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Del cielo sopra Stresa e del mare avanti a Ceuta

Politica

di Renzo Balmelli  

FRAGILITÀ. Quando sopra Stresa, famosa località a vocazione diplomatica e turistica, si spezza un cavo d’acciaio ritenuto indistruttibile, si spezzano vite, famiglie, certezze. Negli eventi drammatici che coinvolgono centinaia di bambini, c’è sempre un’immagine simbolo destinata a sollevare infiniti “perché”, molto spesso condannati a rimanere senza risposta. Ciò fa si che la storia di Eitan, il piccolo israeliano sopravvissuto allo schianto del Mottarone, e quella del bebè salvato dalla furia del mare davanti a Ceuta dove i migranti cercano scampo, coincidano e siano il riflesso di un drammatico concorso di circostanze e di dolore che nessuna pietosa bugia riuscirà a lenire il giorno in cui conosceranno la verità. Entrambi, venuti da regioni turbolente, sono il simbolo della vita con le sue fragilità, rese ancora più drammatiche dalle umane follie, di fronte alla quali non possiamo che dichiararci impotenti. E non si maledica la fatalità, perché la fatalità qui non centra nulla, proprio nulla. 

AGENDA. Con la conferma del prossimo vertice russo-americano a Ginevra, la diplomazia prova a riaccendere i suoi motori, piuttosto ingolfati negli ultimi tempi. La scelta della città svizzera, sede tradizionale di simili eventi in un territorio che più neutrale non si può, potrebbe segnalare la volontà di riprendere il dialogo in modo serio. Sarà il primo faccia a faccia tra Biden e Putin e l’agenda dei colloqui è talmente fitta da chiedersi se davvero usciranno risultati concreti a breve scadenza. In passato, con altre amministrazioni, Mosca e Washington riuscirono ad archiviare la guerra fredda. Nel frattempo però il clima è tornato a surriscaldarsi in seguito alle bizzarre iniziative di Trump. L’interrogativo maggiore riguarda la definizione complessiva dei rapporti tra i due Paesi piuttosto tesi e che fatalmente si riverberano sugli altri temi, dall’accordo sulla non proliferazione nucleare, alla tenuta della tregua tra Israele e Hamas in un contesto, quello medio orientale, in cui la la pace resta ancora lontana. 

FOTTUTI. Il difficile equilibrio tra uomo, natura e clima torna al centro dell’attenzione dopo essere stato relegato in secondo piano dalla pandemia cha ha sovvertito le priorità. Se ne fa interprete la portabandiera svedese del movimento che riparte con rinnovata lena per la protezione dell’ambiente con misure appropriate. Gli avversari di Greta Thunberg si sono visti costretti a ingoiare il rospo quando si erano illusi di averla zittita. Lo sciopero per il diritto delle nuove e prossime generazioni a un futuro degno di essere vissuto, sta mobilitando i giovani di ogni parte del mondo e crea non pochi imbarazzi a chi nega la questione in nome di interessi indefinibili. Contro queste malsane tendenze la giovane attivista punta il dito e non esita a usare parole forti in voga nel vocabolario dei suoi coetanei per essere capita: “se non facciamo nulla contro la distruzione degli ecosistemi, saremo fottuti”. Voilà! A buon intenditore… con tutto quel che segue! 

OMBRE. Essere donna a metà dell’Ottocento non era impresa facile. A maggior ragione se significava muoversi in ambiti che i cosiddetti benpensanti ritenevano riservati unicamente agli uomini. Ci voleva dunque molto coraggio e una marcata indipendenza dai lacci e legacci di un’epoca conformista, nel volere sfidare la supremazia maschile da posizioni progressiste e riformatrici che la mentalità corrente deplorava.

Doti che non difettavano alla principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, esponente di punta della ribellione, anticipatrice di una femminilità moderna e libera, protagonista del Risorgimento e di una vita audace, ricca di passioni, che fece scalpore. Alla sua Milano, la città da sempre considerata la più avanzata e aperta del Paese, ma in questo caso non all’altezza della sua fama, è occorso un secolo e mezzo per ricordarla con una statua, la prima dedicata a un modello femminile, unica – pensate – tra 121 figure maschili.

Un riconoscimento a dir poco tardivo delle donne e del loro avvenire ancora oggi non privo di ombre. 

TURBINE. Pur non essendo una regola scritta, il giro di boa dopo i fatidici, primi cento giorni è ormai una prassi che la politica ha accettato. Gli scorsi giorni vi è passato anche Mario Draghi, uscendone indenne e con una pagella soddisfacente, anche se resta ancora molto fa dare. L’esito dell’esame non tragga infatti in inganno. Il giudizio resta sospeso per un esecutivo in grado di raccogliere consensi, ma che nei prossimi mesi si appresta ad affrontare parecchie insidie. Prima fra tutte la delicata strategia finale per mettere al sicuro il Recovery Fund. Ovvero una montagna di soldi da amministrare con oculatezza per permettere la corretta circolazione delle risorse.

A tale proposito, ora più che mai, per il Presidente del Consiglio vale l’antica massima secondo la quale “dagli amici mi guardi Iddio, che ai nemici ci penso io”. E ne ha ben donde, trovandosi fin da quando è arrivato a Palazzo Chigi in un turbine di speculazioni alimentate da coloro che lo spingono verso il Quirinale, in un subdolo gioco di ambizioni personali alle quali non dovrebbe essere appeso il futuro del Paese.

Meglio sarebbe lasciarlo lavorare in pace per portare a compimento l’opera iniziata alla guida del governo. Poi si vedrà.


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