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“Ghost Writer” di Stefano Reali, ripercorre l’indagine sui testi attribuiti a Shakespeare

Arte, Cultura & Società

Recensione a cura del critico letterario e artistico Melinda Miceli

Il celebre regista Stefano Reali ha pubblicato il volume “Ghost Writer” di Edizioni Il quaderno, che reca la prefazione di Masolino d’Amico.

L’Opera di Stefano Reali, una trilogia di drammi rinascimentali, tratti da testi teatrali originali, ambientati tra Londra, Wittemberg e Messina, verso la fine del Cinquecento,” Falstaff e il suo Re”, “Ghost Writer” e “Faust”, sono andati in scena in prima nazionale in Italia tra febbraio 2019 e settembre 2020, interpretati da Giuseppe Zeno, Ruben e Mariano Rigillo. Maurizio Donadoni. Tra i protagonisti storici i Grandi Poeti realmente esistiti, quattro giovani che sono raccontati nel libro quando, appena ventenni, erano già costretti a dialogare con i loro tormentati demoni interiori, fino a trasfigurarli negli imperituri personaggi di Falstaff, del Faustus, di Mefistofele e del giovane Re d’Inghilterra Enrico V.

Stefano Reali, noto regista, compositore, sceneggiatore e commediografo tra i più stimati del nostro Paese così descrive questa fatica editoriale: “Dopo essermi dedicato per quasi quattro decenni alla regia di cinema e televisione e alla composizione musicale, mi sono accorto che avevo speso il resto della mia esistenza allo studio e alla lettura appassionata dei capolavori letterari e teatrali di Cervantes, Shakespeare e Marlowe. E’ stata pero’ la scoperta dell’esistenza di John Florio, e del suo ruolo importantissimo nella nascita del teatro Elisabettiano, il motivo per cui mi sono deciso a scrivere e a rappresentare in scena i tre testi raccolti in questo libro”.

Emozionato per l’uscita del volume, Reali sottolinea: “Falstaff e il suo Re” è un adattamento in un unico testo delle due parti dell’Enrico IV shakespeariano, “Ghost Writer” narra del duello impossibile tra John Florio e Miguel de Cervantes, e “Faust” è un esercizio stilistico sul Mito universale creato da Marlowe e da Goethe”.

Il volume “Gosth writer” ripercorre un’indagine letteraria accurata sui testi attribuiti a Shakespeare attraverso gli adattamenti teatrali dei drammi stessi.

Da almeno tre secoli esiste un dibattito acceso sulla paternità dei testi di William Shakespeare e sulla authorship del Bardo. La domanda è rimasta inevasa: poteva il figlio di un conciapelli nato nella campagna inglese, e che aveva a malapena finito le scuole medie, scrivere drammi così impregnati di cultura, di scienza, di letteratura, di conoscenza delle Sacre Scritture, dei classici Latini e Greci, della Mitologia classica, molti dei quali strutturati sui plot di una serie di novelle rinascimentali italiane che non erano ancora state neanche tradotte in Inglese? Tutto questo è noto da tempo.

Quello che forse è meno noto, è che una spinta definitiva alla riaccensione rovente di questo dibattito è nata in Italia, nel 1925 quando un giovane ed abbiente studioso calabrese, a Scilla, Santi Paladino, ritrovò per caso nella biblioteca di famiglia un antico libro stampato a Messina. 

Questo libro, scritto da Michelangelo Florio, era intitolato I Secondi Frutti, e riportava una serie di detti e modi di dire che si ritrovarono parola per parola nella tragedia Amleto, messa in scena da William Shakespeare nel 1601. Il fatto curioso è che I Secondi Frutti era stato stampato in Italia nel 1549, quindici anni prima che Shakespeare nascesse.  Santi Paladino in seguito trovò le prove di una copia stampata di una commedia firmata da Michelangelo Florio, che si chiamava Troppo Trafficu Pi Nnenti.

 Questa commedia era stata pubblicata dai “Fratelli Spira Editori in Messina” nel 1573, quando Shakespeare aveva nove anni. Trent’anni dopo, il Bardo avrebbe messo in scena la traduzione inglese di quella commedia, e l’avrebbe chiamata Molto Rumore per Nulla.

 L’ultima copia stampata conosciuta di Troppo Trafficu Pi Nnenti fu ritrovata tra le macerie del terremoto di Messina nel 1908, ma poi sparì in circostanze mai chiarite. Santi Paladino sostenne che fossero stati i servizi segreti Inglesi, ad impadronirsi di quel libro. Non aveva prove, per affermarlo, ma a partire da quel momento, Paladino fu ostacolato in ogni modo dal Fascismo, che in quegli anni aveva ottimi rapporti con Churchill, e dovette subire il sequestro di parecchi suoi libri.

Tra cui l’unica copia esistente de I Secondi Frutti. È abbastanza comprensibile che gli accademici osservanti della tradizione Shakespeariana, i cosiddetti Stratfordiani, (anche detti Strats) che sono convinti in modo ferreo, e dogmatico, sulla paternità di William Shakespeare dei suoi lavori, si sono opposti fin dall’inizio agli Studiosi Antistratfordiani, (detti Antistrats), che invece hanno nutrito tali e tanti dubbi su questo, da essersi chiesti “Se non è stato Shakespeare, allora chi aveva le premesse per aver scritto?

E perché è stato così silenzioso, sulla sua opera?”. Da Francis Bacon in poi, sono state avanzate almeno ottanta candidature di altrettanti poeti, inclusa qualche poetessa (come Mary Sidney ed Emilia Bassano), che sono stati indicati come possibili autori di quei drammi.

Ad oggi, molti studiosi antistrats, anche inglesi, sono concordi sul fatto che tutto ciò che è stato messo in scena e successivamente firmato da Shakespeare sia il risultato del lavoro congiunto di almeno tre persone: Michelangelo Florio, suo figlio John Florio, e l’imprenditore teatrale e attore Will Shagsper: quello che è stato probabilmente il primo writing team della storia dello spettacolo. Non esiste una prova schiacciante di questa ipotesi.

Esistono però delle argomentazioni induttive e deduttive da studiosi Americani, Inglesi, Francesi, ben conosciute nel mondo accademico internazionale, che dimostrano in modo induttivo e deduttivo che Shakespeare non può essere l’autore delle opere a lui attribuite.


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