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È boom per le semine, dal +5% per il girasole al +16% per la soia

Economia & Finanza

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alle ore: 07:28

Nonostante l’aumento dei costi la campagna sarà più ampia con il via libera dell’Unione europea all’uso in Italia di altri 200mila ettari di terreno.

AGI – Al via le semine di primavera in Italia con gli agricoltori che spingono sulle produzioni di soia (+16%), mais (+1%) e girasole (+5%) per fare fronte al caro prezzi e garantire le forniture alimentari alle famiglie dopo gli sconvolgimenti dei mercati mondiali determinati dalla guerra in Ucraina.

E’ quanto emerge dall’analisi di Coldiretti sull’ultimo “Short term outlook” della Commissione Ue sui mercati agricoli nel 2022 che evidenzia una ripresa delle coltivazioni nonostante l’impennata dei costi a causa dei rincari di sementi, fertilizzanti e gasolio necessari per le operazioni colturali con circa 1/3 delle aziende nazionali (30%) che si trova costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo.

La semina è un momento importante per contrastare gli sconvolgimenti in atto sui mercati mondiali con l’aumento congiunturale record dei prezzi dei prodotti agricoli del 12,6 % rilevato dal paniere della Fao ma anche la preoccupante carenza di forniture provenienti da Russia e Ucraina dalle quale arrivavano complessivamente in Italia il 13% delle importazioni di mais e il 4,2% di quelle di grano e ben il 60% dell’olio di girasole, secondo il centro studi Divulga.

Secondo le proiezioni della Ue – continua Coldiretti – il raccolto italiano di soia destinata all’alimentazione degli animali, dovrebbe superare il milione di tonnellate su oltre 290mila ettari coltivati, quello di girasole sfiorerà le 300mila tonnellate su 122mila ettari mentre la produzione di mais sarà di oltre 6,1 milioni di tonnellate su più di 600mila ettari a livello nazionale, nonostante l’emergenza siccità che continua ad interessare importanti aree del Paese a partire dalla pianura padana.

Un trend favorito anche dal via libera dell’Unione europea alla semina in Italia di altri 200mila ettari di terreno per una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione, in modo da ridurre la dipendenza dalle importazioni dei principali prodotti agricoli in Italia e nell’Unione Europea.

Va peraltro segnalato che tra pochi mesi inizierà la raccolta del grano seminato in autunno in Italia e secondo l’Istat si stimano 500.596 ettari a grano tenero per il pane, con un incremento dello 0,5% mentre la superfice del grano duro risulta in leggera flessione dell’1,4% per un totale di 1.211.304 ettari anche se su questa prima analisi pesano i ritardi delle semine per le avverse condizioni climatiche che potrebbero portare a rivedere il dato al rialzo.

Un trend che contribuisce a ridurre la dipendenza dall’estero in una situazione in cui l’Italia è diventata deficitaria in molte materie prime e produce appena il 36% del grano tenero che serve per pane, biscotti, dolci, il 53% del mais per l’alimentazione delle stalle, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo.

L’Italia in particolare è costretta ad importare materie prime agricole a causa – precisa Coldiretti – dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni durante i quali è scomparso anche un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati.

La guerra – sottolinea Coldiretti – ha provocato uno shock dei mercati mondiali con Russia e Ucraina che rappresentano il 16% degli scambi di mais (30 milioni di tonnellate) e il 65% delle vendite di olio di girasole (10 milioni di tonnellate) con una impennata dei prezzi di materie prime ed energia che sta mettendo in difficoltà l’Unione europea.

Uno tsunami che si è abbattuto anche sulle aziende agricole italiane con rincari delle spese di produzione che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio con incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro in media, secondo lo studio del Crea dal quale si evidenzia che ad essere più penalizzati con i maggiori incrementi percentuali sono proprio le coltivazioni di cereali come il mais.

“Bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi sia immediati per salvare le aziende che strutturali per programmare il futuro del sistema agricolo nazionale, mentre a livello comunitario servono più coraggio e risorse per migliorare la nostra sicurezza alimentare riducendo la dipendenza dalle importazioni dei principali prodotti agricoli e dei fattori produttivi” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorrono investimenti per aumentare la produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità ma bisogna anche sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della biodiversità e come strumento di risposta ai cambiamenti climatici.

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