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Cei, Giulietti: matrimonio e sessualità sono cose serie, non siamo fuori dalla realtà

Oltre Tevere - Vaticano

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alle ore: 00:05

L’arcivescovo di Lucca, presidente della Commissione Cei per la pastorale familiare, presente all’Incontro Mondiale delle Famiglie in corso in Vaticano. “La proposta della castità ridicola? Dall’altra parte c’è però una sostanziale svalutazione della persona”. L’incoraggiamento ai giovani: “Finché si dice che la famiglia è negazione della libertà, nessuno si butterà in questa avventura”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

“Si parla spesso sui giornali ultimamente di famiglie in cui avvengono omicidi, uccisioni dei figli… Cioè, c’è un immaginario inquietante sulla famiglia. Qui invece possiamo assistere a testimonianze dirette, testimonianze di realtà pastorali che ci fanno vedere un volto bello, attuale, stimolante della famiglia”. Monsignor Paolo Giulietti è in questi giorni in Aula Paolo VI insieme a centinaia di genitori e figli di tutto il mondo, per l’Incontro Mondiale delle Famiglie che si conclude oggi con la Messa del Papa. Apprezzato arcivescovo di Lucca, dallo scorso anno presidente della Commissione episcopale Cei per la famiglia, Giulietti in poche parole – pronunciate con la verve toscana che lo contraddistingue – sintetizza senso e missione di questo grande evento.

Ascolta l’intervista all’arcivescovo Paolo Giulietti

Monsignor Giulietti, in uno dei panel di venerdì si è parlato di “catecumenato matrimoniale”. Cosa significa questa parola che può risultare di difficile comprensione a chi è lontano?

È un processo di iniziazione che passa attraverso tappe, verifiche, impegni comunitari, approfondimento biblico. Era nato per il Battesimo nei primi secoli della Chiesa e ora viene riproposto anche per il matrimonio. In sostanza, in una società come la nostra, così lontana dalla visione cristiana della famiglia, c’è bisogno di un percorso di avvicinamento un po’ più serio al sacramento.

E qual è la visione cristiana della famiglia?

Il matrimonio di un uomo e una donna che si mettono a disposizione del progetto di Dio per fare della loro vita e del loro amore un dono, per sé e per gli altri. Quindi una realtà missionaria, estroversa, dell’unione matrimoniale che contrasta la visione individualistica, introversa, sentimentale oggi proposta.

Recentemente si è molto parlato del documento vaticano sugli “Itinerari catecumenali” per la famiglia. In particolare il focus si è concentrato sul tema della castità, ampiamente discusso e per certi versi ridicolizzato. Cosa dice lei a riguardo di questa indicazione della Chiesa? È una proposta possibile per le coppie di fidanzati più giovani?

Intanto una tirata d’orecchi a voi giornalisti che in cento pagine vi soffermate solo su tre righe, trascurando le altre 97. Certo, è una proposta controcorrente ma bisogna domandarsi: cosa c’è dall’altra parte? Quelli che irridono la castità, cosa propongono? Il sesso anticipato a 12-13 anni, una ‘botta e via’, senza nessun valore, nessuna responsabilità, nessuna progettualità? Tra le due visioni preferisco allora quella ‘vecchia’ della Chiesa, piuttosto che quella di una sostanziale svalutazione della sessualità che rimane una componente meramente ludica che non dice più niente alla vita.

Quale valore ha la ‘vecchia’ visione della Chiesa?

La sessualità per la Chiesa è una cosa seria. Allora noi non ne facciamo un gioco. E non si dica che la Chiesa è antica: la Chiesa vede questa faccenda qui come qualcosa di importante per la felicità di un uomo e una donna. Quelli che pensano diversamente l’hanno considerata una realtà commerciale come le altre, di cui si fa uso e consumo, senza regola, prospettiva, corresponsabilità. Non so chi è più serio e chi è da irridere.

