suo potere sull’immaginario collettivo…Ed è insolitamente quasi un chiasmo nell’evocazione di Belansky, con l’urlo animale colto nell’umano e la severità umana nell’animale, che sfuma i due elementi fino a renderli irriconoscibili.

Premessa

King Kong rappresenta indiscutibilmente una delle più grandi icone della cultura pop dall’inizio del XX secolo. Ma questo non solo perché lo scimmione è un incredibile gigante: i suoi film sono intrisi di messaggi di fondo, sia di riflessione che metaforici, visto il fascino duraturo fin dalla sua prima apparizione nel 1933. È facile capire la ragione del valore simbolico che ha assunto nel folklore cinematografico da quasi un secolo: come esseri umani, l’affetto per le scimmie giganti sembra radicato nel nostro codice genetico simile di primati, poi tutti restano colpiti dalla visione di stravaganti isole misteriose piene di dinosauri anacronistici e bestie fantastiche. Ma c’è un altro motivo per cui King Kong non ci ha mai abbandonato. Come i vampiri, gli zombie e i supereroi, la storia di una scimmia gigante proveniente da un altrove – una creatura venerata come un idolo nel suo mondo, che viene rapita e portata negli Stati Uniti in catene per servire da giocattolo a una ricca élite bianca – si è rivelata particolarmente ricca dal punto di vista metaforico.

L’era dei film di supereroi, la sequela dei kolossal, la pulp fiction, la sempre più elaborata teoria di effetti speciali creati negli studios hollywoodiani non ha minimamente affievolito lo splendore di questa bestia. Nonostante il tempo trascorso, King Kong è più in forma che mai e regala ai fan dei mostri una dose di azione a grandezza naturale. La scena in cima all’Empire State Building, ripresa più volte dalla cinematografia, dalla narrativa e dai fumetti, da cui respinge l’attacco degli aerei da combattimento, resterà impressa nella nostra mente per sempre. Tuttavia, al di sotto di questa superficie immaginifica, non vogliamo che vi sfuggano elementi metaforici più profondi che hanno attraversato i decenni…

Riflessioni sociologiche

Il gorilla gigante sembra essere in grado di esprimere i veri sentimenti, mentre l’uomo, immerso nel mondo feticizzato delle merci, è diventato incapace di farlo. In un certo senso, il film King Kong è l’espressione allegorica della strana inversione prodotta dalle relazioni sociali capitalistiche, dove ciò che è umano si esprime negli animali e ciò che è “animalesco” diventa umano. E qui il chiasmo di Belansky si rivela, come vi accorgerete in più punti seguenti della trattazione, che non saranno evidenziati proprio per lasciare spazio libero alle impressioni del lettore.

L’attuale modello di società appare nel film quando, vedendo nel gorilla gigante un’opportunità di guadagno milionario in America, esso viene catturato e a portato a New York, dove diventa un oggetto di esplorazione e di esibizione per l’alta società.

Kong – Una metafora del razzismo

Gli studiosi e i critici concordano quasi unanimemente sul fatto che King Kong, uscito nel 1933, “è una sorta di allegoria razzista, che raffigura simbolicamente la visione che l’America bianca aveva dei neri all’epoca”. All’epoca la società statunitense era segnata da tensioni razziali e sociali. Anche se sulla carta la trama sembra un’avventura epica, osservatela attentamente: Un’eroica troupe cinematografica naviga verso un’isola inesplorata, che ospita una scimmia gigantesca, nota come “Kong”. Qui, la protagonista “bianca” del film viene rapita da Kong, per poi essere salvata dal suo cavaliere “bianco” dall’armatura scintillante. Il “bruto” Kong viene catturato e portato a New York per essere esposto come l’ottava meraviglia del mondo. Ma Kong in qualche modo si libera, rapisce la protagonista e si lancia in una serie di distruzioni, prima di essere abbattuto in cima all’Empire State Building.

Molti studiosi del cinema ritengono che la cattura e l’incatenamento di Kong siano metaforicamente legati alla tratta degli schiavi negli Stati Uniti. Uscito 35 anni prima della nascita del Civil Rights Act del 1964 – una legge storica che vieta la discriminazione basata su razza, colore, religione, sesso o origine nazionale – il film implica che se agli uomini di colore (rappresentati da Kong) fosse concessa la totale libertà, ne deriverebbero distruzione e caos. Diretto da Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, il film è visto anche come un ammonimento sulle storie d’amore interrazziali.

Implicazioni colonialiste

I film di Kong tracciano anche scomodi parallelismi con il colonialismo. Una squadra di esploratori occidentali invade la fittizia Isola del Teschio, i cui abitanti sono rappresentati come neri. In realtà, Kong è visto da molti come un leader impavido di questo popolo – un guerriero che viene incatenato con la forza e trasportato in un mondo diverso per il divertimento e il profitto dei bianchi. La ribellione di Kong è vista come un movimento dei nativi per rovesciare il potere dei coloni. Mentre l’uccisione di Kong, alla fine, significa lo schiacciamento di quella ribellione con la forza bruta.

Non scherzare con la natura

King Kong è un monito contro il desiderio dell’uomo di sfruttare la natura per il proprio tornaconto personale. Egli è personificato come la forza sfrenata della natura, che quando viene sminuita dagli uomini, scatena una furia che ha gravi ripercussioni.

Ironia della sorte, però, in tutti i film su Kong, la “bestia” pare emanare più empatia degli altri esseri “umani”.

Il Kong è mirabolante

Ad ogni nuovo film che lo ha visto protagonista, King Kong è apparso più grande e spaventoso. Essendo la prima star hollywoodiana degli effetti visivi, Kong ci ricorda che la tecnologia è in grado di creare personaggi coinvolgenti e attraenti quanto gli esseri umani. Ma è più facile a dirsi che a farsi: occorrerebbe avere un’idea esatta dello sforzo ingente in termini finanziari e tecnologici sotteso a simili produzioni.

Specialmente nelle più recenti pellicole, Kong è stupefacente per il modo realistico in cui interagisce con l’ambiente: come si lava la ferita in un corso d’acqua, le chiazze di fango spiaccicate sulla sua pelliccia, gli occhi grandi che esprimono sia rabbia che dolore… È questa rigorosa attenzione ai dettagli che rende l’idea di creatura enorme da combattere, ma non priva di forti momenti emotivi. Non è semplicemente un grosso animale che corre in giro urlando e gridando, evoca aspetti drammatici della natura umana.

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