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Falkland, 40 anni fa la guerra degli sconfitti

Mondo

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alle ore: 07:30

 Nell’aprile del 1982 iniziò il breve conflitto tra Argentina e Gran Bretagna per il piccolo arcipelago che, per un misto di nazionalismo e difficoltà interne, un gruppo di generali argentini pensò di riprendersi e, allo stesso modo, Londra non volle mollare

Soldati impegnati nel conflitto delle isole Falkland

A voler stabilire un parallelo con l’attuale guerra in Ucraina, se ne troverebbero fin troppi: segno che nessuno in fondo è del tutto calzante. Ma colpisce, rattristisce e in ultima svilisce ogni possibile grandezza attribuibile a un conflitto (o almeno all’idea che ne possiamo avere adesso, dopo tanti anni) che sotto sotto la Storia si ripete, e che non c’è niente di peggio per scatenare una guerra di un misto di nazionalismo e sondaggi in decrescita. O anche niente di meglio: è questione di punti di vista.

Era, si diceva, l’aprile di quarant’anni fa. Un gruppo di presunti balenieri argentini fece finta di scendere ad un porto delle isole Malvine, che gli inglesi chiamavano Falklands, per prendere materiale da pesca regolarmente acquistato. Si badi: all’epoca la caccia alle balene era molto più tollerata dagli accordi internazionali. Solo che i presunti balenieri, arrivati a terra, ammainarono la bandiera inglese e innalzarono quella argentina, proclamando li distacco dell’arcipelago da Londra ed il suo ricongiungimento a Buenos Aires.

Inevitabile riavvolgere il nastro, e dedicarsi all’excursus storico-politico-geografico. Le Falklands sono un arcipelago in mezzo al nulla, in quel nulla che è il mezzo dell’Atlantico meridionale. L’Argentina è senza dubbio il paese più vicino, ma sono migliaia di miglia marittime. Le avevano addirittura scoperte i francesi con quel De Bouganville cui si deve la denominazione di una delle più belle piante da giardino esistenti in natura. Siccome lo scopritore era partito dal porto di Saint-Malo, le chiamarono Malouine, in spagnolo Malvinas.

Ma poi, complice la dissoluzione dei possedimenti latinoamericani di Madrid, arrivarono gli inglesi e ne fecero, nell’ordine, una base navale per il controllo delle rotte atlantiche e un potenziale carcere a cielo aperto, come la relativamente non lontana Isola di Sant’Elena. Fine dell’excursus.

I cittadini britannici che vi abitavano erano pochi, ma la cosa non giustifica il colpo di mano. Ma erano anche cittadini di Serie B, come anche i loro pari di Gibilterra, e la cosa agli occhi degli argentini era dirimente. Ai nostri era ben più dirimente che il regime militare di Buenos Aires, attaccato al potere in virtù della violenta repressione interna contro i partiti democratici, avesse bisogno di un modo di riguadagnare consenso, e in questi casi non c’è niente di meglio di una bella guerra. A Londra, però, Margaret Thatcher aveva un problema simile, e non si fece sfuggire l’occasione.

Era dal 1956, con la sfortunata spedizione a Suez, che gli inglesi non mettevano militarmente la testa fuori. Inoltre il diritto questa volta torto non gli dava, essendo le Falklands in tutto e per tutto Regno Unito dal punto di vista giuridico. Quindi contro i balenieri partì la flotta, con tanto di sottomarini nucleari e caccia Sea Harrier a decollo verticale, roba che nessuno aveva mai visto prima. Era ancora un tempo in cui da Londra arrivavano le novità

Poi, siccome dell’ultima guerra imperiale si trattava anche se nessuno a Downing Street voleva ammetterlo, furono aggregati alle truppe due elementi di particolare importanza: i Gurka nepalesi, squadre di incursori tagliagole di particolare efficacia, e un principe figlio di Elisabetta che si chiamava Andrea. Guidava un caccia e le ragazze di allora lo giudicavano bello come il sole. Partì la flotta da Plymouth e dalla banchina decine di ragazze dalla pelle bianca come la luna si strapparono letteralmente le camicette mostrando rosei capezzoli ai giovani eroi in partenza.

Qualcuno lo prese come un segno di mollezza debosciata frutto degli anni della Swinging London appena tramontata. Non aveva capito nulla, quel qualcuno: era un antico rituale celtico che si ripeteva, per l’ultima volta, sotto le stelle di Albione. Rule Britannia.

Dall’altra parte dell’Oceano e dell’Orbe terraqueo gli argentini facevano lo stesso, ma con maggior compostezza. Nel senso che Galtieri, il generale dalle mani sporche del sangue dei desaparecidos, incassava il consenso dei partiti politici: posti fuori legge ma sempre più forti e presenti nella società.

Raul Alfonsin, che gli sarebbe succeduto alla Casa Rosada come il presidente del ritorno alla democrazia, era tra i più convinti sostenitori della causa delle Malvinas. Sarebbe stato anche il principale beneficiario della loro definitiva perdita, perché se la guerra durò due mesi (gli inglesi si aspettavano una passeggiata, ma non lo fu) alla fine l’ordine regnava comunque a Port Stanley, che da allora non si è più chiamato Puerto Argentino nemmeno per i più arditi.

Galtieri durò ancora pochi giorni, la dittatura un anno scarso. Da allora i generali argentini non sono più usciti dalle caserme e non si può che aggiungere: per fortuna, dacché i desaparecidos sono stati almeno 15.000 ma qualcuno dice il doppio.

Ma, a guardar bene, la sconfitta non risparmiò nemmeno il vincitore, se è vero che Andrea, il bell’Andrea, ora deve difendersi da ben altri attacchi nelle aule dei tribunali, e se persino Margaret Thatcher nel 1997 ha dovuto ritirarsi da Hong Kong: l’ultima, piccola, deliziosa perla dell’Impero.

E Londra, per sentirsi padrona in casa propria, ha dovuto lasciare l’Unione Europea, e magari se ne è pure pentita. Forse è per questo che Boris Johnson più passano i giorni e più diventa intransigente con la Russia. Non c’è nulla di meglio di un bel nemico esterno cui contrapporsi, quando ci si sente dimenticati dal grande flusso della Storia. Forget it, Britannia. agi

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