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Da 12 anni una famiglia lotta per la verità sulla morte del figlio in carcere

Attualità & Cronaca

Arriva alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo il caso di Luca Campanale, il 28enne che si impiccò a San Vittore. Nel 2014 per la prima volta ci furono delle condanne per i presunti responsabili di una morte in carcere, ma poi la sentenza venne ribaltata. La famiglia prova l’ultima carta 

 carcere di San Vittore

E’ da 12 anni che il padre Michele e i fratelli Andrea e Vincenzo chiedono che sia fatta giustizia, dal loro punto di vista, sulla morte di Luca Campanale che si suicidò impiccandosi nel 2009 a 28 anni nel carcere di San Vittore dove era recluso per uno scippo.

Ora, attraverso un ricorso firmato dall’avvocato Andrea Del Corno, la vicenda approda alla Corte europea dei diritti dell’uomo chiamata a dirimere un caso con esiti giudiziari ‘storici’ e controversi.

“Suicida perché gli fu tolta la sorveglianza ‘a vista’”

Nel 2014, in primo grado, una psicologa venne assolta mentre a una psichiatra furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo. Inoltre, il Ministero della Giustizia fu condannato al pagamento di una provvisionale da 529mila euro.

Fu, quella, la prima volta che un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo per un suicidio dietro le sbarre.  Ma in appello, confermato dalla Cassazione, entrambe le imputate furono scagionate con la revoca delle statuizioni civili. Il ricorso punta su una “sequenza degli avvenimenti ritenuta di per sé esplicativa: Campanale si suicida il 12 agosto 2009 a mezzanotte e mezzo, dopo l’esecuzione del provvedimento di revoca della Sorveglianza a vista e della permanenza nella zona delle celle a rischio, quindi con declassamento del regime di controllo”.

“Numerosi atti autolesionistici prima del suicidio”

Responsabili sarebbero state, nella lettura della parte civile, le dottoresse R.D.S., psicologa, e M.M., psichiatra, perché avrebbero sottovalutato il rischio che il giovane si suicidasse.

In particolare, non avrebbero dato il giusto peso al fatto che Campanale fosse affetto da seri disturbi psichici e avesse compiuto “numerosi gesti autolesivi” nel carcere di Pavia dove era detenuto in precedenza. Dalla ricostruzione di Del Corno emerge che il 30 luglio del 2009 la psicologa “aveva revocato la sorveglianza a vista e l’inserimento nelle celle a rischio”, mentre la psichiatra “non aveva disposto alcun regime di sorveglianza ma aveva ridotto il presidio farmacologico sulla base di una non riscontrata alleanza terapeutica”.

Il 2 e il 4 agosto Campanale aveva compiuto “numerosi gesti autolesivi” senza che venisse cambiata la scelta di non sottoporlo a un’osservanza più stretta. In totale nel ricorso si citano nove episodi, documentati, di “reiterati gesti autolesionistici, aggressivi nei confronti di altri e tentativi di suicidio tra il maggio e l’agosto dell’anno in cui il giovane si tolse la vita.        agi


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