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Francavilla di Sicilia. Tra Storia e leggenda nel medioevo siciliano

Sicilia

Il fazzoletto di case noto come Floresta (ME), meno di 500 abitanti, rappresenta il comune più alto della Sicilia (m.1275). Qui, più precisamente in località Serra Baratta, nasce il fiume Alcantara le cui acque dopo un percorso di 53 chilometri affluiscono nel mare Ionio, proprio a ridosso di Giardini Naxos, erede riflessa della Naxos greca fondata dal navigatore Teocle.

Gran parte del territorio che fa da corona al fiume, è noto come Valle Alcantara al cui interno è stato istituto l’omonimo Parco Fluviale che tra le sue bellezze vanta le mitiche Gole di Larderia (o Gole dell’Alcantara), alte sino a 25 metri e costituite da basalto vulcanico eroso e scolpito dallo scorrere del fiume da cui prendono il nome.

Al centro di tutto ciò la “Perla dell’Ancatara”, vale a dire l’abitato di Francavilla di Sicilia (ME), poco più di 3500 abitanti, arricchito dai resti un vecchio castello medioevale e da un convento, in ottime condizioni, adibito a museo e non più abitato da alcuna fraternità francescana, dopo la morte dell’ultimo frate custode e indiscusso animatore, padre Concetto Lo Giudice da Linguaglossa (CT).

La cittadina nel cui territorio, in zona Portella Mandrazzi, trovasi la demarcazione tra i monti Peloritani ed i Nebrodi, è priva di fonti storiche precedenti al medioevo, anche se di recente sono stati rinvenuti in zona reperti archeologici risalenti al quinto secolo a.C. Questi fanno presupporre l’esistenza di un insediamento greco che meriterebbe maggior approfondimento ed attenzione.

Non per nulla da qualche anno è sorto un museo volto a raccogliere sistematicamente tutto ciò che nel tempo, nel corso di diverse campagne di scavo, è stato rinvenuto. Piacerebbe tanto poter dimostrare che qui sorgeva l’antica “Kallipolis”, la mitica quanto non identificata città che i calcidesi costruirono nell’entroterra dopo aver fondato Naxos sulla costa, ma non ci sono prove. Chissà se futuri studi potranno legare Francavilla Sicilia direttamente alla prima colonia greca di Sicilia, Naxos per l’appunto. Un legame che ad esempio Giardini non può vantare, giacché, pur se nel suo odierno territorio, si trova la zona archeologica naxiota, non va dimenticato che una volta rasa al suolo la polis, per mano dei siracusani, i pochi superstiti si sparpagliarono nell’entroterra e oltre (Taormina, Castiglione di Sicilia, Milazzo, Naso, Reggio Calabria, Crotone) e non risulta fecero ritorno nella baia di Schisò.  

Dall’età normanna in poi, si hanno notizie più certe di questo borgo nato agli albori dell’anno mille all’ombra del suo castello fatto costruire dagli Aragonesi o dagli Altavilla (i pareri sono discordi) punto di riferimento politico e amministrativo per l’intero contado di cui era a capo.  Il passaggio di gente proveniente dal nord Italia, non ha lasciato, in questo territorio, solo manufatti e usi, ma anche la tradizionale parlata galloitalica di Sicilia, una lingua alloglotta (non tipica della zona quindi), importata attraverso l’emigrazione Nord-sud, di coloni e soprattutto soldati provenienti ad esempio dal Monferrato (Piemonte), dalla Liguria e in parte anche da Lombardia ed Emilia. Purtroppo oggi, in Francavilla Sicilia non v’è più tradizione orale di quanto sopra, mentre qualche segno della parlata si ravvisa ancora nella non distante Roccella Valdemone e maggiormente verso Montalbano Elicona. Cadenze, parole, frasi idiomatiche che vanno perdendosi così com’è accaduto al magnifico “grecano” della Calabria.

E’ di questo periodo che poco più discosto dall’abitato, in zona Badiazza, san Cremete fonda una dei più antichi conventi fortezza della Sicilia; costruzione ormai completamente scomparsa e non adeguatamente valorizzata per ciò che ne resta.

