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Il Beato Giacomo Varingez di Bitetto: necessario ancora un soffio di vento per la sua canonizzazione

Puglia

BITETTO – (Bari) L’attualità del messaggio del Beato Giacomo da Bitetto la si coglie soprattutto nell’esercizio che egli fece in vita delle virtù, specialmente quelle teologali.

L’esame della vita e delle virtù del Beato, la cui eroicità è riconosciuta da tutti, consegna esempi encomiabili di ardua e ininterrotta dedizione a Dio e al prossimo.

La fama di santità di cui egli ampiamente gode è saldamente fondata e fortemente radicata in un continuo e impegnativo esercizio delle virtù che egli praticò in tutto l’arco della sua lunga vita terrena (1400-1496 ca.). La virtù della fede, fondamento di ogni altra virtù cristiana e della spiritualità del frate croato, fu alla base della sua condotta di vita interamente intenta alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime.

La preghiera, la meditazione e i sacramenti, specialmente l’Eucaristia, l’amore a Gesù crocifisso e la sua devozione a Maria Vergine, lo hanno portato a quella affettuosa e prolungata unione mistica con Dio che, irresistibilmente, lo hanno immerso nell’Amore divino, permettendogli di gustare la dolcezza di una gioia inesprimibile e senza fine, che comunicava e trasmetteva ai suoi confratelli e a quanti incontrava nel suo peregrinare.

Il 29 dicembre 1700, Papa Clemente XI confermò il culto ab immemorabili del Beato Giacomo Illirico da Bitetto. Sono stati necessari, però, ben tre secoli per poter procedere all’accertamento canonico delle virtù cristiane e al riconoscimento di un miracolo ottenuto per sua intercessione.

Ebbe così inizio l’inchiesta diocesana nel corso della quale fu raccolta la documentazione necessaria per illustrare la condotta virtuosa di frate Giacomo.  

La enciclopedica “Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis” dell’umile frate raccoglie, coordina e mette insieme tutto il materiale conosciuto e non, riguardante il Beato Giacomo, la cui storia, dalla sua morte ai nostri giorni, ha la lunghezza di ben cinque secoli e sembrava ormai frantumata e dispersa. Il pregevole lavoro ottenne il Decreto sulla sua concretezza e validità il 18 dicembre 1998 da parte della Congregazione delle Cause dei Santi.

Successivamente, in data 19 novembre 2008, il Congresso Ordinario della Congregazione riunitosi per discutere sull’eroicità delle virtù del Beato Giacomo, raggiunse l’unanimità dei voti positivi da parte dei consultori storici e teologi. Superato quest’ulteriore e fondamentale passaggio, ci si è dedicati alla valutazione del presunto miracolo di una guarigione avvenuta a Bitetto quasi sessant’anni fa, attraverso un dettagliato “Summarium super miraculo” (caso clinico, testimonianze, giudizi dei medici legali). Il presunto miracolato, all’età di cinque anni, venne investito da una motocicletta riportando lesioni gravissime con frattura della base cranica, triplice frattura della mandibola e shock traumatico.

Stante la gravità delle sue condizioni, i medici ritennero che era imminente la sua fine e pertanto sarebbe stato meglio che fosse morto a casa per evitare le pratiche burocratiche.

Dunque, fu riportato dai suoi parenti a casa quello stesso pomeriggio. Subito si recò presso di lui il Padre Pancrazio Modugno che invocò l’aiuto del Beato Giacomo cantando il suo responsorio. Poco dopo, la reliquia del cappuccio del Beato Giacomo venne posta sotto la testa dell’infermo.

Verso mezzanotte il bambino uscì dal coma con grande meraviglia dei medici che per primi acclamarono al miracolo. Il bambino ebbe una vita normale, studiò con profitto fino a conseguire una laurea con ottimi risultati. Il giorno 8 marzo 2012 si è riunita la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, la quale, sul caso clinico su esposto, ha espresso un giudizio sospensivo per i dati esigui sulla diagnosi, prognosi, terapia e guarigione e, pertanto, non si è espressa sull’inspiegabilità o meno del presunto miracolo.

Attualmente, si sta cercando di apportare ulteriori e utili dimostrazioni documentarie presso le sedi competenti, perché, al più presto, il voto sospensivo della Commissione Medica si tramuti in voto positivo e il Beato Giacomo ottenga il riconoscimento della canonizzazione.

