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Gran disco della Consoli, male Fedez. Le recensioni delle nuove uscite

Cinema, Musica & Spettacolo

Fabio Concato dedica alla nipotina una meravigliosa poesia in musica, Tropico debutta in prima persona con un ottimo disco. Chicca della settimana: il divertente Giuse The Lizia 

© Zumapress / Agf – Carmen Consoli

AGI – Carmen Consoli fa uscire un disco stupendo e noi non potevamo aspettarci niente di meno da un’artista di tale spessore. Fedez non azzecca la canzone dedicata alla moglie, così come non azzeccò quella dedicata al figlio, ma ancora peggio fanno gli ex “Amici di Maria De Filippi” Sangiovanni e Deddy proponendo due brani semplicemente imbarazzanti.

Molto meglio la celebrazione delle sonorità clubbing di Coez e Carl Brave, mentre Rocco Hunt e i Boomdabash, nonostante i primi freddi, insistono su tormentoni talmente estivi da provocare un effetto distopico. Fabio Concato dedica alla nipotina una meravigliosa poesia in musica, Tropico debutta in prima persona con un ottimo disco. Chicca della settimana: il divertente Giuse The Lizia.

Carmen Consoli – “Volevo fare la rockstar”: Saranno i tempi complicati che stiamo attraversando, quella speranza, spesso vacua, sempre incerta, con il quale clicchiamo play su Spotify affinché ciò che parte sia passabile, non buono, passabile; ma l’uscita di un disco di Carmen Consoli dopo anni di assenza prende le sembianze dell’evento monumentale.

Naturalmente a contribuire a questa impressione ci si mette pure Carmen Consoli, che in effetti incide un disco che è di una bellezza monumentale, tanto da poter scrivere, senza temere di essere smentiti, che si tratta dell’ennesima conferma da parte di un’artista che gioca proprio un altro campionato, insieme a pochissimi, ahinoi, rimasti ancora in vita. Prima di tutto sono evidentemente brani che nascono da una necessità reale, tangibile, il che rende ogni singolo verso autentico, genuino, definitivo; la cantantessa ci offre, come in realtà rientra nel suo stile, un campionario di immagini che ci spingono verso un passato poetico, epico, abbronzato dalla semplicità, coinvolgente.

Storie che vengono da lontano, che Carmen Consoli riporta in vita e risultano splendide agli occhi di chi con lo sguardo dribbla, o almeno ci prova, questo mondo pigro, arraffone e cafone. Tutto allora diventa talmente vivido che all’universo cantato da Carmen Consoli quasi ci si affeziona, “Volevo fare la rockstar” più che un disco è un vero e proprio luogo dove andare a vivere e tutto sembra corretto o correggibile, dove l’essenza romantica della vita diventa la vita, non lascia spazio alle storture di questo disastro che chiamiamo mondo e fa sentire bene.

Quella che offre la Consoli in questo disco, ma anche in tutti i suoi precedenti, è una boccata d’aria, musica terapeutica, come tutta la musica, quando è buona musica, sa essere.  

Fedez – “Meglio del cinema”: Bisogna dire che, con tutta la simpatia del mondo, a Fedez le canzoni dedicate non gli vengono benissimo. Memori ancora della pessima “Prima di ogni cosa”, dedicata al piccolo Leone, ascoltiamo questa “Meglio del cinema”, cantata in anteprima alla moglie Chiara Ferragni nel giorno dell’anniversario.

Tutto molto romantico, mica si può fare un processo alle intenzioni, e comunque anche qualora fosse fatto, perché a Fedez per partito preso non si perdona mai niente, ne uscirebbe comunque innocente; però poi c’è da valutare il modo in cui viene detto ciò che si intende dire e “Meglio del cinema” è una canzone oggettivamente bruttina; potrebbe anche andar bene voler essere schietti e “ridurre” una storia d’amore ad immagini semplici, in fondo Fedez e Chiara Ferragni, sarà bene ricordarlo, sono pur sempre ancora dei ragazzi, ma forse serve qualcosa in più, anche giusto per rendere l’idea.

Bisogna altresì ricordare, anche solo per la pena che nonostante tutto suscita questo continuo ed insopportabile puntare il dito contro il rapper influencer, che tutte le ultime uscite di Fedez sono state assolutamente dignitose, forse addirittura tra i migliori lavori di una carriera che comincia anche a farsi lunghetta.

Ma quando punta il mirino di un brano contro qualcuno, specie a cui è sentimentalmente legato, niente, non gli riesce proprio.