Gli anni d’oro, Francavilla di Sicilia, li deve soprattutto a un membro della ricca famiglia Ruffo, questa di origini calabresi ma con ramificazioni familiari anche in Sicilia. Casato ricco e potente. Con interessi economici ramificati in diverse attività che non trascuravano neppure il commercio della neve, rappresentò una prosperità per la cittadina dell’Alcantara, che grazie Giacomo divenne un centro importante per l’omonima valle. Sulla scia di quanto già fatto dal nonno materno Antonio Balsamo, il giovane, divenuto visconte grazie a questa “signoria”, munificò architettonicamente il centro urbano, arricchendolo e ampliandolo.

Non ostante ciò, gli abitanti non amarono mai d’essere “soggetti” a un “signore” locale, tanto che in più occasioni chiesero alle autorità regie del tempo di poter tornare ad essere terre demaniali e quindi soggette unicamente al sovrano, come lo erano stati nel 1398 per poi essere assegnati alla “Camera Reginale” per un secolo, a partire dal 1408. Un’istituzione questa volta a creare una “dote”, come regalo di nozze, a favore della regina. Erano dei feudi i cui territori la sovrana amministrava a piacimento tramite governatori. Ma anche questa forma di vassallaggio più vicina all’istituzione demaniale che non alla signoria, non fu gradita ai francavillesi che, nel 1509, tornarono ad insistere per essere “demanio” e come tale affrancati da autorità diverse da quella sovrana.

Del momento aureo dei Ruffo, c’è testimonianza nel locale convento francescano, ove trovasi la cappella della Madonna delle Preci, voluta dal visconte Giacomo (o Jacopo) per le cui volontà testamentarie nominò esecutrice la propria sorella Maria Teresa, monaca nel convento di san Gregorio a Messina. Dal testamento di Giacomo si può ben vedere la prodigalità usata nei confronti della chiesa e delle opere pie. Non va dimenticata, infatti e solo per fare un esempio, la costruzione di un convento di suore sotto la regola di santa Teresa e, ancora,  l’istituzione di benefici volti a costituire una dote alle nubili orfane più povere del paese, secondo un preciso rituale. Questo voleva, innanzi tutto, l’estrazione a sorte delle giovani da beneficare solo a conclusione della Santa Messa officiata in occasione di santa Barbara e san Pietro, inoltre occorreva tenere conto che le dotate dovevano abitare due nella parte alta e due in quella bassa del paese.

Con la morte di Giacomo la viscontea sarebbe passata al fratello Carlo se a questi, antispagnolo convinto, esule e inviso, non fosse stata interamente confiscata per “lesa maestà” dalla Regia Corte ed inserita tra i beni demaniali. Sarà posta in vendita, acquistata e rivenduta da don Giovanni Stefano Oneto, duca di Sperlinga, ma la valle, in ogni caso, non rivedrà mai più un Ruffo come “dominus”, e il momento magico della città finì col casato.

  La cappella, di cui si è detto, un capolavoro d’intarsi floreali di cui fu autore fr. Mariano Tatì, ci permette di introdurre due elementi che caratterizzano questi luoghi, vale a il convento francescano e la cruenta battaglia tra Spagnoli e Austriaci che si combatté nei pressi.

