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Francesco Nuti è oggi su una sedia a rotelle, ormai completamente muto

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È un artista dimenticato dai più.

Su di lui purtroppo è caduto l’oblio. I riflettori si sono spenti da tempo.

Io vorrei ricordarlo con la grande stima che nutro per lui senza incorrere nel rischio di farne una brevissima agiografia. Tutto è avvenuto per colpa di un incidente domestico, di una caduta dalle scale che gli provocò un ematoma cranico nel 2006.

Allora stette in coma per 4 mesi.

Nel 2016, assistito da un badante, ha avuto un altro incidente domestico, che gli ha causato una emorragia cerebrale. Attualmente gli sono vicini il fratello Giovanni, la moglie Annamaria Malipiero e la figlia, poco più che ventenne, Ginevra, sua tutrice.

Ha come amici intimi e suoi grandi estimatori vip come Carlo Conti, Panariello, Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi, che non si dimenticano mai di andarlo a trovare.

Nuti è stato (ne parlo al passato non perché è morto ma perché la sua carriera di cineasta è ormai finita) un artista versatile, che ha saputo spaziare con maestria e talento dal cabaret al cinema.

È stato sia attore che regista. Negli anni ottanta, quelli del cosiddetto riflusso nel privato, caratterizzati per la spensieratezza e il disimpegno, è riuscito a mostrare con grande sincerità ed onestà intellettuale le sue inquietudini, le sue malinconie.

Le sue commedie non erano semplici commedie all’italiana. Avevano un sapore agrodolce, dei risvolti paradossali, a tratti dei toni demenziali.

Nuti riusciva a parlare a tutti senza scadere nell’ovvietà e senza essere nazionalpopolare. Riusciva a far riflettere, a porre nella mente di tutti degli interrogativi. Benvenuti, suo compagno di strada, ha creato dei film di ottima fattura, ma che erano visti soprattutto dai toscani.

Nuti riusciva a valicare i confini regionali senza alcun sforzo e a comunicare a tutti gli italiani. Riusciva a far conoscere  la sua maledetta toscanità in tutta la penisola. Aveva come si usa dire oggi, spesso a sproposito ma non in questo caso, grande capacità comunicativa.

Alcuni film di Nuti riuscirono anche ad intercettare e rappresentare certi mutamenti di costume, certe dinamiche sociologiche, certa cultura di quegli anni, certe problematiche socioeconomiche.

Prendete il capolavoro “Amici miei” di Monicelli con grandi attori. Ebbene c’era anche lì dramma e leggerezza, supercazzole, zingarate e riflessioni, ma il coefficiente intellettuale era minore rispetto ai film più riusciti di Nuti.

Non vorrei forzare troppo la mano, né essere troppo pretenzioso o celebrativo ma a mio modesto avviso Nuti è cultura. Era di sinistra, ma non faceva mai dei film faziosi. Molto lucidamente se ne stava larga dalle sirene della politica.

A conti fatti si è dimostrato accorto e lungimirante. Allo stesso modo Nuti rifugge sempre il lieto fine scontato in ogni sua opera.

Spesso i protagonisti finiscono per rimanere soli. Proprio come ne “I promessi sposi” del Manzoni – mi si scusi l’accostamento forse troppo importante – l’idillio non esiste.

Non solo ma con i suoi personaggi entra in scena come protagonista assoluta l’autoironia. Ve lo scrivo da toscano: Nuti quantomeno rasenta la genialità se non la tocca in pieno perché per noi toscani è maledettamente difficile saper ridere di noi stessi.

I miei corregionali sono sempre pronti a fare scherzi e poi a dire che le vittime sono permalose e se la sono presa. La toscanità significa anche purtroppo prendere in giro gli altri, mettere il dito nella piaga e toccare i punti deboli altrui con sadismo. Il toscano di solito non glissa mai su certi tasti.

Sa essere beffardo e crudele. Il toscano poi ha come caratteristiche generali quelle di essere pettegolo, maligno, sboccato, ovvero volgare.

Come dicono alcuni ed hanno ragione il toscano in genere è strafottente. Con la scusante di essere sincero il toscano si può permettere qualsiasi atteggiamento e comportamento sopra le righe. Mi è sempre piaciuto invece Nuti perché non corrisponde a questa tipologia di toscano, così diffusa.

Il regista pratese non istiga mai alla violenza. Non è rissoso. Nei suoi film non viene mai premiata e sponsorizzata la forza fisica.

