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Come le donne affrontano le situazioni avverse. Intervista a Daniela Sacerdoti

Arte, Cultura & Società

Daniela Sacerdoti è la pronipote del noto scrittore Carlo Levi. È un’autrice bestseller da oltre un milione di copie, amata dalle donne di tutto il mondo. Di recente con la Newton Compton Editori ha pubblicato un romanzo ricco di emozioni e colpi di scena, intitolato “I segreti della villa in collina”.

Protagonista di questa storia che terrà il lettore incollato sino all’ultima pagina è Callie, una giovane donna texana che scopre il giorno del suo ventiduesimo compleanno di avere origini italiane. La sua vera famiglia infatti le ha lasciato in eredità una villa in un paesino del Piemonte, chiamato Montevino.  Questa notizia la lascia incredula. Nel tentativo di capire quali sono le sue vere origini si imbatte nel diario di una delle donne della sua famiglia, la sua antenata Elisa, una delle poche dottoresse donna nel periodo del secondo conflitto mondiale, in Italia.

Grazie alla lettura delle vicende personali di questa donna coraggiosa che si intersecano con i fatti storici di un’Italia dominata dal fascismo, una volta che si sarà recata a Montevino, Callie potrà ricostruire i frammenti della storia di una famiglia (la sua!) molto singolare e speciale. Questo viaggio in Italia la cambierà nel profondo contribuendo a riscoprirsi una donna resiliente e perseverante. Farà incontri che le cambieranno l’esistenza per sempre.

“I segreti della villa in collina” parla di donne forti e coraggiose, capaci di affrontare la vita e le situazioni avverse a testa alta. Con questa storia Daniela Sacerdoti si riconferma una grande autrice, molto abile nel costruire personaggi ben delineati psicologicamente e ai quali il lettore immancabilmente si affeziona. Un romanzo consigliato a chi ama le storie dense di emozioni e che rimangono impresse nell’anima, per molto tempo.

Di resilienza, di come noi donne reagiamo al dolore e alle difficoltà e dell’importanza di tenere un diario personale, conversiamo piacevolmente con Daniela Sacerdoti in questa intervista.

Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo che ha come protagoniste delle donne coraggiose che combattono contro eventi avversi?

L’idea di due donne lontane nel tempo ma che vivono storie parallele è ricca di possibilità, è un modo di inquadrare la ricerca delle radici in contesti geografici e storici che possono essere collegati. Ad esempio, può servire a legare due generazioni vissute in paesi diversi a causa dell’emigrazione. Inoltre, credo che ogni storia nasca da eventi avversi che i protagonisti devono affrontare e superare-integrare. Per noi donne, che siamo così vicine al ciclo della nascita e della morte, le difficoltà sono il pane quotidiano.

Callie, una delle protagoniste del suo romanzo, dopo aver perso la sua famiglia si ricopre una giovane donna resiliente. Cos’è per lei la resilienza?

Una domanda particolarmente pertinente di questi tempi, in cui siamo stati tutti gettati in una situazione stile “nuota o affoghi”. Abbiamo perso le nostre certezze. Perfino abitudini quali andare a scuola, al supermercato, a prendere un gelato, sembrano privilegi immensi – e forse lo sono! Solo che non lo sapevamo. La resilienza siamo tutti noi, sono le mie amiche in smart working con figli piccoli, quelle che continuano a lavorare alla cassa del supermercato, il mio amico anestesista in corsia, i nonni allontanati dai nipoti, i ragazzi che trovano altri modi di comunicare dall’isolamento della didattica online. La resilienza sono le persone che si rialzano, che sanno chiedere aiuto, che dicono “non ne posso più”, e vanno avanti lo stesso.

Secondo lei noi donne reagiamo diversamente al dolore e alle situazioni avverse rispetto agli uomini?

Credo che come reagiamo dipenda dalla personalità più che dal genere: ma noi donne, credo, siamo particolarmente generose, intente a traghettare famiglia e amici nelle situazioni avverse prima che noi stesse. Poi solo quando tutto è superato ci fermiamo e ci rendiamo conto di essere come delle pile scariche, che hanno dato tutto. E chissà quando viene il nostro turno di ricaricarci…

Grazie ad un diario due generazioni appartenenti alla stessa famiglia entrano in contatto. Quanto è importante la scrittura di un diario secondo lei? Lei ha mai avuto l’abitudine di scrivere un diario?

Si, sempre! Scrivo per sfogarmi, per mettere in ordine i pensieri e per potermi riferire a una narrativa che inquadri il mio passato, e quindi il mio presente. A volte, quando scrivo il mio diario, mi sento ancora quasi la bambina di un tempo che scriveva nel quaderno a righe “Cara Kitty”, ispirandomi ad Anna Frank. Sarebbe bello se fossero ricordi per le generazioni future, ma temo che i miei diari non siano interessanti quanto quello di Elisa!

Nella ricostruzione degli eventi storici che fanno parte del contesto storico culturale del personaggio di Elisa ha avuto qualche difficoltà?

Mi sono ispirata alle storie dei miei nonni sulla guerra, e sulla vita della mia prozia Luisa Levi, quindi avevo basi solide cui attingere. Penso che nei nostri paesini i ricordi della guerra siano ancora molto vivi.

C’è una delle donne del suo libro alla quale è più legata e perché?

Flora, perché è una donna ferita, eppure è una guaritrice. Non è una contraddizione. L’idea della “wounded healer”, la guaritrice ferita, mi affascina tantissimo. Lei è una naturopata, la disciplina che vorrei, un giorno, poter studiare…ed è anche un po’ modellata attorno a una donna che amo e ammiro moltissimo.

Cosa si prova ad essere una scrittrice da un milione di copie vendute?

Ogni libro è una sfida, e da artiste, non si è mai veramente “arrivate”. C’è sempre qualcos’altro da dire, qualcosa in più da comunicare, il desiderio di proporre una storia che vale la pena leggere e che poi rimane con il lettore. Vendere tante copie è una soddisfazione grande, ma il premio più grande sono i messaggi e le recensioni, perché solo così una scrittrice si rende conto di aver provocato emozioni. Credo che avere un pubblico vasto sia anche un mezzo per continuare a scrivere avendo la fiducia dal proprio editore, ma di per sé è solo metà dell’opera. La parte veramente importante è ciò che susciti nel lettore. Mi piace dire che la chiave del successo sta nell’evidenziatore: i passaggi che colpiscono i tuoi lettori al punto da volerli evidenziare e ricordare.

Lei ha vissuto in Scozia per diversi anni. Cosa le mancava dell’Italia?

Sono tornata a vivere in Italia cinque anni fa, con grande gioia…in particolare per il sole! Però la Scozia mi manca, mi mancano i suoi paesaggi e la sua gente, e resterà comunque sempre la mia patria adottiva. E poi, il whisky scozzese!

A chi consiglia la lettura del suo libro?

A chiunque! Non perché creda che possa piacere a tutti, ma perché sono convinta che valga la pena non solo esplorare i propri generi preferiti, ma anche provare del nuovo. Mi piacerebbe avere un pubblico maschile più vasto…anche se devo dire che ho ricevuto tanti messaggi da lettori uomini, specialmente giovani.

Mariangela Cutrone

 


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