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Il beato Fra Giacomo di Bitetto protettore degli umili e dei sofferenti. La Sua santità ormai riconosciuta in tutto il mondo

Arte, Cultura & Società

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alle ore: 09:24

Un contributo alla sua conoscenza.
Giacomo Varingez, il Beato da Bitetto, detto anche ‘Illirico’ da Illiria, l’antica provincia romana che includeva la sua terra d’origine, nacque a Zara nei primi del ‘400. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, venne battezzato proprio col nome che ha conservato anche da frate.

Suoi genitori, secondo la tradizione, furono Beatrice e Leonardo Varingez che lo educarono secondo principi cristiani. Il passaggio di Giacomo in Puglia fu favorito dalla circostanza di alcuni signori mercanti del suo paese dediti ai commerci ed in particolare con la popolazione della nostra regione.

Salito in una delle loro imbarcazioni e partito da Zara giunse in Puglia a Bitetto dove conobbe da subito la fraternità francescana del convento di san Francesco. Attirato dall’ideale di Francesco, Giacomo vestì l’abito francescano proprio a Bitetto, intorno al 1437.La presenza del frate laico nel convento bitettese può considerarsi certa sino al 1463, anno in cui, si sarebbe trasferito secondo i documenti ufficiali a Bari presso il convento francescano costruito in quegli anni. Dopo il 1469, il beato Giacomo fu certamente a Cassano presso il convento di S. Maria degli Angeli al quale lo legano alcuni episodi tramandati dalla devozione popolare. Tra questi la presenza di un cipresso, ancor oggi visibile nel lato nord del convento, che si vorrebbe piantato dal nostro frate o l’aneddoto della “notte vi faceva le stazioni in onore delle sette chiese di Roma”.

Dal 1480 sino agli inizi del 1483, fra Giacomo tornò a Bitetto dove imperversava la peste. Alla popolazione non fece mancare il suo conforto materiale e spirituale, prodigandosi nella preghiera, nella cura e nell’assistenza degli appestati. La memoria di tale tragica circostanza e della presenza del Beato tra gli appestati è rimasta indelebile nel vissuto storico della cittadina.

Nel 1656, imperversò nuovamente la peste nel Regno di Napoli ma questa volta Bitetto rimase immune da essa, il popolo attribuì il merito dello scampato pericolo al Beato Giacomo, “che quasi visibilmente parve tenere distesa la mano in aria per trattenere l’ira di Dio”, e lo elesse suo compatrono. Tra il 1483 e il 1485, fra Giacomo dimora nel convento di S. Maria dell’Isola di Conversano, come testimonia Agostino da Ponzone nel registrare la presenza del frate al castello ducale nella circostanza della malattia e miracolosa guarigione del piccolo Giovanni Battista Acquaviva. Dal 1485 in poi ritorna definitivamente a Bitetto dove più che altrove la gente sperimentò i suoi carismi.

Qui nacque e si consolidò la fama di potente intercessore presso Dio, che l’accompagnò sia in vita che dopo la morte. Sulle orme di Francesco d’Assisi, egli seppe pervenire ad una perfetta sintesi tra vita contemplativa e servizio d’apostolato. Il suo sottomettersi ai lavori più umili, l’orto, la cucina, il questuare di porta in porta elargendo a tutti parole di conforto, furono qualità che lo fecero sentire fratello degli umili. Fra Giacomo Muore a Bitetto nel 1496. I suoi biografi hanno scritto che Fra Giacomo possedeva il dono della profezia e quello dei miracoli: tra i tanti viene ricordato e menzionato quello della riconsegna guarito di un bambino morente a un padre disperato per aver perso vari figli a causa della stessa malattia.

Attraverso il suo incarico il questuante svolge un fecondo apostolato. Grande devozione alla Vergine: è visto spesso andare in estasi mentre prega davanti all’immagine della Madonna. Il suo corpo è prostrato dagli anni e dalle aspre penitenze. Deve sopportare il doloroso incurvamento della schiena e la quasi completa sordità. La sua morte, come tutta la su vita, è circondata dal silenzio e dalla preghiera. I confratelli che gli sono vicini notano che il suo viso, nell’incontro con il Signore, risplende di una luce soffusa. Le sue spoglie incorrotte sono venerate a Bitetto nel santuario a lui dedicato.

Le numerose grazie ed i tanti miracoli (se ne contano non meno di 60) raccolte dai suoi biografi sin dal tempo in cui era in vita, giustificano l’acclamazione spontanea del popolo che lo trasse fuori dal sepolcreto collocandolo sull’altare, ciò avvenne vent’anni dopo la sua morte quando in occasione della sepoltura di un altro frate il suo corpo fu rinvenuto incorrotto e ancora flessibile. Il processo canonico fu avviato solo il 1629, poi sospeso e ripreso nel 1694 durante il vescovado di Mons. Odierna a conclusione dell’iter processuale, riconosciuti i carismi di Giacomo Varingez e la secolare devozione di Bitetto e dei paesi vicini, il 29 dicembre del 1700, Clemente XI lo dichiarò Beato.

Dopo più di tre secoli dalla beatificazione e dopo 5 secoli di culto e devozione ininterrotti, nel 1986 l’evento storico della ricognizione medico canonica alla presenza di un qualificata equipe di medici e professori universitari, fu l’occasione per riaprire il processo di canonizzazione. Il 19 dicembre 2010 la Congregazione delle Cause dei Santi promulgò il decreto sulle virtù eroiche dell’umile fraticello. Oggi siamo in attesa che la Chiesa riconosca la santità di fra Giacomo e lo proponga alla venerazione universale. Fra Giacomo nutriva una particolare devozione e amore nutriva verso la Vergine Maria, da lui scelta come Madre celeste fin dal suo ingresso in convento.

Nei momenti liberi sempre si appartava in luoghi solitari nei quali vi era l’immagine di Maria con il Bambino. In ogni convento dove dimorò lasciò il ricordo di sé legato a cappelle o grotte dedicate a Maria. Così a Cassano S. Maria degli Angeli e a Conversano S. Maria dell’Isola. Durante le sue permanenze a Bitetto fra Giacomo si tratteneva a lungo in preghiera presso due edicole, la prima distante duecento metri circa dal convento, era denominata la “Benedetta” mentre “l’altra si trovava nell’orto del convento, a quindici passi dal coro della chiesa.”

A testimoniare l’amore di fra Giacomo per la Madonna nel parco sorge la grotta della Vergine, e ogni 11 del mese una grande fiaccolata vi giunge in preghiera. Nel 1619, come si tramanda, è Donna Felice di Sanseverino, duchessa di Gravina, a farsi aprire l’urna per baciare la mano del Beato e in tale circostanza ne stacca con un morso un dito al fine di procurarsi una reliquia personale ma, come efficacemente descritto da Breve cenno storico del Giannelli, dinanzi al “terribile temporale” che impedisce di partire, confessa la sua colpa e restituisce il frammento sottratto, per la conservazione del quale dona poi un piccolo reliquiario d’argento.

E’ detta reliquia che ancor oggi, viene riportata in processione. I festeggiamenti sempre sontuosi in onore del Beato rivelano un attaccamento ininterrotto e durevole nel tempo.

Giacomo Marcario

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