La canonizzazione è l’atto infallibile con cui il Sommo Pontefice dichiara in forma definitiva e solenne che un fedele cattolico vive nella gloria eterna, intercede per noi presso il Padre e può essere venerato con culto pubblico da tutta la Chiesa universale, senza i limiti imposti dall’atto della sua beatificazione.

Ai suoi innumerevoli fedeli spetta, dunque, la preghiera da vivere nella virtù della Speranza, affinché quanto prima il Beato Giacomo giunga agli onori degli altari della Chiesa Cattolica.

Nel corso dei solenni  festeggiamenti in onore del Beato Giacomo da Bitetto, che vengono celebrati ogni 27 aprile, dies natalis, diversi anni or sono si era soliti organizzare una cerimonia molto attesa dai fedeli raccolti in preghiera; in questo torno di tempo si procedeva a liberare l’urna del Beato dalla “coverta di legno indorata” (un’altra sovra cassa di protezione, dono del principe De Angelis) per offrire ai fedeli la visione del corpo che la misericordia divina non aveva lasciato corrompere dalla morte. In tal modo si cercava di educare il popolo ad elevare la sua preghiera dai sacri resti di colui che in vita si era posto con ardore alla sequela Christi, sino alla sovrastante Croce che mostrava, ed ancora mostra, un “Christus triumphans”, un Gesù, cioè, vittorioso sulla morte.

I festeggiamenti del Beato, erano diventati, così, una preziosa occasione di meditazione sulla Passione di Gesù. A tal fine i Padri Riformati avevano ribattezzato il lungo tratto di strada che da Bitetto porta al santuario, “Via Regia”.

Con tale dotta denominazione i frati esortavano a percorrere “la via della santa croce”, richiamandosi ad un celebre passo della Imitazione di Cristo, che riflette come “molti seguono Gesù fino allo spezzare del pane, pochi fino a bere il calice della sua passione; molti hanno ammirazione per i suoi miracoli, pochi seguono l’ignominia della croce” (II,12). Attraverso l’esposizione del corpo incorrotto del frate laico che, in tutta la sua vita terrena, “aveva stabilito di formare del suo corpo un’ostia vivente, santa, e a Dio accetta” (Sacra novena del 1839) si invitavano dunque i pellegrini che avevano percorso “la via Regia” ad innalzare gli occhi dall’urna a Gesù Crocifisso che, con lo sguardo rivolto ai fedeli dalla sovrastante croce, parla non di morte ma di risurrezione a vita eterna.

Prima ancora della sua Passione, Cristo stesso aveva detto a chiare lettere, e lo ripete ancor oggi attraverso il Vangelo: sperimentando nel suo cammino terreno la vanità delle nostre scelte e passioni, egli era pervenuto a quell’altra verità sostenuta nel suddetto libro della Imitazione di Cristo: “sarai sempre uno straniero e un pellegrino dovunque tu sia; né troverai facilmente pace se non ti sarai immedesimato con Cristo” (II, I-3), e aveva quindi maturato l’idea di indirizzare la sua vita non al conseguimento di effimeri beni terreni ma a quelli celesti ed eterni. Non sappiamo se i suoi occhi si siano mai posati sulle pagine di detto libro, ma certamente l’analoga esortazione con cui Francesco d’Assisi raccomanda ai suoi fratelli d’essere in terra semplici “forestieri e pellegrini” (Regola bollata,VI, 3 – Testamento, 29), deve aver aiutato il Nostro a “rinnegare se stesso, a prendersi la sua croce e a seguire Cristo”. Così ha bussato alla porta del convento francescano di Bitetto, attorno al 1437 circa, secondo le ricerche storiche più recenti.

Entrato in convento in veste di laico professo, la sincerità della sua conversione l’ha accompagnato in ogni luogo in cui l’osservanza della Regola francescana lo ha portato a dimorare: nella casa francescana di Cassano; in quella, forse, di Bari; in quella di Conversano; e, ancora e definitivamente, in quella di Bitetto. In ognuno di questi luoghi rifulse chiaramente la sua “sequela Christi”, come testimoniano memoria e tracce superstiti del suo passaggio.

La croce di ferro conficcata tra le querce del convento di Cassano; il trullo ivi esistente e testimonianza residua delle “sette casubbole o trulli” ove, secondo tradizione fra Giacomo “ogni notte vi faceva le “stationi in honore delle sette chiese di Roma”; la sua stessa predilezione, registrata sempre a Cassano e anche a Conversano, per un’orazione solitaria in cripta o grotta; la stessa devozione di fra Giacomo per la “Benedetta fra le donne” o Regina e Madre di misericordia, alla quale chiediamo di “mostrarci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno”; lo stesso suo sostenersi, negli ultimi anni della sua vita, ad un bastone biforcato, molto simile al “tau” o croce priva del braccio superiore; sono, tutte manifestazioni di una scelta di vita inequivocabilmente cristiforme.