Dicevo che Nuti è leggero e profondo al contempo. In “Ad ovest di Paperino” è trattato il tema sottaciuto allora della disoccupazione. In “Caruso Pascoski” vengono affrontati i temi della psicanalisi, del femminismo, della lotta armata. Potrei continuare, ma vi consiglio di vederli tutti i film di Nuti.

Io non voglio in questa sede svelarvi troppo. Non voglio spoilerare. E poi con il regista pratese non ci si annoia mai. Potete trascorrere delle ore spassose a vedere le sue opere.

Inoltre è sempre meglio non dare tutta la pappa pronta. Infine vedere i film di Nuti è una esperienza unica, è una cosa che va fatta nella vita. Lo scrivo senza voler essere trionfale né troppo elogiativo: beati quelli che non hanno mai visto i suoi film e si accingono a farlo! Il mio film preferito è “Tutta colpa del paradiso”, che riesce ad essere struggente e toccante.

Ma il pratese riusciva in tutti i suoi film a toccare le corde del cuore di tutti con le sue storie stralunate. Nuti non è solo uno che ha i tempi comici, ma un attore e regista che riesce a creare atmosfere malinconiche ed al tempo stesso surreali.

Negli anni ottanta segnarono un’epoca alcuni suoi tormentoni, che erano sapienti nonsense, come “Madonna che silenzio c’è stasera!”, “Tu c’hai le puppe a pera”.

Nuti è entrato all’apice della fama nel vortice della depressione e dell’alcolismo. Come diceva Sandra Mondaini il successo è una brutta bestia.

Allo stesso tempo Giulio Andreotti scriveva che il potere logora ma è meglio non perderlo. Detto in parole povere quando uno entra prepotentemente nel mondo dello spettacolo è sempre difficile restare sé stessi, non cambiare, non farsi travolgere da una realtà fittizia, che riesce a montare e snaturare chiunque, anche i più intelligenti ed equilibrati. Nella vita di Nuti c’è un grande enigma.

Non sapremo mai se la depressione ha causato il flop di “OcchioPinocchio” o viceversa. Comunque Nuti è partito da Prato come perito chimico tintore ed in pochi anni è diventato una gallina dalle uova d’oro del cinema italiano. I suoi film erano campioni di incasso.

Erano grandi successi al botteghino. Per gli adolescenti come me era un mito. Imitavamo i suoi modi di fare, recitavamo le sue battute.

Noi che eravamo ragazzi gli invidiavamo le donne che aveva avuto: una su tutte la bellissima Ornella Muti. Eppure era una invidia buona. In fondo uno capace di certe trovate di ingegno certe donne se le meritava anche. Lo ammiravamo anche per la bravura con cui riusciva ad usare la stecca del biliardo. Ci piaceva anche il fatto che sapesse scegliersi certi attori folcloristici e caratteristici a far da spalla come Novello Novelli ed Athina Cenci. Il pratese non era certamente un guitto tra i tanti! Nuti, mi si scusi se scomodo un maestro della letteratura, è come Italo Calvino. I libri di Calvino possono essere delle fiabe per bambini oppure possono essere letti in chiave allegorica da dei raffinati letterati. Questo vale anche per Nuti.

Ci sono due modi di capirlo. Il primo è più superficiale, più intuitivo e grossolano. Il secondo è per chi vuole metabolizzarlo a livello intellettuale perché i film di Nuti come si diceva un tempo sono anche cibo per la mente e non solo divertimento fine a sé stesso.

Non a caso le sue opere mi hanno sempre colpito favorevolmente. Io non sono un cinefilo, non sono un critico cinematografico, ma in fatto di film sono di gusti difficili. Ritengo poetici e mi commuovono particolarmente solo i film di Fellini, alcuni film del Decalogo di Kieślowski, alcuni film di Nanni Moretti e di Fellini.

Naturalmente tra i miei registi preferiti c’è anche Nuti, che ha avuto meno consenso e fortuna critica, anche perché la sua carriera è finita precocemente per sfortuna e perché si è saputo gestire male.

Eppure era un attore e regista che sapeva arrivare diretto a tutti e probabilmente nella sua generazione uno di quelli che aveva più cose da dire.

Oggi più che mai, visto che è ancora vivo, bisognerebbe ricordarlo. La famiglia e pochi amici non bastano. Ci vogliono enti e istituzioni. Prima che sia troppo tardi.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale


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