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Evadere dal nulla

Arte, Cultura & Società

Siamo nel nuovo anno, del vecchio restano pesanti eredità e a tratti l’impressione che si sia solo sostituito il 2 all’1 finale. In ossequio ai divieti uno sproposito di fuochi d’artificio ha illuminato la notte dell’ultimo dell’anno, dal balcone di casa ho goduto degli effetti luminosi di questa pratica esorcistica. Un anno, quello appena scacciato, in cui si sono incrinate certezze e messe in discussione stili di vita a tratti irriguardosi del futuro di chi prenderà il testimone dalle nostre mani.

Maledizioni e imprecazioni in direzione, alternativamente, del virus e dei politici, preghiere e auspici indirizzati a chi speriamo che esista e alla fine il grande dilemma: Ne usciremo? Se si, cosa resterà di noi? Abbiamo imparato che dal passato non impariamo nulla e che nel presente se non ne siamo toccati personalmente facciamo fatica a credere che stia avvenendo veramente.

Ho sempre auspicato il mantenimento delle distanze soprattutto quando l’ interlocutore ha bisogno di toccarti in continuazione per tenere vigile l’attenzione su cose che non ti interessano. Un po’ meno e decisamente esagerato mi sembra l’atteggiamento di chi oggi incrociandoti per strada ha ripreso a guardarti con sospetto e se non può cambiare marciapiede si appiattisce contro il muro riducendo, nella sua testa, i rischi di un contatto. Scomparsi gli striscioni “andrà tutto bene” il pensiero di cui un po’ ci vergogniamo è: “Speriamo che io me la cavo”.

Siamo in inverno, mi torna in mente la stagione dei bagni; senza permessi edilizi ho costruito in riva al mare castelli e fortilizi di sabbia che duravano il tempo di una mattinata e dopo, dopo il tutti liberi siamo tornati a mascherarci e a sperare che “tutto andrà bene” questa volta però senza striscioni e festival canori tra condomini. Sono, siamo tornati a “Carcerazioni preventive” alla passeggiata sospettosa, a riconoscere malgrado la mascherina chi incontriamo…alla distanza.

Credo nelle vie di fuga dal presente senza necessariamente diventare nostalgici del già vissuto, imparare a convivere con il presente cercando di curare il pessimismo e di guardare con distaccato disincanto le certezze che si sono via via polverizzate.

Riflettere troppo analizzando i tempi che stiamo vivendo potrebbe a tratti apparire come una operazione per farsi del male, in parte mi sento tradito dal tempo che si dissolve, deluso da chi ha occupato enormi spazi temporali in televisione in dispute che provocano disorientamento, da una religiosità fai da te e a convenienza e in ultimo e non meno importante da una età che avanza e che non lascia presagire ottimistici orizzonti. Nel gioco della vita cercherò “Arbitro” permettendo di fruire di qualche recupero nei tempi supplementari. Nel mio libro “Abbracci d’Autunno. Cercando nuove primavere” nel titolo un auspicio, attraverso riflessioni in versi e prosa un inno alla vita attraverso la ciclicità delle stagioni lasciando la porta aperta alle speranze di rinascita.

Interpretare i grandi temi del presente è una ardua sfida, sul futuro neanche ci provo e per evitare figure mi accompagno nelle mie lunghe passeggiate a interlocutori di finzione ed è così che converso con un me stesso con il quale traccio bilanci provvisori del mio passaggio in questa vita e poi con un altro me stesso che si affaccia per privilegio anagrafico alle sfide della quotidianità a cui suggerisco strade alternative a quelle da me percorse perché non sempre tentare di essere nel giusto è la cosa giusta, con quest’ultimo non posso però fare a meno di consigliare di vincere le aridità del quotidiano attingendo alle energie spirituali che deve coltivare andando oltre il senso dell’immediato.

L’anno appena trapassato mi fa pena, non era nato sotto i migliori auspici e poi ….poi lo sappiamo come è andata, le cattive compagnie, la malattia, la speranza smarrita lo hanno portato alla rovina trascinando nelle sue rovinose cadute tante incolpevoli vittime.
L’anno brutto è finito? Non ho una risposta, solo una speranza.

Giuseppe Selvaggi


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