Alla luce di quanto detto non può condividersi alcun giudizio critico, che giustificato dall’assenza di adeguata documentazione, ritenga detto profilo del Beato Giacomo da Bitetto influenzato più da devozione popolare e agiografia che da verità storica.

È accertato, infatti, che la fama di santità aleggiante attorno alla figura di Giacomo Varingez non è un prodotto della devozione popolare post mortem ma è ciò che lo accompagna anche in vita, come attesta un manoscritto quattrocentesco, rinvenuto, in tempi recenti, presso un archivio francescano di Firenze.

È, detto manoscritto, il memoriale o diario di Agostino da Ponzone, un frate che si trovò a passare per il convento di S. Francesco in Bitetto il 10 gennaio 1488, al seguito del Vicario generale degli Osservanti in visita canonica nella nostra regione. Del suo breve passaggio per il convento di Bitetto, fra Agostino da Ponzone registra come fatto davvero degno di nota l’incontro personale con “fra Giacomo di Schiavonia”, il quale “come si racconta, ha compiuto miracoli”.

Di questi miracoli anche lui ne registra tre: la guarigione miracolosa del figlio di Andrea Matteo Acquaviva, il perdono regale a quest’ultimo profetizzato ed, infine, la guarigione miracolosa di un altro bimbo moribondo a Bari.

Al di là di questi stessi miracoli, quello che fra Agostino da Ponzone giudica davvero caso straordinario è il fatto che il nostro fra Giacomo, dallo stesso ospite rinvenuto “avanzato negli anni”, “quasi sordo” e altresì “incapace a stare in piedi”, solo l’anno prima, il 1487, si era recato a Bari per l’ultimo caso miracoloso predetto “e, pur essendoci in tutto 20 miglia di cammino, ha affrontato il viaggio a piedi!”, come registra con manifesta meraviglia il cronista.

Tanta resistenza fisica e fuori dell’ordinario da parte di fra Giacomo non può essere che effusione della misericordia divina da parte di chi ha preso su di sé “la sua croce” e, senza tentennamenti, ha seguito il Signore sulla via da Lui indicata. Coerentemente a detta “sequela Christi”, ecco fra Giacomo raccomandare, agli interlocutori del suo tempo: “Ite secure”, “camminate senza paura” lungo la strada del Signore.

Queste due sue parole, sottratte ai silenzi della storia dalla puntuale registrazione di Agostino da Ponzone, nella fiduciosa adesione al messaggio evangelico, trovano idoneo commento in quelle che Papa Francesco va rivolgendo, al presente, a quanti sanno accettare la croce di Cristo: “E voi non avete vergogna della sua croce! Anzi l’abbracciate, perché avete capito che è nel dono di sé, nell’uscire da se stessi, che si ha la vera gioia”.

(Benedizione delle Palme, 24 marzo 2013).Tra le immagini più note del Beato Giacomo , che si presenta al pellegrino che giunge a Bitetto, si trova sia  sulla facciata del Comune di Bitetto che su quella del convento, ed è quella di Fulvio Del Vecchio del 1998 realizzata a pastelli. Il Beato è raffigurato in preghiera mentre sulla spalla sinistra poggia il suo bastone.

Naturalmente, vari sono gli elementi che incontriamo nell’ iconografia giacomiana: la Vergine Maria con Gesù Bambino, il bastone usato per appoggiarsi mentre si recava alla questua (simbolo della fede), la bisaccia (simbolo della Provvidenza), la lepre che si rifugia sotto il suo saio e gli angeli che suonano le campane al suo posto, quando le veglie notturne si prolungavano.

Nella tela del Santulli, datata 1706, conservata nella cappella del Beato Giacomo, ritroviamo quasi tutti questi elementi. Il Beato è in estasi su una nuvola, in preghiera davanti all’icona della Vergine Maria con Gesù Bambino mentre un angelo presenta il bastone, uno accarezza la lepre e un altro suona la campana del convento sullo sfondo.

Nell’affresco di Francesco Turchiano datato 1941 , che si trova nella  cappella del Beato troviamo elementi nuovi. Oltre alla lepre che si rifugia sotto il saio, abbiamo a destra il cacciatore armato di lupara, con un cane sguinzagliato che bracca il quadrupede.

