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Confini di Mauro Suttora – recensione –

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alle ore: 07:19

Confini. Storia e segreti delle nostre frontiere di Mauro Suttora 

Un libro che ha per tema le “nostre” frontiere, le frontiere dell’Italia, può sembrare, a prima vista, anacronistico. Invece, come ci fa notare subito nell’introduzione Mauro Suttora, l’argomento è di estrema attualità. E ciò per il fatto che i confini delle patrie – aboliti in Europa dal trattato di Schengen nel 1997- sono stati improvvisamente risuscitati in pochi giorni in tutto il modo dal Coronavirus.

Il morbo ha imposto ai governi di bloccare i movimenti delle persone all’interno dei confini dei singoli stati (e anche all’interno dei confini delle rispettive regioni).

Prima della pandemia però, nel passaggio tra i due secoli, altri fenomeni politico-culturali avevano già riportato all’ordine del giorno il tema dei “confini” o “frontiere”. I movimenti No global, che vagamente si definivano di sinistra; e quelli sovranisti chiaramente schierati a destra. Questi ultimi in particolare, con lo slogan “Padroni a casa nostra” hanno rivalutato la funzione del confine come elemento indispensabile soprattutto per contrastare il fenomeno dell’immigrazione.

Suttora prende le mosse dall’analisi di questi fenomeni per sviluppare una ricerca accuratissima sulla storia dei “nostri” confini.

Il libro è una miniera di informazioni sulle vicende del tracciamento preciso dei confini dell’Italia nelle diverse epoche a partire dall’Impero Romano. Informazioni praticamente irreperibili nei testi di storia in uso nelle nostre scuole.

Accenneremo rapidamente solo a pochissime di queste informazioni probabilmente sconosciute a molti.

Nel 1945 partigiani e fascisti italiani cessarono di combattersi e, coordinando le loro azioni per qualche giorno, riuscirono a impedire al Generale De Gaulle di annettere alla Francia tutta la Val d’Aosta e metà del Piemonte. L’episodio mostra che il “sentimento nazionale” degli italiani è prevalso in quel frangente sulla tragica divisione fra italiani fascisti e italiani antifascisti. De Gaulle per altro, ci fa notare tra le righe Suttora, aveva le sue ragioni. L’Italia di Mussolini aveva vilmente attaccato nel 1940 la Francia già sconfitta dalle truppe di Hitler. Nel 1942 aveva espanso i suoi confini fino al Rodano. Espansione effimera e pagata a caro prezzo con una catastrofica sconfitta.

Chiasso è la frontiera che da mezzo millennio significa Svizzera, banca, ricchezza, Europa. È la frontiera più innaturale del mondo. Non ci sono barriere geografiche che la segnino. Da una parte e dall’altra del confine si parla italiano, si pratica la medesima religione cattolica. Chiasso storicamente è nata come sobborgo di Como da cui dista 0.9 Km. Suttora ci racconta le curiose vicende che tra il 1100 e il 1400 porteranno alla separazione del Ticino dalla Lombardia. Le lotte fra i comuni della Lega lombarda e il Barbarossa che erano, nello stesso tempo, o prima ancora, lotte fra Milano e Como, città che in quegli anni si radono vicendevolmente al suolo. Alla fine Milano prevale. Ma in quel momento i comuni ticinesi (comaschi) si sottraggono alla sovranità Milano trovando più conveniente assoggettarsi alla nascente Confederazione Elvetica molto meno esosa nella tassazione. Dopo quell’epoca il confine italo-svizzero rimane fermo. Un confine ingarbugliatissimo di ben 750 chilometri con piccoli fiumi che entrano, escono e rientrano tra l’Italia e la Svizzera. Un confine militarmente indifendibile e, proprio per questo, immune da guerre e aperto alle comunicazioni delle popolazioni confinanti. Un confine accanto al quale sono state realizzate imponenti opere pacifiche come il traforo del Gottardo. Il Ticino nel tempo diventa il paradiso degli esuli politici e, a partire dal risorgimento, ospita Mazzini, Cattaneo, Garibaldi. Più avanti per gli anarchici e, dopo 1943 gli antifascisti.

L’Alto Adige non esiste. È un’invenzione letteraria del giornalista, fascista antemarcia, Ettore Tolomei (n. 1895) il quale nel 1906 ha ribattezzato anche il monte Klockerkarkopf col nome di Vetta d’Italia.

L’invenzione dei nomi in questione ci indica che la provincia di Bolzano non apparterrebbe geograficamente, storicamente e linguisticamente all’Italia. Il nostro libro ci offre un’occasione a meditare sui problemi, tuttora irrisolti, causati dalla La Grande Guerra. Come è noto, gli irredentisti italiani avevano convinto il governo a rovesciare le alleanze e a completare il Risorgimento con la conquista di Trento e Trieste, non certo Bolzano. Tuttavia il “Tirolo meridionale”, pur non essendo mai stato territorio italiano, è stato assegnato dai trattati di pace all’Italia in base al patto segreto di Londra del 1915. L’Italia nel 1918 era tra i vincitori ed ottenne quel territorio anche se, in base al principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli esso non le spettava.

