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I giovani e la scarsa capacità di un Paese di trattenerli

Attualità & Cronaca

di Daniela Piesco

I giovani italiani, se possono, partono.

Ormai è acclarato che sono in molti a lasciare l’Italia per altri Paesi che meglio riconoscono competenze e talenti .

Sono i giovani laureati, spesso ad altissima specializzazione, i protagonisti della cosiddetta fuga di cervelli.

L’emergenza Covid-19 ha sottolineato l’importanza di porre al centro del dibattito questo fenomeno che, sul versante degli effetti, ha un forte impatto economico, e non solo sociale, su tutto il Paese.

Durante la prima fase della pandemia

Il dibattito pubblico è stato spesso incentrato sui tagli dei fondi alla sanità, e un discorso analogo è stato fatto ,durante la prima fase della pandemia , per il settore della ricerca .

Il periodo in cui il mondo intero è stato alla caccia del vaccino.

In via assistenziale infatti, con il recente decreto Rilancio sono stati stanziati 1,4 miliardi per l’università e ricerca.

È inoltre prevista l’assunzione di nuovi ricercatori.

In una società sempre più predisposta alla mobilità, quindi, il problema non sembra essere la fame giovanile di nuove e diversificate esperienze.

Il doversi spostare si rivela invece spesso essere una scelta obbligata, simbolo della scarsa capacità di un Paese di trattenere i propri giovani.

L’esperienza pandemica ha sottolineato ancor di più l’importanza, per un Paese, di disporre di un proprio capitale umano impegnato nella ricerca.

Il dietrofront dei giovani

Alcuni di questi cervelli in fuga hanno deciso, proprio in questa situazione di emergenza, di fare dietrofront e tornare nel Belpaese.

La sfida per la politica consisterà ora nel riuscire a trattenere chi se ne era andato.

La pandemia ha frenato la fuga dei cervelli ponendo il Paese di fronte a un’enorme possibilità di ripartenza.

Infatti, in pochi mesi il coronavirus ha riportato a casa la maggior parte dei 250 mila giovani italiani, che dopo essere stati formati, hanno cercato all’estero delle prospettive migliori per il proprio futuro.

Il lockdown in Italia è finito, ma rimane una grande domanda in sospeso: come impegnare quei cervelli affinché non tornino all’estero?

Una scelta obbligata

Piuttosto il problema non è se un giovane sceglie di andare all’estero per fare un’esperienza di studio, lavoro o di stage in un altro Paese: se ciò rappresenta un’opportunità, è sano.

Invero se si tratta di una fuga obbligata , questo non può che essere considerato un fallimento.

Di conseguenza, anche i giovani che non sono intenzionati a lasciare la propria terra, spesso non hanno altra alternativa se non quella di cercare lavoro altrove.

Sulla base degli ultimi aggiornamenti ISTAT
un laureato italiano su venti, a distanza di quattro anni dalla laurea, risiede all’estero e sono oltre 14.000 i laureati che ogni anno decidono di trasferirsi in un’altra nazione, con un tasso di emigrazione raddoppiato rispetto al 2011.

Il fenomeno della fuga dei cervelli riguarderebbe prevalentemente ragazzi fra i 18 ed i 34 anni di età che rappresentano un terzo degli Italiani all’estero.

Le mete più gettonate sono Inghilterra, Spagna, Brasile ed Argentina, ma molti decidono di trasferirsi anche in Paesi in forte sviluppo quali l’India, gli Emirati Arabi ed il Sud Africa.

Quali sono gli effetti?

Dopo aver compreso la portata del fenomeno e le sue cause, è necessario capire che conseguenze ha l’esodo dei laureati.

In questi casi, la nazione va in contro a una grande perdita di capitale umano.

Le conseguenze di questo fenomeno sono diverse, ad esempio si corre il rischio di rimanere indietro in termini di innovazione e imprenditorialità.

Un’altra conseguenza, potrebbe essere quella di lasciare ad altri paesi, i frutti dei nostri investimenti in istruzione.

Infatti non bisognerebbe dimenticare che questi studenti si sono formati all’interno del nostro sistema educativo. Ad un certo punto, se i cittadini formati dallo stato continuano ad andarsene, il paese stesso potrebbe decidere di investire di meno in istruzione e ricerca.

+41,8% rispetto al 2013

Le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più i giovani laureati a lasciare il Paese fino a raggiungere la percentuale attuale del + 41,8% rispetto al 2013.

È quanto è emerso dal Referto sul sistema universitario 2021 approvato dalle Sezioni riunite della Corte dei conti con delibera n. 8/SSRRCO/REF/21 che approfondisce finanziamento, composizione, modalità di erogazione della didattica, offerta formativa e ranking delle università italiane

Il referto evidenzia, inoltre, profili di criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia con particolare attenzione a quella del settore università: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea”,

Appare evidente ,dunque,che la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.

Daniela Piesco

Vice Direttore Radici

Redazione Radici

Comitato Direttivo Corriere Nazionale


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