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I Talebani perdono il pelo ma non il vizio

Politica

La vera emergenza afgana oggi  è quella della sopravvivenza; la popolazione afghana ha bisogno di cibo, medicinali, assistenza sanitaria  lavoro, il mantenimento ed il rispetto dei diritti umani  : tutte cose e servizi finora in buona parte fornite dalle grandi organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative.

Ora queste organizzazioni non potranno né vorranno più appoggiarsi ai talebani per la distribuzione di aiuti e smetteranno di operare: chi si fiderebbe dei talebani per far passare aiuti umanitari?. Di certo l’instabilità sociale e politica e la repressione talebana ormai in atto innescheranno una gigantesca crisi umanitaria e migratoria. I talebani di stretta osservanza sono, oggi, oltre centomila. Secondo le stime avere informazioni ufficiali e precise è ovviamente impossibile.

Possiamo affidarci solo a quelle riportate dalla BBC nel 2018, secondo le quali  le finanze annuali dei talebani nel 2011 ammontavano a oltre 400 milioni di dollari fino a raggiungere il tetto di 1,5 miliardi. Una delle principali fonti di finanziamento dei talebani, come si può rilevare da uno degli ultimi rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è la cosiddetta “economia dell’oppio”, cioè tutti quei processi che ruotano attorno a questa droga, dalla coltivazione del papavero alla sua lavorazione al narcotraffico.

L’Afghanistan è il principale fornitore di oppio al mondo: vale circa il 90 per cento della produzione globale. Si stima che nel biennio 2018-2019 i talebani abbiano guadagnano dall’industria dell’oppio circa 100 milioni di dollari. È molto meno, tuttavia, del valore annuo dello stupefacente, stimato in 3,6-4 miliardi di dollari. Il traffico di oppio, dunque, è probabilmente una delle più importanti fonti di finanziamento per i talebani che operano nelle province afghane dove si coltivano i “papaveri sonnifero”, ovvero quelle di Helmand, Kandahar e Uruzgan- Qui i coltivatori sono sottoposti a un regime di tassazione del 10 per cento, ma ci sono tasse anche sui laboratori che trasformano l’oppio in eroina e sui trafficanti.

Secondo le forze armate americane, il 60 per cento dei finanziamenti dei talebani arriva dalla droga: ed è per questo che negli anni scorsi gli Stati Uniti si sono concentrati sulla distruzione, tramite bombardamenti, dei laboratori dislocati  nella provincia di Helmand. L’oppio, comunque, non basta a sostenere i costi complessivi delle attività del gruppo. Oltre al narcotraffico, i talebani si finanziano con una più generale riscossione delle tasse nei territori che amministrano. Sempre nel rapporto delle Nazioni Unite, si fa rilevare che i capi talebani imponevano una tassa del 10 per cento sui raccolti e una del 2,5 per cento sulle ricchezze della popolazione.

In alcune zone i talebani pretendevano dai proprietari di attività commerciali il pagamento di una tassa del 10 per cento. Tassavano i servizi pubblici come l’acqua o l’elettricità, pur non controllandone direttamente le reti di fornitura, e anche le aziende di telecomunicazioni e di telefonia.

Nel 2018 la società elettrica dell’Afghanistan dichiarò alla BBC che i talebani raccoglievano oltre 2 milioni di dollari l’anno solo attraverso le imposte sull’elettricità in varie parti del paese. Il sottosuolo afghano è ricco peraltro di risorse minerarie e fossili, dal carbone al litio ed al rame, oltre che di metalli e pietre preziose (oro, lapislazzuli) e di marmo. Si stima che l’industria mineraria afghana valga almeno 1 miliardo di dollari, ma è in gran parte sottosviluppata per via dell’instabilità del paese che non permette lo svolgimento delle operazioni di sfruttamento.

I talebani hanno il controllo di una ventina di siti minerari che si trovano nella provincia di Helmand dai quali ricavano illegalmente più di 10 milioni all’anno Nel 2018 la BBC stimava che i talebani incassassero oltre 50 milioni l’anno dallo sfruttamento minerario in tutte le zone dell’Afghanistan sotto il loro controllo.

I funzionari statunitensi hanno più volte accusato i governi di Pakistan, Iran e Russia – questi ovviamente negano spudoratamente – di offrire aiuti finanziari ai talebani in ottica anti-americana. Si pensa tuttavia che i singoli maggiori contribuenti dei talebani siano cittadini privati residenti in Pakistan, in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti: tutti questi paesi avevano sostenuto il precedente emirato talebano del mullah Omar, rovesciato nel 2001 dall’intervento militare degli Stati Uniti.