Coez – “Wu-Tang”: Il Coez che faceva il rap se lo calcolavano in pochi, il Coez che per primo ha miscelato il pop con sonorità urban ha sfondato, aprendo tra l’altro una strada che hanno seguito in molti e che rappresenta ancora il futuro più probabile della discografia italiana. Oggi Coez ci spiazza tornando agli inediti con un brano che segue una terza via, ugualmente avanguardistica, dove il testo passa in secondo piano e viene fuori di più l’idea musicale, più tosta più rigida, quasi da clubbing, pronta ad esplodere nei live. Non si capisce se Coez volesse sorprendere i propri fan, o magari se stesso, mettendo da parte quel romanticismo riscoperto dalla generazione indie, quella celebrazione del quotidiano che ha contribuito a creare un nuovo linguaggio, ma “Wu-Tang” lo pone immediatamente sotto un’altra luce, quella di uno sperimentatore, di chi non si accontenta, di chi vuole spingersi oltre. E il pezzo funziona così bene che ovunque voglia spingersi noi ci accodiamo volentieri.

Rocco Hunt feat. Boomdabash – “Fantastica”: Il riscaldamento globale non risulterà mai abbastanza distruttivo da convincerci a digerire in allegria un tormentone estivo a fine settembre.

Carl Brave – “Sotto cassa”: Carl Brave omaggia le atmosfere del clubbing in quello che ci risuona in testa come un gioco, perché è evidente il divertimento dell’artista romano nel realizzare questo lavoro. E Carl Brave con “Sotto cassa” non solo realizza un disco godibilissimo in cui si nota il marchio di fabbrica, le produzioni dalla precisione maniacale che bilanciano quel cantato sbiascicato, quasi disinteressato; ma soprattutto Brave, sempre in bilico su una sottile corda che oscilla tra cantautorato indie e rap, ci dimostra di essere un artista completo, in grado di confrontarsi con la propria necessità artistica. Magari in “Sotto cassa” non saranno presenti singoloni che ne caratterizzeranno la carriera, anche se “Matrimonio Gipsy”, in featuring con Myss Keta e Speranza, a nostro parere è un ottimo brano, però fa curriculum.

Elodie – “Vertigine”: Che Elodie sia un’ottima artista, una delle pochissime uscite da “Amici di Maria De Filippi” degne di nota, si sapeva. “Vertigine” non rappresenterà, supponiamo, l’apice della sua carriera e probabilmente nemmeno un passaggio fondamentale, perché non è un gran pezzo, perché non ha particolari spunti, perché nonostante sia un lavoro che ha coinvolto il solito Dardust, Davide Petrella ed Elisa, quindi uno squadrone, manca di cuore, di intuizioni. Sa di un compitino portato a casa, ma sappiamo che Elodie può dare molto di più. Il brano è comunque destinato a diventare un tormentone, dopo che Oppo ha scelto lei come testimonial e la canzone come colonna sonora della campagna pubblicitaria della gamma Reno 6.

Sangiovanni – “Raggi gamma”: Spiace, perché non credendo che a un’età così giovane si possano toccare vette di cinismo così estremo, scommettiamo che questo ragazzino ci creda assai a ciò che fa, che per lui questo gioco sia dannatamente serio, ma non vediamo in Sangiovanni niente che richiami a un concetto anche solo vagamente profondo di arte. Ci sembra piuttosto una ricetta studiata a tavolino per andare incontro a ciò che il largo pubblico desidera e quasi sempre, rispiace, ma ciò che il largo pubblico desidera è di una bruttezza cosmica, di una sottigliezza artistica che fa rabbrividire. Svago più che altro, e tutto torna se si pensa che viene fuori da un talent televisivo, ma questo brano supera ogni soglia accettabile di decenza, vorremmo proprio guardarli in faccia quelli che si fanno fregare da una simile evidente macchinazione mediatica. Non c’è niente di reale in Sangiovanni, ennesima figurina destinata al nulla. Volete le prove? Rispondete a questa domanda: in un’epoca di piccoli genietti, giovani sperimentatori che in un modo o nell’altro scavalcano con spregiudicatezza le barriere imposte dal già sentito, artisti tipo Madame, Geolier, Blanco, Thasupreme, senza “Amici di Maria De Filippi” noi oggi staremmo qui a discorrere di Sangiovanni? Se contasse solo la musica e non il bel visino, la fotogenia, quanti ascoltatori avrebbe realisticamente Sangiovanni? L’industria musicale italiana ha bisogno di Sangiovanni? Ecco, appunto.

Giorgio Poi – “I pomeriggi”: Forse uno dei meriti più importanti che può assumersi un giovane cantautore, o meglio, un cantautore dalla giovane carriera, è quello di riuscire a confermarsi, a proseguire una certa narrazione. Giorgio Poi è uno dei più interessanti artisti che l’ei fu indie ci lascia in eredità, questa “I pomeriggi” è, anzi, inoltre, forse uno dei suoi brani più riusciti; è un pezzo che si beve, che coinvolge in un racconto intimo, che riguarda lui ma riguarda tutti, un dialogo con la propria ombra, con la parte più oscura di se stessi e la risalita verso la luce.

