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Esistono libri necessari? Ed ancora i libri sono necessari?

Arte, Cultura & Società

Una importante critica alla scrittura è il mito di Theuth nel Fedro di Platone. Questa è la risposta del re a Theuth, che gli aveva portato in dono la scrittura: “Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale.

Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria.

Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti”.

Una volta a tal riguardo la professoressa di Biologia ci raccontò che quando insegnava in Somalia gli studenti molti anni fa non disponevano di carta e penna, ma a forza di esercitarla avevano una memoria fotografica e si ricordavano tutto a mente.

Come si usa dire “verba volant, scripta manent”, che tutti traducono oggi con “le parole volano, gli scritti restano”, ma che originariamente significava che l’oralità rispetto alla scrittura si diffondeva più rapidamente. Nell’antichità ad esempio le notizie si propagavano molto più velocemente di bocca in bocca che con le lettere. Chi legge molti libri non sempre li interiorizza, li metabolizza, ma questa non è una scusa buona per non leggere. È vero che le nozioni possono sempre non integrarsi tra loro o interferire.

Questi sono i contro, ma ci sono anche i pro. Chi legge è più capace di cogliere i nessi e conosce in genere più cose, anche se in qualche ramo dello scibile oggi anche i più acculturati sono sempre analfabeti di ritorno ed anche se è difficile avere oggi un insieme organico e ben strutturato di conoscenze. A mio avviso il gioco vale la candela perché qui si tratta di scegliere se diventare lettori o scriventi confusi, per dirla in termini televisivi “blobbati”, oppure ignoranti, succubi del potere e perciò lobotomizzati da esso. Oggi la scrittura è diffusa non solo per la scuola e il lavoro ma anche nel tempo libero. Chi chatta, chi invia sms, chi usa i social media, chi fa ricerche su Google usa la scrittura, che un tempo era prerogativa di pochi dotti ed oggi forse finisce per essere totalmente svalutata e poco considerata in questa civiltà dell’immagine.

Oggi è sempre la televisione a fare da padrona, anche se non è più la regina incontrastata delle mode, dei tormentoni, dei neologismi, dato che il web è entrato prepotentemente a far parte della vita dei più giovani. Comunque molti prendono a prestito nella vita quotidiana le espressioni del piccolo e grande schermo.

Gli stessi scrittori per vendere più copie sono obbligati dalle case editrici ai passaggi televisivi, alle ospitate. Tutti o quasi ad esempio conoscono la fraseologia di “Uomini e donne” della De Filippi: “No. Maria, io esco”, “c’è chimica tra noi”, “gli è partito l’embolo”, “fate troppi teatrini”, “ecco la mummia”, “sei qui solo per le telecamere”, “sei qui per business”, “ho spulciato il tuo Instagram”, “perché non mi hai portato in esterna?”, “tu vuoi solo il trono”, “se vuoi Gianni ti porto il telefono e ti faccio leggere tutti i messaggi”, “è un no sicuro”, “siamo stanchi di vedere i tronisti che vanno a prendere fuori dallo studio le corteggiatrici”. Cosa voglio dire riportando ciò? Volenti o nolenti, sono i programmi televisivi che fanno audience a creare nuovi modi di dire e nuovi termini che finiscono nel vocabolario Treccani.

Dei virtuosismi letterari non importa più a nessuno. Bisogna farsene una ragione. Un poeta rarissimamente può rinnovare e rivitalizzare il linguaggio comune.

Al contempo oggi non viene considerato oggettivo tutto ciò che veramente è oggettivo, ma anche e soprattutto ciò che viene imposto dall’alto, in questo caso dai mass media. La letteratura non ha più questo potere. Oggi non valgono più la metafora e l’affabulazione.

Sono i brand le vere icone postmoderne. Per il resto c’è molta confusione. Al mondo di oggi è vero tutto ma anche il suo contrario. Poco può la cosiddetta verifica dei fatti di fronte ad una valanga inenarrabile di fake news, che disinformano i cittadini.

Gli intellettuali dal canto loro si danno la zappa sui piedi spesso. È una strana razza l’intellettuale italico: più scrive in modo incomprensibile e più riceve il plauso dei suoi simili, venendo ritenuto sempre più intelligente e più colto. Così facendo però diventa sempre più impopolare.

Ma a chi interessa della scrittura e della lettura di libri oggi? A pochi sinceramente. La scrittura e la lettura di libri danno ad ogni modo noia al potere, a questa società consumistica in cui bisogna lavorare e consumare senza riflettere.

La cultura umanistica è innanzitutto riflessione, ponderatezza, contemplazione, senso critico, ricerca. Tutte qualità che stridono con i dettami della società di massa attuale, sempre più spersonalizzante.

La cultura umanistica ci ricorda che siamo mortali, mentre questa società rimuove completamente la morte, inneggiando e celebrando ossessivamente la vita.

Tutto sembra procedere tranquillamente. Ma basta che qualche cellula del corpo impazzisca. Basta una fatalità. La morte è sempre in agguato.

È una fortuna essere in vita. Eppure raramente ci pensiamo. La nostra precarietà rimane sempre sottotraccia. La cultura umanistica scava e scopre la nostra paura della morte, ciò che la società ogni giorno copre con i suoi imperativi, le sue costrizioni, i suoi divertimenti, le sue distrazioni.

È per tutti questi motivi che la cultura umanistica è una attività sempre più marginale.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale


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