Misurare l’entità esatta di questi flussi di denaro è impossibile. Alcuni studi parlano di 500 milioni all’anno; la CIA nel 2008 li stimò in 106 milioni annui, provenienti soprattutto dai paesi del Golfo; un fiume di soldi tutti provenienti da attività illecite e finalizzati all’acquisto di armi, mezzi militari,elicotteri, a sostenere le ingenti spese necessarie per il loro sostentamento, la loro organizzazione e le frequenti migrazioni all’interno dei territori in cui hanno i loro presidi  e a quant’altro possa tornare utile nelle frequenti scorribande terroristiche.

I talebani, a 20 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, sono tornati al comando del loro paese. Il ritorno al potere degli studenti islamici non è una sorpresa. Il 29 febbraio 2020 a Doha è stato siglato un accordo tra Stati Uniti e talebani che prevedeva che il paese fosse riconsegnato progressivamente ai talebani.

E’ questa una delle ragioni per le quali l’esercito afgano, pur composto da 300mila soldati, non ha combattuto né ha opposto alcuna resistenza ad una forza, per così dire politica,  che di fatto  era già stata scelta dalle potenze internazionali. I talebani hanno in questi anni lavorato per far credere d’essere cambiati, di aver metabolizzato alcuni capisaldi fondamentali per una comunità che vuol dirsi civile: la libertà, la democrazia, il pluralismo , il rispetto dei diritti umani ed in particolare un cambio di passo nei confronti delle donne considerate da sempre come schiave, sottomesse e condannate a vivere rinchiuse nei burka, lontane  dagli occhi discreti del mondo.

Una strategia ipocrita smentita dalle azioni compiute in questi giorni e che dimostrano esattamente il contrario e cioè che nulla è cambiato, terroristi erano e tali si riconfermano ed è la solta storia che non si smentisce: il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Dopo aver riconquistato Kabul o meglio dopo essere ritornati senza colpo ferire a Kabul, grazie ad una strada senza ostacoli ed ormai spianata, i talebani hanno da subito messo le mani su tutte le istituzioni, hanno occupato e posto sotto il loro stretto controllo tutti i centri di potere e i mezzi di comunicazione, hanno posto in essere rappresaglie contro i dissidenti, hanno emesso una serie di disposizioni per ripristinare il coprifuoco ed i controlli rigidi sulla popolazione sparando a vista sulla stessa ove ve ne fosse la necessità.

Hanno fretta di chiudere il cerchio intorno a loro per non avere intralci nei loro programmi scellerati conditi dalla violenza del tipo più che non posso, tant’è che hanno intimato alle potenze straniere come gli Stati Uniti, la Francia, l’Italia e la Germania di chiudere le operazioni di rimpatrio o di emigrazione de cittadini e degli stessi afgani entro e non oltre il 31 agosto.

Una decisione assurda, ingiusta ed incivile che dimostra come i talebani non siano cambiati e che contrasta in maniera stridente ed evidente con l’obiettivo più volte ipocritamente dichiarato di cercare e volere una legittimità ed un riconoscimento internazionale che 20 anni prima non erano riusciti ad ottenere.

I ritorno dei talebani è avvenuto in tempi rapidissimi non avendo trovato sul loro percorso alcun tipo di resistenza; in soli tre giorni partiti dal loro quartier generale hanno conquistato le principali città afgane per poi arrivare a Kabul, tutto è accaduto troppo velocemente. Questo perché i Talebani erano stati investiti di questo ruolo dai cinesi, turchi e dagli stessi americani. Per ben tre anni hanno chiacchierato tra di loro, poi gli americani hanno avviato le trattative con i talebani, si sono parlati in Qatar e anche tramite la Turchia, ed alla fine si è stabilito qualcosa di assurdo e vergognoso ovvero che i talebani tornassero al potere.

Gli Usa annullano con un solo colpo di spugna vent’anni di lotte per ristabilire democrazia e libertà in un paese martoriato dalle nefandezze e dalla politica del terrore e delle violenza spesso del tutto gratuita; la Turchia, a sua volta, preferisce questo tipo di situazione; per la Cina e il Pakistan è la soluzione più immediata ma anche la più gradita.. Molti osservatori sono convinti che i talebani godano di un vasto consenso tra la popolazione afgana, una popolazione molto diversa da quella occidentale, divisa per clan e tribù.