Il Convento

I frati cappuccini s’insediano a Francavilla Sicilia, dove già cerano monaci Basiliani e Agostiniani, al tempo di Antonio Balsamo che, intorno al 1570, al fine di tacitare una controversia con i francescani di Messina, donò all’ordine due collinette, non distanti dall’abitato e nei cui pressi già trovavasi una chiesetta, la Madonna delle Preci, che sarà poi inglobata nel convento per divenire la sopra citata cappella dei Ruffo e tomba di famiglia. L’edificio era sin dall’origine circondato da due fiumi per attraversare i quali si ricorreva a passerelle improvvisate, sino a quando frate Urbano della Motta, nel 1643, grazie a donazioni riuscì a far costruire un ponte utile per un attraversamento più stabile e sicuro. Il manufatto, una volta ultimato generò qualche frizione tra il frate ed il visconte che pretendeva apporvi il suo stemma, ma come narra padre Bonaventura da Troina in un suo libro sulla provincia francescana di Messina: “…il zelante religioso si oppose alla gagliarda assegnandoli, che era stato fatto a sudori dei poverelli, levandosi il pane dalla propria bocca e con l’aggiunta del Regio Patrimonio, et infatti la superò, mettendovi l’Arme (emblemi) reali, mentre il visconte non gli donò un sol fiasco di vino per rinfresco non dico dè mastri, ma dé manovali”.

Per chi non può recarsi in loco, uno dei modi per apprezzare il convento così com’è stato nei secoli, dovrebbe avere la fortuna di venire in possesso di un piccolo libro, “Lo scrigno di Valle Alcantare”, editato da Grafiche Femia nel 1997 e riccamente curato nei testi e immagini da padre Concetto Lo Giudice che è stato l’ultimo cappuccino presente nel complesso monumentale, custodendolo con cura e arricchendolo di riferimenti di vita francescana. Quanti hanno avuto la sorte di visitarlo sotto la sua guida, infatti, non possono dimenticare l’accuratezza delle descrizioni e l’orgoglioso mostrare i vari manichini, rivestiti col saio, che tra celle e vari ambienti davano misura del vivere quotidiano dei frati, con particolare riguardo alle celle, strette e disadorne, con un letto realizzato con pochi assi ed una ruvida stuoia per coprirsi, oltre l’altrettanto grezza schiavina, vale a dire il grossolano mantello medioevale con maniche e cappuccio. Non scordando figure caratteristiche come il frate “lanino”, adibito a tessere tonache e coperte per i confratelli. Pace e Bene.

La Battaglia

Ma, un giorno del 1719, il 20 giugno, improvvisamente la pace ed il bene furono sfigurati. Parve che Cristo si fosse dimenticato del suo stesso Vangelo, quando l’arme di Spagnoli e Austriaci, tra i fiumi Zavianni e San Paolo, si scontrarono per il possesso della Sicilia. Proprio un anno prima che Vittorio Amedeo II di Savoia, rinunciasse alla corona dell’isola per porre sul capo quella di Sardegna.

La sanguinosa battaglia è ricordata al pari di un durissimo scontro che lasciò a terra innumerevoli vittime tra morti e feriti. I frati si prodigarono nell’assistenza, ospitando e curando i malcapitati, i più gravi dei quali erano trasportati in direzione dell’ospedale di Randazzo. Il generale austriaco Zum Jungen che perse la vita nel corso dell’evento trovò sepoltura in una tomba posta all’interno della chiesa Madre della vicina cittadina di Motta Camastra.

Non fu certo uno scontro felice per gli austriaci che per ben tre volte assalirono gli spagnoli fortificati tra il convento ed il castello e per altrettante volte furono respinti. La battaglia infuriò sino a sera quando un deciso contrattacco della cavalleria spagnola determinò lo sbandamento delle truppe nemiche che ripiegarono senza essere inseguiti dagli avversari.

Gli austriaci persero questo scontro ma non la guerra, e la Sicilia nel 1720 disse addio alla dominazione spagnola e ai suoi tentativi di riconquistarla, almeno sino al 1734 quando approfittando della guerra di successione polacca, l’infante di Spagna, Carlo di Borbone ripresasi l’isola darà inizio alla dinastia dei Borbone di Napoli e Sicilia.

San Cremete

Ma prima di tutto questo, prima dei Balsamo e i Ruffo, qui c’è stato lui: San Cremete e il suo convento di monaci “basiliani”. Di questa figura si conosce poco e come accade in casi simili la verità si mischia alle leggende popolari. Di certo viveva da eremita in una caverna nel territorio che oggi appartiene al comune di Francavilla S., ma che a quel tempo costituiva parte delle terre di Castiglione di Sicilia dove, secondo alcuni, era nato. Non così per altri lo che danno, invece, proveniente da Costantinopoli.

