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Focus sullo spettatore culturale contemporaneo- Intervista a Gloria Bovio

Arte, Cultura & Società

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A cura di Mariangela Cutrone

Nel corso degli anni si è largamente analizzato il mondo culturale contemporaneo prestando però poca attenzione ai suoi fruitori. Numerosi sono gli interrogativi che ci si pone nei confronti dello spettatore contemporaneo che è esposto alla fruizione di una gamma di diversi prodotti culturali, anche in streaming. Di fatti con la pandemia inevitabilmente si sono largamente diffusi nuovi modi di fruire al mondo culturale odierno. È cambiato il modo di fare cultura e con questa evoluzione è mutato anche lo spettatore. Tutti gli interrogativi che ci poniamo riguardo al modo di partecipare al sistema culturale contemporaneo trovano risposte concrete e attivano innumerevoli spunti di riflessione grazie al libro intitolato “PostPubblicoLo spettatore culturale oltre la modernità”, il primo volume della collana “Sguardi Pubblici” edita da Mimesis, curata da Gloria Bovio, socio –fondatore e amministratore di Dialoghi d’Arte, il think thank che analizza il pubblico culturale e i consumi culturali.

Il volume PostPubblico nasce dai dialoghi e dalle riflessioni che hanno coinvolto tra il 2019 e il 2020 diverse figure intellettuali come critici, sociologi, antropologi, curatori di mostre, direttori di istituzioni culturali, impegnati a discutere e confrontarsi sul panorama culturale contemporaneo. Grazie a questo confronto multidisciplinare che è alla base di questo interessante libro è possibile ricavare una visione multisfaccettata e dinamica dello spettatore contemporaneo. Si delineano con grande accuratezza e professionalità i bisogni, le reazioni, i desideri e i comportamenti dello spettatore che inducono il lettore a mettersi in discussione e a riflettere su quanto sia importante essere “parte attiva” di un mondo culturale che è in grado di evolversi in base alla propria sensibilità e al bisogno di essere parte integrante di una comunità con la quale si condividono interessi e passioni.

Del progetto della collana “Sguardi Pubblici” edita da Mimesis, di come lo spettatore e il mondo culturale contemporaneo si stanno evolvendo ci parla Gloria Bovio in questa intervista ispiratoria.

Come nasce l’idea di creare questa collana di opere chiamata “Sguardi Pubblici”, una raccolta dedicata al mondo della cultura odierna, di cui Post Pubblico è il primo volume?

Ho costruito questa collana perché oggi tutti noi siamo pubblico di qualcosa più o meno consapevolmente. Lo siamo diventati da quando abbiamo avuto la possibilità di approfondire le nostre conoscenze in modo autonomo ed è stato più facile comunicare, informarci e fruire cultura autonomamente. Questo significa che, a parte i casi di emarginazione sociale, tutti siamo diventati spettatori, ma con un volto molto diverso rispetto a prima. Quindi questa è una collana che parla di noi.

Ci sono molti libri che raccontano di artisti, di curatori, di collezionisti, di individualità del modo dell’arte e della cultura, mentre quello del pubblico è un tema ancora poco indagato. E ho pensato fosse il momento per farlo, perchéé oggi più che mai ci riconosciamo attraverso la cultura e i consumi culturali.

In questa collana si osserva lo spettatore della cultura, delle arti classiche e delle arti contemporanee e questo viene fatto con un taglio multidisciplinare, cioè attraverso l’antropologia, la sociologia, la filosofia, la storia e la critica d’arte, il giornalismo e anche attraverso coloro che dirigono grandi istituzioni culturali e hanno esperienze dirette di pubblico.

Postpubblico è il primo volume ed è uscito proprio nel momento in cui abbiamo lentamente ricominciato a riappropriarci della nostra socialità e dei luoghi della cultura. Mi piace pensare che questo aggiunga alla collana un valore simbolico.

Come potremmo definire il mondo culturale odierno?

È un mondo sottostimato e bistrattato e che fa fatica a liberarsi di principi errati che si sono radicati soprattutto in Italia. È privo di politiche culturali e investimenti lungimiranti e infatti le amministrazioni, qualsiasi sia la loro appartenenza politica, al momento di fare tagli si accaniscono sulla cultura, perché non è considerata un bene primario. Ancora troppe persone credono che chi fa cultura debba essere pagato poco o nulla, come fosse un semplice hobby. E purtroppo spesso per portare avanti progetti culturali succede che in molti accettino di lavorare con uno stipendio ridicolo per il loro forte senso di responsabilità verso una comunità che di quel progetto ha bisogno.

E poi c’è un problema di contenuto delle offerte culturali il cui livello viene abbassato perché si guarda troppo spesso ai numeri di visitatori e al contenimento dei costi, a scapito della qualità del prodotto. Il rapporto costi ricavi di una mostra ad esempio deve tenere conto anche di tutte quelle ricadute in termini di benessere fisico, mentale e sociale della comunità che ne fruisce. Non sono valori immediatamente misurabili, ma ci sono e vanno considerati, ma questa è una pratica ancora lontana dal modo comune di intendere la cultura.