– Il confine italiano del nordest è quello più sanguinoso del Novecento. A Gorizia nel 1916 muoiono 50.000 soldati italiani e 40.000 austriaci. Sull’Isonzo nel corso delle famose 12 battaglie muoiono 300.000 soldati tra italiani e austriaci. Battaglie tanto sanguinose quanto inutili.

L’Italia è tra i vincitori della Grande guerra. In nome di 650.000 caduti e del milione di feriti può occupare l’Istria e un bel po’ di Dalmazia. Ma anche in questo caso, come nel caso del Tirolo meridionale si tratta di una violazione del principio, adottato dalla Società delle nazioni, dell’autodeterminazione di popoli. Possono essere considerate italiane soltanto le città costiere ex veneziane. Ma dietro le città la popolazione è slava.

Il prezzo della violazione verrà pagato dall’Italia con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Essa non potrà più ottenere di conservare la sovranità neppure sulle suddette città costiere invocando il principio dell’autodeterminazione. Considerato che essa stessa lo aveva gravemente violato. L’applicazione avrebbe comunque comportato la cessione del Tirolo meridionale all’Austria. Ciò non avvenne, tra l’altro, perché il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, trentino, preferì conservare la sovranità sul Tirolo. Il risultato fu che duecentomila sudtirolesi di lingua tedesca rimasero sotto la sovranità italiana mentre duecentomila istriani di lingua italiana passarono sotto la sovranità Jugoslava. Occorre tuttavia rilevare che nel 1945 l’Austria era anch’essa uno stato sconfitto mentre la Jugoslavia del maresciallo Tito era tra i vincitori. Doveroso poi precisare e ricordare che i 200mila istriani assieme ad altri 150mila dalmati non rimasero in Jugoslavia ma scapparono, per sfuggire alla tripla pulizia (e polizia) di Tito: etnica, politica e religiosa.

Abbiamo indicato sommariamente soltanto alcuni dei temi affrontati dal nostro libro che, va letto con molta attenzione perché, come dicevamo, le notizie che ci fornisce sono davvero innumerevoli e molte di esse certamente sconosciute.

Un pregio dell’opera è senz’altro costituito dal fatto che essa ci presenta assieme alla grande storia di grandi popoli moltissime piccole storie di piccoli popoli. Tra queste ultime riteniamo meriti particolare attenzione quella della repubblica degli Escartons.

Nel 1343 a cavallo fra il Piemonte e la Francia, cinque valli con cinquanta comuni e 40.000 abitanti raccolti dal passo del Moncenisio fino al Monviso ottengono dal Delfinato francese una Grande charte in base alla quale cadono i diritti feudali, si instaura un’autonomia fiscale, e la democrazia diretta. I nobili perdono i loro privilegi. Si instaura quindi una “repubblica”.I capifamiglia ogni anno si riuniscono per eleggere un console. Gran parte delle decisioni sono prese mediante referendum. Il nome Escartons deriva dalla pratica “escarter” che significa dividere equamente le tasse. Gli Escartons maschi sono alfabetizzati al 90 per cento, le femmine al 35. All’istruzione provvedono maestri itineranti che tengono lezione di villaggio in villaggio.

La repubblica è laica e la pratica religiosa (cattolica o protestante) è libera e non dà motivi di conflitto. Esistono sistemi di “previdenza” a carico della comunità a soccorso di vedove e orfani e delle vittime di incendio. La repubblica dura fino al 1713.

Credo sia giusto ringraziare Mauro Suttora per averci narrato questa vicenda di questo piccolo-grande popolo dalla quale non sembra difficile trarre ottimi insegnamenti anche per la storia attuale.

Non spenderemo qui molte parole sul fatto che il libro, pubblicato in aprile 2021, contiene, dopo il 24 febbraio 2022, molti spunti di riflessione sul fatto che  i confini sono ridiventati fonte di guerra come agli inizi del secolo scorso.

(Mauro Suttora (Milano, 8 settembre 1959) è un giornalista e scrittore italiano. Dopo l’Ifg (Istituto formazione Giornalismo) di Milano lavora nel settimanale L’Europeo, dove dal 1983 al 1995 è redattore, inviato speciale e capo degli esteri; poi a Oggi, sempre nel gruppo Rcs. Ha coperto fra l’altro lo scandalo Bofors[1] e i traffici d’armi Valsella-Tirrena (1987), la guerra Iran-Iraq, la prima Intifada e la guerra civile in Libano (1988), la strage di piazza Tian an men (1989), la prima guerra del Golfo (1990), il golpe di Mosca (1991), le guerre jugoslave (1992-94), la liberazione del Kosovo (1999), la seconda Intifada (2001), le presidenziali americane (2004), l’inondazione Katrina a New Orleans (2005), il terremoto d’Abruzzo (2009), la guerra di Libia (2011), la strage Isis di Bruxelles (2016). Inviato alle Olimpiadi di Pechino (2008) e Londra (2012).Corrispondente da New York dal 2002 al 2006, collaboratore di Newsweek e columnist del settimanale The New York Observer.)

 

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