Fabio Concato – “L’aggeggino”: Sisi, voi siete dei gran fighi, figuriamoci se ascoltate Fabio Concato, voi che in Italia, soprattutto gli over 40, non sapete guardare oltre i vostri Vasco Rossi, oppure passate le sere a bere Syrah e a rimpiangere i morti, che poi magari da vivi non ve li siete mai nemmeno calcolati di striscio. Nemmeno 2.000 utenti di Spotify hanno ascoltato questa meravigliosa poesia di Concato dedicata alla nipotina, ennesima esplosione di delicatezza assoluta, una raffinatezza amorevole, quasi divina se crediamo, e lo crediamo o perlomeno dovremmo crederlo, che il divino sia quanto di più vicino esista al volere il bene per un altro essere umano; che ci vuole talento ad amare, anche quando si è genitori, amanti, figli e nipoti. Concato con la leggerezza e la profondità che gli sono così congeniali stipula un contratto eterno con la nipote, in qualche modo la consegna alla storia della musica italiana come già fatto con “Fiore di maggio” e “Giulia”, dedicate rispettivamente alla primogenita Carlotta e alla seconda figlia.

 

Dani Faiv – “Luna nera”: Un pezzo che è uno spasso e a renderlo uno spasso sono i guizzi e l’inventiva di questo rapper, tra i più talentuosi della sua generazione, che riesce a dare un’interpretazione tangibile a ciò che rappa, come se fosse un cantastorie che comincia il suo lavoro anche soltanto con le tonalità che sceglie di utilizzare. Così beffardo, così intenso, così visionario. Bravissimo.

Il Tre – “Ali – Ultima notte”: Intrattenimento per minorenni travestito da musica, niente che possa interessare a chi ha compiuto 13 anni. Bisogna dire però che ciò che viene cantato appare profondamente sentito, vissuto, anche se espresso con lo stesso linguaggio con cui si riempie di scritte il diario delle medie, e i pezzi sono privi di quell’odioso e ridicolo machismo.

Deddy – “Giove”: Pop scadente che non dice alcunché, infili le cuffie, clicchi play e in testa senti solo un “Bla, bla, bla…mi manchi…bla, bla, bla stanza vuota…bla, bla, bla…fuori piove”. La nuova edizione di “Amici di Maria De Filippi”, dalla cui cantera il giovine Deddy viene fuori, è ricominciata, tra poco passeremo a chiamarlo “Dai, quello lì, come si chiama, Teddy? Freddy? Vabbè, hai capito”, e l’altro risponde “Veramente no”. Fine.

Random – “Mi sento bene”: Accozzaglia di indecifrabili frasi fatte con sottofondo musicale. Però lui si sente bene e noi ce ne rallegriamo. Come si dice, contento lui.

Alfa – “Ci sarò”: Alfa si va a posizionare discograficamente in quella lista sempre più lunga di artisti che puntano ad un target preciso ed immortale: quello dei ragazzini, ovvero quello di chi ha bisogno di avere a che fare con concetti semplici, poi cresce e passa alla musica più seria. Non sono brani veri come gli omogeneizzati non sono dei pasti veri, ma solo nutrimento per cuccioli di uomini che ancora non hanno i denti. “Ci sarò” è soffice e facilmente digeribile, nulla di male, anzi, qualcuno sto genere di musica dovrà pure farla. Certo, non esiste un minimo di personalità, è totalmente indistinguibile da almeno una quindicina di artisti altrettanto seguiti nel nostro panorama musicale, un paio li abbiamo perfino recensiti quest’oggi.

Tropico – “Non esiste amore a Napoli”: Tropico è un fenomeno vero, “Non esiste amore a Napoli” è un disco meraviglioso, perfetto, senza sbavature, che scavalca in agilità i confini del cantautorato al quale ci siamo abituati negli ultimi dieci anni, eliminando quella linea che separa il raffazzonato dell’indie e l’artigianalità del pop ben fatto. I quattordici brani del disco ci riportano a quel cantautorato che tanto rimpiangiamo e per il quale, speriamo, ma speriamo davvero, il largo pubblico possa trovare ancora spazio nel cuore. Perché più musica buona ha successo più musica buona verrà prodotta, non sarà un concetto matematicamente infallibile, ma piuttosto plausibile. Allora la musica italiana ha proprio bisogno di Tropico, di chi è capace di scrivere canzoni che celino un significato profondo, che possano assumere un valore nelle nostre vite, così come hanno fatto i grandi. Anzi, così come ha già fatto Tropico, quando nelle vesti di Davide Petrella, suo vero nome, si è seduto a tavolino assieme a Cesare Cremonini per scrivere “Logico”, il disco che ha rappresentato la svolta nella carriera del cantautore bolognese. Ecco, ne abbiamo bisogno. 

Giuse The Lizia feat. Bais – “Post alluvione”: è il carattere che fa la differenza, non c’è niente da fare, e Giuse The Lizia ne possiede una vagonata. Questo cantato così beffardo funziona che meglio non potrebbe, c’è un’idea di musica fresca e originale, la metrica urban si mescola perfettamente alla schitarrata scanzonata, leggera, simpatica. Bravo.

 

 

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