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I piccoli uomini

Arte, Cultura & Società

Pubblicato da:

alle ore: 08:51

di Roberto Chiavarini

Desidero parlare di un problema che, ancora oggi, rappresenta una vera piaga sociale, in uso da immemorabile tempo:
La Raccomandazione.

Parlo dei raccomandati che, da sempre, hanno infestato la Società, tanto è vero che, Marcello Marchesi, ne interpretò l’essenza in numerose sue citazioni e in altrettanti suoi numerosi aforismi, il quale, a proposito della raccomandazione, già negli anni sessanta, scrisse: “Impara l’Arte e mettila da parte e fatti raccomandare” (per chi non conosce Marcello Marchesi, egli è stato un grande scrittore, sceneggiatore, regista cinematografico e teatrale, paroliere, cantante e attore italiano. È stato anche autore di programmi televisivi e radiofonici, giornalista, pubblicitario e talent scout).

Ma anche l’antico Publilio Sirio (primo secolo a.c.), già allora ebbe a dire: “Un buon modo di presentarsi, è una silenziosa raccomandazione”.

Quindi, un male sociale che, pare, sia inestirpabile.

Ma ciò che mi lascia interdetto, oggi, è l’osservare alcuni piccoli uomini (i raccomandati), che, all’inizio della loro carriera lavorativa, hanno trovato più facile vivere nel mondo che gli è stato dato (attraverso la “corrotta” raccomandazione) piuttosto che cercare di cambiarlo, tanto da sguazzare nella loro bolla sociale, in una sorta di auto celebrazione.

Per inciso, prendo un intervento pubblicato su internet, a proposito della raccomandazione che definisce quella oscenità, come un atto violento.

Così recita quel Testo: La raccomandazione, non è una segnalazione, sostiene lo scrittore, è un ordine.

Nessuna qualità attitudinale, dunque, poiché, il raccomandato (e giammai il Segnalato), deve essere assunto e basta. Incapace, insufficiente, non importa.

Conta che, l’ordine, sia partito da un potere a chi amministra quel potere.

Da un potere al qualei non si può dire di no, che ti impone di assumere il raccomandato. E basta.

Nel contesto della raccomandazione, si creano dipendenza, debito, sottomissione, che si sviluppano in un’oscura forma di “doverosa” riconoscenza.

Il raccomandato, sa di vivere una “dipendenza”, sa che ha un debito col potente che lo ha raccomandato.

Perché, in una partita di giro, il dirigente esaminatore, è spesso nominato dal potente che ha fatto assumere il raccomandato.

E’ una catena di anelli tossici, che provoca danni alla società e all’economia di un territorio.

Ed è così che i peggiori salgono in cattedra, dilettanti pagati come professionisti, incapaci di scrivere una delibera e di afferrare un ragionamento.

Ed è così che un Ente perde le opportunità, distrugge il capitale umano, manda in esilio giovani preparati, chiude i confini dei palazzi per le tavolate tra amici e amici degli amici.

Ed è così che, un Ente, può finire nelle mani di impostori, di ladri, di traditori, di leccaculo.

La raccomandazione, è un atto violento, è un crimine contro la società.

Fin qui, l’autore di quel testo.

Siate voi a stabilire se quel testo rispecchi la realtà dei fatti.

Sta di fatto che, poi, come spesso succede nella vita di tutti i giorni, i “raccomandati” privi di una struttura psicologica adeguata, con l’incedere della epidemia, si son visti crollare il mondo addosso, che li ha lasciati ignudi ed indifesi, per colpa di un nemico invisibile, nemico che ha evidenziato quanto, quegli uomini, fuori dal loro recinto quotidiano, avessero poco da offrire come esempio e come servizio alla società.

Hanno perso tutta la prosopopea della quale si nutrivano mentalmente e sono implosi nel nulla.

Via gli abiti di scena, via i profumi e le brillantine, via le cravatte firmate comprate a rate nelle Boutique.

L’altro giorno, ho visto un noto raccomandato, girare in un supermercato come uno zombi, con la sua mascherina che utilizza probabilmente anche per più settimane (chissà se prima di andare a letto la tolga) e che emana cattivi odori di saliva stantia (basta passargli d’avanti per annusarla), con i guanti di gomma zuppi di olezzante sudore (addirittura i guanti!), trasandato nell’aspetto, era come un abile sciatore sulla neve, invecchiato anche nella postura, intento in un improvvisato quanto goffo slalom, necessario per scansare la gente che incontrava, per evotare, probabilmente, un eventuale contagio, umiliato da quell’ordine superiore che, ai più, appare come un ordine militare da eseguire e basta.

Poi, si è soffermato alla uscita del Supermercato, quel vinto dal destino, per buttare un centesimo nel cappello dell’africano di turno, appostato li fuori (rigorosamente senza mascherina) col quale ha finito per commentare, a rigida distanza, e per quanto possibile, ciò che sta accadendo in Italia, e la domanda che ha rivolto al poveraccio in attesa di una offerta, è stata sempre la stessa: Ma in Africa avete il Coronavirus?

Che brutta fine ha fatto.

E dire che la nostra vita sociale ed amministrativa, è riposta anche nelle mani anche di questi individui.

ROBERTO CHIAVARINI
Opinionista di Arte e Politica

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