Quali sono i principali bisogni dello spettatore moderno?

Bisogna distinguere lo spettatore moderno dallo spettatore contemporaneo, quello che si è lasciato alle spalle la modernità. Lo spettatore moderno era quello ancora legato alle caratteristiche del ‘900, faceva parte del pubblico di massa, che fruiva quello che gli veniva offerto in modo unidirezionale. Significa che riceveva l’informazione via via sempre più velocemente dai mass media, ma non poteva rispondere. Le sue esigenze erano di partecipazione, ma in quel momento restavano perlopiù insoddisfatte. Già nei primi anni del ‘900 a dar voce a queste esigenze è stata l’arte contemporanea, anticipatoria del proprio tempo e dei problemi sociali presenti o prossimi a venire, come sempre è l’arte, a ogni epoca appartenga.

Nel corso della seconda metà del secolo scorso è successo che i principi della modernità si sono esauriti o liquefatti, per usare un termine caro a Bauman. A questo si aggiunge l’avvento del digitale e il fatto che la comunicazione fosse rapida e veloce e – soprattutto con la fase web 2.0 – abbiamo avuto la possibilità di rispondere all’informazione ricevuta, a rimbalzarla, a dire al mondo la nostra opinione. In quel momento non siamo più stati pubblico, ma Postpubblico, che non è il pubblico della postmodernità, ma è il pubblico oltre la modernità, che l’ha definitivamente superata. Il Postpubblico è un insieme di tanti pubblici differenziati e plurali, composti da singolarità capaci di prendere posizioni e direzioni diverse, di appartenere a uno o più pubblici. Appartenere a più pubblici significa aver perso la specificità, fruire di generi anche molto diversi tra loro e non di uno soltanto. In più sentiamo il bisogno di partecipare sempre più attivamente alla realizzazione dell’opera, vogliamo cioè essere protagonisti, attraverso la partecipazione fisica dei nostri corpi per lasciare il segno della nostra esistenza.

Si può parlare ancora di barriere come in passato nei confronti della fruizione del mondo culturale d’oggi?

Credo che mai prima d’ora la cultura sia stata così accessibile. Possiamo fruire in qualsiasi momento di moltissime offerte attraverso i nostri dispositivi, molte istituzioni hanno accesso libero e gratuito, il sistema dell’istruzione è inclusivo, non è perfetto, ma resta inclusivo.

Tuttavia, come dicevo, c’è un problema di qualità dell’offerta culturale, nel senso che spesso per rendere accessibile un prodotto a più persone si cade nella banalità, nell’abbassamento della qualità. Non ha alcuna utilità realizzare un progetto pensando solo alla quantità di persone che verranno raggiunte, senza tenere conto cosa resterà a quelle persone. Significa che non ha senso fare una mostra dove arrivano migliaia di visitatori se all’uscita avranno già dimenticato cos’hanno visto. Occorre sempre tenere conto delle ricadute educative e sociali.

Ma al di là di questi aspetti oggi le persone accedono alla cultura organizzandosi autonomamente in comunità culturali entro cui condividono interessi e passioni, per lavorare insieme e in rete in base ai principi dell’intelligenza collettiva e partecipativa. Creano contenuti o elaborano quelli esistenti. Pensiamo a quanti traducono i testi delle canzoni e li mettono in rete, oppure a tutto quello che viene caricato dalle persone su You Tube, come gli spezzoni di film o serie tv che troviamo all’indomani della loro uscita ufficiale. E pensiamo a Wikipedia, l’enciclopedia online a contenuto libero, collaborativa e gratuita, sostenuta dal lavoro di moltissime persone.

Significa che le persone sono passate da essere consumatori e navigatori del web, a prosumer di contenuti mediali attraverso siti, blog e social. Questo perché lo spettatore contemporaneo, dopo essersi liberato dalla grande massa moderna, sente la necessità di tornare a far parte di una piccola massa, una comunità con i suoi stessi interessi per innescare discussioni tra pari e nuove relazioni a distanza.

Quanto la pandemia ha influito sulla trasformazione del mondo culturale?

La pandemia ha accelerato processi che erano già in atto, ma che stavano procedendo lentamente. C’è stata una accelerazione della consapevolezza del pubblico sull’importanza della cultura, delle istituzioni verso le necessità del pubblico, per tutti una maggiore consapevolezza dei pregi e dei difetti del digitale. Spesso erano conoscenze che già c’erano, magari non note a tutti, ma a molti si. In ogni caso in questo tempo abbiamo avuto la conferma di quanto la cultura sia un bene primario, quanto la fruizione culturale sia relazione, quanto siamo esseri bisognosi di socialità e quanto abbiamo bisogno di essere pubblico che partecipa fisicamente all’esperienza culturale.

Ma abbiamo anche capito di quanto già potessimo fruire digitalmente di archivi, collezioni, film e quanto il digitale sia importante per la cultura se proposto con intelligenza e al contrario possa annoiare se messo in rete senza un progetto strutturato. E infatti le proposte non pensate sono morte sul nascere, mentre quelle che avevano dietro una programmazione antecedente alla chiusura dei luoghi della cultura o che sono state pensate all’ultimo ma con intelligenza esistono ancora oggi.