Ci si chiede se i talebani hanno un consenso reale nel paese; noi siamo convinti che non esista alcun regime, nemmeno il più dispotico, che possa esistere senza il consenso popolare ed il consenso lo si ottiene con libere elezioni democratiche nel corso delle quali i cittadini, senza alcun tipo di coercizione materiale e psicologica, vengono chiamati a scegliere il partito politico e gli uomini che devono governare con regole democratiche il loro paese. Il consenso che gli osservatori riconoscono ai talebani è assolutamente infondato e fuor di luogo ovvero “tamquam non esset” per dirla con un brocardo caro ai romani.

Per non parlare dei diritti umani universali sistematicamente ignorati e calpestati; certo non possiamo pretendere che gli afgani e gli stessi talebani  vedano il mondo  tra l’altro hanno uno sviluppo civile molto diverso dal nostro, una cultura molto diversa, un approccio alle cose del mondo molto diverso dal nostro – come lo vediamo noi occidentali. L’obiettivo quando si studia un caso è calarsi nella mentalità altrui, è la prima legge della geopolitica. In questi giorni si sono susseguiti gli appelli, da parte delle Ong e delle organizzazioni femministe, a non lasciare sole le donne afgane. Sono diventati virali video di donne afgane che chiedono di non essere abbandonate per non annullare i progressi conseguiti in questi anni in cui i talebani non governavano il paese.

L’Afghanistan non è un paese che ha un approccio individualistico alle istituzioni, questa è una tipica costruzione occidentale Quando vediamo gli appelli drammatici delle donne su ciò che potrebbe accadere o sta già accadendo a Kabul o altrove dobbiamo ricordare che il ruolo del singolo individuo conta quasi niente. Tutto ciò che riguarda la vita sociale o le costruzioni istituzionali è intermediato dalle collettività che siano tribù o clan. Il punto dirimente è “le tribù o i clan” daranno fiducia ai talebani?

Questa è la domanda alla quale si deve dare una risposta per capire quale sarà il futuro dell’Afghanistan. Gli Usa arrivano in Afghanistan dopo l’attentato terroristico delle Torri Gemelle. Quale fosse l’obiettivo statunitense non è mai stato chiarissimo. Gli Usa si ritrovano in Afghanistan per distruggere un regime che aveva ospitato Al-Qaeda.; dopo 10 anni uccidono Bin Laden in Pakistan, accusato d’aver architettato il terribile attentato dell’11novembre.

Lì la missione poteva essere finita ma la stessa viene prolungata per raggiungere un ulteriore obiettivo: “Come ce ne andiamo ora che abbiamo detto che eravamo qui per innestare democrazia?”. Ci hanno pensato un po’ e poi hanno deciso di andare via e basta e di lasciare la patata bollente a iraniani, russi, turchi e cinesi che nella regione vivono e gravitano. In questi 20 anni gli americani hanno speso miliardi di dollari.

Questi soldi li hanno spesi i cinesi per gli americani che hanno finanziato lautamente il debito pubblico americano seguendo la massima napoleonica: mai disturbare un nemico che sbaglia. L’Afghanistan non è un territorio strategico, sebbene possieda terre rare usate dalla Cina. Si ritrova all’interno del Pakistan per ragioni di influenza. Se l’Afghanistan collassasse e tralignasse verso il Pakistan, un paese già in gravi difficoltà e snodo cruciale della via della seta, sarebbe un notevole problema per la Cina.

Gli americani si sono chiesti perché restare a tenere insieme l’Afghanistan ed evitare che travolga il Pakistan?. A questo va aggiunto che non dispiacerebbe agli americani se a finirci dentro ci fossero anche i turchi, in piena velleità ottomana e che hanno fatto i mediatori in Qatar tra afgani e americani”. La sconfitta americana a Kabul, inevitabilmente, ha fatto pensare alla sconfitta in Vietnam.

In Vietnam gli americani hanno combattuto una guerra per procura facendolo direttamente. In Afghanistan quale guerra per procura hanno fatto?. L’unica aderenza è che il Vietnam è il contesto più sopravvalutato della storia del ‘900.  Una sconfitta tattica scambiata per strategica, in assenza di rudimenti di geopolitica. Ancora oggi credere che il Vietnam sia stato un evento cardine della storia del ‘900  ha qualcosa di incredibile in. È stata una delle tante operazioni scellerate sul piano tattico degli americani che non hanno mai valore strategico. 

Gli americani tendono a non sbagliare quelle poche operazioni strategiche che fanno, quelle tattiche le sbagliano quasi tutte. In questo c’è similitudine tra Vietnam e Afghanistan, operazione tatticamente folle, un disastro, una sconfitta tattica che non ha però alcuna rilevanza strategica. Solo in questo Vietnam e Afghanistan sono simili.

Marcario Giacomo

Comitato di Redazione de Il Corriere Nazionale

Redazione Corriere Nazionale


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