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Da oggi locali aperti per cenare. È una bufala?

Arte, Cultura & Società

di Evelyn Zappimbulso

Facciamo quello che i giornalisti alla moda chiamerebbero un esercizio di debunking: cioè lo smascheramento delle bufale. Non è vero che i ristoranti da oggi chiuderanno alle 22.

È una bugia, una fake news. Partiamo dall’inizio.
Il governo ha dato il via libera ai locali all’aperto fino alle 22 e, contestualmente, ha deciso di lasciare il coprifuoco alla stessa ora. Decisione incomprensibile e senza alcun supporto scientifico: il virus – a differenza dei negozianti – non ha orari di lavoro, non esce di casa alle 22:01 e non abbiamo evidenze sull’ora in cui si ritiri a vita privata, sappiamo invece che buona parte degli italiani alle 22 è ancora attovagliata nei ristoranti. Il buon senso direbbe: usiamo lo scontrino fiscale come passaporto, alle 21:59 (certificate) finisco di mangiare e poi torno immediatamente a rinchiudermi a casa, con doppia mandata e assi inchiodate alle finestre. Invece il governo dice: alle 22 devi essere già nella tua abitazione.

Vi sembra un’impresa impossibile? Infatti lo è. Quindi, a rigor di logica, i ristoranti tireranno giù le saracinesche molto prima di quanto previsto dalla legge. Perché, a meno che i clienti non abitino nello stesso edificio (nasceranno le osterie condominiali?), abbiano il teletrasporto o decidano di dormire sui tavoli (all’aperto e magari sotto la pioggia), dovranno ingozzarsi e uscire dal locale ben prima delle 22.

Ricapitoliamo, perché sembra una di quelle scenette velocizzate alla Benny Hill, ma è tristemente reale: uno va al ristorante, trangugia antipasto, primo, secondo e dolce con un imbuto, paga, e poi si catapulta in auto per raggiungere il proprio domicilio il più presto possibile, trasformando i centri cittadini in piste per la 24 ore di Le Mans. Con vette di traffico, tra le 21:30 e le 22, che non si vedevano nemmeno a Milano durante il Salone del Mobile, quando si poteva fare… Immaginiamo già le proteste degli ambientalisti che si lamenteranno per l’impennata improvvisa di CO2. Una prospettiva di cena allettante solo per chi produce Citrosodina o farmaci antiemetici, tutti gli altri preferiranno sorbirsi, con tutta calma, un brodino nel tinello della propria casa. Col paradosso che questa scelta scellerata ingenera altre disuguaglianze: è più avvantaggiato chi abita in città di chi abita fuori porta; chi può spostarsi velocemente di chi rincasa a piedi, chi esce presto dal lavoro di chi finisce tardi.

Facciamo un altro esempio che rende l’idea del cortocircuito assoluto: un ristoratore ha un bel locale in mezzo al verde, con un grande spazio all’aperto che permette un notevole distanziamento anti Covid. Il locale ideale nell’era della pandemia. Ma c’è un problema: è a 40 minuti dal centro abitato. Provate a dirgli che può tenere aperto a cena fino alle 22, come dice la legge. Vi risponderà che al massimo può offrirvi il tè delle 17, una merenda o uno spritz bevuto in velocità e poi deve chiudere i battenti. Un grande caos e l’ennesima batosta che piomba sulla testa di un settore già massacrato.

Spiace dirlo, ma il governo si è perso in un bicchier d’acqua che, a giudicare dal mesto spirito dei tempi, dovrà essere per decreto naturale e a temperatura ambiente.


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