Transitava da quelle parti, sul finire dell’anno mille, il conte Ruggero d’Altavilla, noto come il Normanno, col suo esercito proveniente da Taormina e diretto a Troina, quando nei pressi di un altopiano roccioso a forma di fungo, conosciuto come la “Badiazza” (siamo su quella che è oggi la strada che da Francavilla di Sicilia conduce a Randazzo), gli si fece innanzi un uomo circondato da animali selvaggi ammansiti. Era Cremete, che approfittò dell’occasione per chiedere al nobile signore la concessione di un po’ di terra al fine di costruirvi un monastero. Benevolmente incuriosito, il condottiero, si lasciò condurre sull’alta rocca ove l’eremita aveva costruito una semplice chiesetta. A questo punto, ammirato dalla natura che lo circondava e dal sentore di santità che emanava l’umile eremita, promise che gli avrebbe donato non solo la rocca ma tutto il territorio che poteva abbracciare con la sua vista. E così fu. Cremete costruì il convento e ne divenne il primo Abate.

La sua fama di santità si diffuse, soprattutto, quando accadde un fatto miracoloso di cui corrono due versioni. Una molto pregna di misticismo e  la seconda più razionale ma sempre avvolta di religiosità. Nella prima si vuole che il demonio abbia sfidato Cremete a gettarsi dalla rupe per dimostrare, se non si fosse fatto nulla, l’indiscussa santità. La seconda vuole che siano stati i confratelli basiliani a spingerlo giù per ragioni di contrasti interni al monastero. In tutti e due i casi l’abate sopravvisse alla caduta e così ascese agli onori degli altari, la festa ricorre il 6 agosto. I più razionali, sono del parere, pure ammettendo il saldo, volontario o meno, che sia stata la vegetazione, fitta attorno al dirupo, ad attutire le conseguenze del salto.

Il monastero di San salvatore di Placa (questo è l’esatto nome dell’eremo), dopo il terremoto del 1693 si svuotò progressivamente, con il trasferimento dei monaci tra Francavilla, Castiglione e quindi Randazzo. Qui fu edificato un nuovo monastero che  in tempi molto più recenti è stato affidato ai salesiani ed adibito a collegio. Fu anche portata la reliquia del capo di san Cremete che. seppur oggi ospitata e custodita nella basilica di Santa Maria, appartiene all’ex collegio salesiano di cui si è detto.

E così termina la nostra carrellata su Francavilla di Sicilia, le sue famiglie nobili e i religiosi che ne hanno accompagnato parte della lunga vita.  

Terra di ridenti agrumeti, per la cui commercializzazione fu consigliata e posta in attività la ferrovia Alcantara-Randazzo (oggi dismessa), nel presente, l’economia agricola, a causa dell’importazione di prodotti agrumari non solo dall’Europa, ha rivisto, in parte, le proprie prospettive, potenziando la vocazione turistica del territorio.

Dall’Alcantara al convento cappuccino, passando per la Badiazza ed il castello medioevale, simbolo dei signori del luogo, Francavilla di Sicilia è stata cinta dalla natura e dagli uomini, ma anche dalla leggenda del suo nome.

Francavilla dal francese franc-ville (città franca), oppure dall’esortazione in dialetto siciliano “Franca-vigghia (Franca, veglia, sta desta) che se non vediamo i segnali di fuoco, non potrò sposare il bel principe che viene a prendermi da valle”?

Tempo di medioevo, …di donne, cavalier, armi ed amori…».

Bibliografia:

Salvatore Ferruccio Puglisi “Il Salto di san Crimo”- Armando Siciliano Editore 2015;

Padre Concetto Lo Giudice 2Lo scrigno dell’Alcantara”- Grafiche Femia 1997;

Maria Concetta calabrese “L’Epopea dei Ruffu” – La Terza Editore 2018

Giuseppe Rinaldi


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