In questa epoca in cui lo spettatore è spesso considerato un consumatore si può considerare la presenza di una forma di manipolazione alla base del sistema culturale?

È un argomento complesso su cui si rende necessaria una distinzione tra il mondo della cultura che vuole educare il pubblico e l’industria culturale che lo vuole intrattenere vendendogli prodotti paraculturali. In questo secondo paradigma noi siamo considerati semplici consumatori spinti da logiche di mercato spesso poco condivisibili, che ci manipolano. Siamo cioè portati ad acquistare prodotti facilmente fruibili, da consumare voracemente per poter passare ad altri subito dopo. Non vanno oltre al puro intrattenimento, lasciano poco o nulla, l’unica funzione è quello di tenerci agganciati e indurci a un acquisto successivo.

Ma esiste anche un sistema di pratiche virtuose che anziché rispondere alle sole logiche di mercato, ha obiettivi educativi e informativi del pubblico. Non raccolgono le masse, hanno un pubblico con numeri decisamente più piccoli, ma sono fondamentali per tenere alto il livello culturale del nostro Paese.

Com’è l’andamento della partecipazione del pubblico agli eventi in streaming che negli ultimi due anni si è molto diffusa?

Durante la pandemia siamo stati travolti da cose che accadevano solo in streaming e abbiamo sentito una forte mancanza della nostra presenza fisica all’evento. Appena siamo tornati a riempire i teatri, i cinema e i musei ci siamo riappropriati delle nostre relazioni sociali e ora sappiamo quanto siano importanti. Tuttavia nel momento in cui siamo tornati in presenza, non abbiamo messo da parte lo streaming perché abbiamo capito quanto sia utile. Voglio dire che se mi trovo a Milano e voglio ascoltare un dibattito a Roma, lo streaming va benissimo. Mi evita di prendere un treno facendomi risparmiare tempo, energie, soldi. Ma costa in termini di relazioni sociali e di attivazione di immaginari creativi che da casa fanno fatica ad attivarsi. Questo significa che alla fine c’è un compromesso con la conseguente coesistenza delle due formule, esattamente quello sta succedendo con lo smart working, per cui ci sono molte persone che non vogliono abbandonarlo del tutto.

Secondo lei la fruizione culturale on line in streaming è passiva o attiva?

Dipende dal tipo di proposta, da come si interfaccia con il pubblico e da come viene vissuta dallo spettatore. In un evento streaming live ad esempio si forma una momentanea micro comunità di persone che hanno le stesse passioni e stessi interessi, che possono chattare, fare domande, dire la propria opinione. E questa non è certo una fruizione passiva. Se invece non è possibile intervenire ma è possibile solo ascoltare o vedere senza che dall’altra parte si percepisca la reazione del pubblico allora è come guardare una serie tv. Però non dobbiamo dimenticare che anche la fruizione che non consente l’interazione fisica, se è una proposta intelligente, attiva comunque un immaginario e un coinvolgimento non fisico ma emotivo, che interviene nel processo di costruzione del proprio capitale culturale e del proprio io e dunque sarebbe riduttivo e semplicistico definirla fruizione passiva.

Essendo molto impegnata nel mondo culturale come socio-fondatore e direttore di Dialoghi d’Arte, think tank sul pubblico della cultura e sui consumi cultura, quando e come è nato il suo interesse nei confronti della cultura?

Nasce dal fascino che le persone colte che ho incontrato hanno saputo trasmettermi. E la mia attenzione allo spettatore deriva dal mio essere parte di un pubblico dell’arte contemporanea che pur essendone incuriosito, all’inizio non riusciva a capirne il senso, a riconoscerla come arte. Così ho iniziato a studiare arte contemporanea, a vedere mostre, collezioni, a leggere, ad assistere a presentazioni e più capivo, più mi appassionavo. Superato lo scoglio della comprensione dell’arte contemporanea su cui ho scritto un libro – edito da Corraini Considerazioni Intempestive. Riparlare dell’arte contemporanea – ho iniziato ad allargare i miei orizzonti e a dedicarmi al pubblico della cultura. Ho diretto per cinque anni la Fondazione Cultura Noli e poi ho fondato Dialoghi d’Arte mettendo al centro dei miei interessi le persone e i loro consumi culturali.

Quanto conta la formazione per diventare un operatore culturale di successo al giorno d’oggi?

Nonostante la cultura contemporanea ci abbia abituato a pensare che possiamo costruire facilmente e in modo autonomo il nostro profilo culturale, è ancora importante seguire un percorso formativo preciso, coerente e strutturato. Le università offrono la possibilità di ricevere una formazione anche molto diversificata e questa è un’opportunità preziosa. Poi bisogna viaggiare, vedere altre realtà, non fermarsi mai.

Un consiglio che darebbe ad un giovane che vuole costruire una carriera nel mondo culturale odierno….

Avere uno sguardo trasversale, andare in profondità delle cose con un approccio multidisciplinare.

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