Qualcuno, e non solo giornalisti ma anche teologi, ha detto e scritto che dagli “Itinerari” appare il volto di una Chiesa che nella pastorale familiare e nella visione della famiglia sembra essere distaccata dall’effettiva realtà che vivono le famiglie. Cosa ne pensa?

Beh, dipende da com’è la realtà. A volte essere distaccati dalla realtà è un merito… Se la realtà è avvilente, allora bisogna dire: c’è qualcosa di meglio. Il cristianesimo è sempre un po’ staccato dalla realtà. È qualcosa che indica per l’uomo e la coppia obiettivi alti, apparentemente impossibili agli occhi del mondo. Se il cristianesimo indicasse quello che sanno far tutti a cosa servirebbe?

Le testimonianze, così variegate, pronunciate dalle famiglie dinanzi al Papa o nei panel di questi giorni quale esempio offrono invece? Alcune non potrebbero sembrare modelli difficili a cui ispirarsi?

Qui sono state invitate famiglie normali. Famiglie normali in cui è accaduto qualcosa di straordinario. E questo è ciò che rimane: che quando in una famiglia ci si apre a una visione diversa, ispirata al Vangelo, accadono cose incredibili. Questo è importante per i giovani, perché se non ci sono sogni, ideali, nella vita come nel rapporto di coppia, uno giustamente dice ma che mi sposo a fare…

Oltre alle condizioni esterne – disoccupazione, costo della vita, pandemia e via dicendo – cosa scoraggia oggi i giovani dall’abbracciare il progetto del matrimonio, di intraprendere il “processo” del catecumenato?

Fondamentalmente oggi non va più di moda sposarsi e far figli, sono scelte controcorrente. Quindi anche il processo da un punto di vista pubblico, per ciò che riguarda la stabilità della famiglia, non è solamente legato a incentivi economici ma ad una rivoluzione culturale. Finché uno dice che aver figli è una negazione della libertà e sposarsi è la fine dell’amore, la gente si sposerà sempre meno e farà sempre meno figli. Anche se si danno asili nido, pannolini, bonus bebè e questa roba qui, rimane un problema culturale. In Occidente sposarsi e fare figli non è più considerato un valore, questa è la verità. Tant’è che quando una coppia si presenta con più di due figli, viene guardata con occhi di sospetto: ma tutto bene? Cos’è successo? Siete normali? Dovremmo davvero fare un’operazione culturale per mostrare la bellezza del matrimonio, della famiglia, della fecondità, perché quando i ragazzi vedono cose belle, sono pronti a scommetterci la vita. Ma se la percezione diffusa è che un figlio è un problema, il matrimonio è un legame, la stabilità un’illusione, è normale che uno si chieda perché mettersi in un’avventura che non ha niente di positivo da offrire.

Di chi è la responsabilità?

La responsabilità è di chi ha fatto battaglie culturali pensando che fossero liberatorie e che invece sono devastanti. Penso ad esempio, a tutto l’accento sui diritti della persona, sganciati dalla responsabilità della dimensione familiare, sulla totale autonomia della relazione sessuale rispetto alla procreazione… Tutte cose sembrate conquiste di civiltà, ma che alla fine hanno prodotto che nessuno si sposa e fa figli. Magari non era voluto questo tipo di esito, ma è devastante per il futuro del Paese. Lo dicono tutti, non solo i credenti. Una società in cui la famiglia non è più stabile, e quindi si perde questo ammortizzatore sociale, si condanna all’auto estinzione.

Quale augurio personale ha, anche per il suo lavoro nella pastorale familiare, dopo questo Incontro mondiale?

Vorrei un nuovo entusiasmo nella pastorale familiare in Italia. Ci sono molte cose che si possono fare ma hanno bisogno di persone che ci credono. Vorrei allora che nelle parrocchie, nelle comunità, si decida di investire in questa realtà della famiglia.

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