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Ciò che accade tra Grillo e Conte succede anche negli altri partiti

Politica

Nei partiti la pratica della democrazia è scomparsa e la pratica della cooptazione imperversa. A colloquio con il senatore Giorgio Pizzol che propose un disegno di Legge per la democrazia nei partiti. Di Nicola Cariglia

Ministero dell’internoCC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Fosse solo un problema dei 5Stelle, ci sarebbe da ridere. Conte e Grillo, da mesi, litigano, fanno pace, e poi nuovamente litigano. Si spartiscono il potere senza che nessuno ci metta bocca: non i senatori, nemmeno i deputati e, dei detentori delle cariche o dei ministri, nemmeno a parlarne. Tutti zitti e, soprattutto, attenti a non dispiacere all’uno o all’altro. Non si sa mai. Ma il problema è che i grillini e le loro pratiche non rappresentano una eccezione. Accade così in tutti i partiti. La pratica della democrazia è scomparsa e la pratica della cooptazione imperversa. Esistono alcuni capi che si spartiscono incarichi di partito e incarichi pubblici per affidarli ai loro fedeli: in pratica, dispiace dirlo e non vogliamo offendere, alla servitù. Quale altro ruolo può svolgere chi non viene democraticamente scelto ma viene piazzato in posizioni di potere in base alla fedeltà ad un capo? E’ il paradosso di questa democrazia afflitta dalla cooptazione. Si basa sui partiti, ma i partiti non conoscono la pratica democratica al loro interno: e tanto basta a spiegare perché il prestigio di tutte le forze politiche sia sceso così in basso.

Eppure, la storia dei nostri partiti avrebbe potuto avere un corso diverso. Sarebbe stato sufficiente dare ascolto a chi si era accorto delle nuvole che si stavano addensando. Ed aveva intuito il modo di correre ai ripari. Giorgio Pizzol, da senatore, presentò il 13 novembre 1991 il Disegno di legge n. 3047: “Norme di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione”. L’art. 49, recita che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Purtroppo, mi dice Pillon, “non sono mai riuscito a trovare nessuno che mi dicesse che il tema della democrazia interna ai partiti meritasse di essere messo all’ordine del giorno. E ciò in qualsiasi sede: politica, parlamentare, culturale”. Eppure eravamo alla vigilia di Tangentopoli: e non è azzardato pensare che tutta la mattanza che ne seguì si sarebbe potuta evitare se la legge Pizzol fosse stata discussa e approvata. “Desidero che tu sappia – ricorda Pizzol – che la mia esperienza politica è stata sempre improntata dalla mia idea fissa (o forse fissazione, malattia mentale) che senza la pratica effettiva della democrazia interna ai partiti non esiste democrazia”. Una fissazione che condusse Pizzol a scontrarsi  con gli apparati dei partiti nei quali ebbe a militare: sindaco comunista di Vittorio Veneto, senatore socialista e, a metà legislatura nel gruppo socialdemocratico come indipendente. Alla base di questi scontri, sempre il solito motivo: la scarsa democrazia dentro i partiti e la soffocante invadenza degli apparati. “ Vorrei proprio sperare che – come tu dici – siamo in una fase nella quale la nefasta tendenza viene contrastata per non dire invertita. Purtroppo le mie speranze sul punto sono molto più deboli delle tue”. Per questo il senatore Pizzol mi confessa che ancora non si sente pronto a scrivere un articolo sul tema della democrazia nei partiti che gli avevo sollecitato ben sapendo quanto gli stesse a cuore. Ci spero e penso che lo farà. Poiché sono ostinatamente un ottimista, mi piacerebbe che proprio lui si mettesse a capo di un gruppo di pressione per la democrazia nei partiti. Nel frattempo, sarà utile rileggere il suo disegno di legge del 1991, anche tenendo conto che la situazione di oggi non è quella di allora.

Nicola Cariglia


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