A sinistra, c’è anche l’angelo che rimesta nella pignatta le fave di fra Giacomo. Nel convento di Santa Maria dell’Isola a Conversano, troviamo una assoluta novità: il Beato Giacomo in preghiera davanti ad una croce ricavata da due rami.

Lo studioso Lino Fazio ha riconosciuto nel segno della croce uno degli elementi più importanti dell’iconografia giacomiana, dopo la scoperta del bassorilievo marmoreo della chiesa di Cristo Re a Bitonto. Rarissima è l’iconografia che lo ritrae con la zappa nell’orto del convento, come nella tela a sinistra dell’urna del Beato Giacomo, o con le arance, come nel mosaico di Lino Sivilli nella nicchia a sinistra della facciata del santuario. Il Beato Giacomo con una lepre tra le mani non si era mai visto. Eppure, nei recenti lavori di restauro del convento francescano di Terlizzi, è stata rinvenuta una bella immagine del Beato appunto con la lepre tra le mani, che dunque ne arricchisce l’iconografia.

Negli ultimi anni è maturata anche in alcune rappresentazioni la presenza di un bambino accanto al Beato Giacomo, come nelle statue lignee della nuova Tenda del Beato e della parrochia S. Antonio di Bari. Questo elemento è dovuto alle numerose guarigioni di infanti, ottenute dalla sua fervente preghiera, perché il Beato, “tutto presso l’Altissimo può”. Diversi anni or sono come da sollecita segnalazione di Annamaria e Giuseppe Chiapparino, titolari del laboratorio di restauro “ACHG” di Terlizzi, assegnatari di detti lavori e, tra l’altro, restauratori del seicentesco Crocifisso ligneo del Santuario, è stato individuato sotto gli strati d’intonaco un medaglione raffigurante  Fra Giacomo Varingez, come attestano inequivocabilmente la sottostante scritta “Beato Giacomo di Bitetto” e la lepre tra le braccia.

Le originarie pennellate a caldi pigmenti esaltano la profonda carica di umanità che circonfonde la figura del Beato. Questo rinvenimento, inoltre, va ad avvalorare le tesi esposte nel corso processo apostolico del 1694-96, circa la diffusione della iconografia giacomiana anche fuori dell’ambito bitettese. L’arciprete Vito Felice Guadagni, ad esempio, dopo aver menzionato immagini in Cassano, Bari e Lecce, aggiunge ancora: “Similmente ho inteso dire che nella terra di Terlizzi, nella chiesa de’ Padri Zoccolanti vi sia anco dipinta l’immagine di quello, e così ancora in Andria nel convento de’ Padri Minori Conventuali, et in Barletta appresso de’ Padri Zoccolanti.”.

Il 5 aprile 2014 nella Sala Clementina il Santo Padre ha ricevuto in udienza speciale l’ufficio di presidenza dell’ANCI con una delegazione dei sindaci delle 120 città capoluogo di provincia ed i presidenti delle ANCI regionali. Stanco ma «con il cuore pieno d’amore»: così Papa Francesco immagina il sindaco dopo una giornata di lavoro trascorsa «in mezzo al popolo» e ne ha parlato nel discorso pronunciato a braccio durante l’udienza, rivolgendo agli amministratori comunali l’augurio di essere sempre «mediatori» per «fare l’unità, per fare la pace, per risolvere i problemi e anche risolverli. In detta circostanza  il Sindaco di Bitetto Stefano Occhiogrosso, ha donato a Papa Francesco il libro del prof. Lino Fazio che ripercorre i momenti salienti della vita terrena  e della santità del Beato Giacomo Varingez di Bitetto.

La Madre Chiesa si è rallegrata per la glorificazione di due suoi  figli, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, canonizzati da Papa Francesco il 27 aprile 2014. Allo stesso tempo la comunità di Bitetto, unendosi all’universale preghiera che si è innalzata da piazza san Pietro, ha ringraziato il Signore per il dono dell’umile frate francescano Giacomo Illirico da Bitetto.

Penso che dono più grande in questo giorno non ci poteva essere dato: tre uomini, vissuti in epoche diverse, che avevano nel cuore un unico amore, Gesù Cristo presente nel fratello, nel povero, nell’uomo. Queste tre figure di santità, inoltre, presentano similitudini straordinarie nell’esercizio eroico delle virtù! Papa Francesco nella sua omelia non ha esaltato gli interventi decisivi di questi due papi nella storia contemporanea ma è andato, per cosi dire, all’essenziale del loro essere testimoni di fede. «San Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto.

Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù». Così si è espresso il Santo Padre parlando dei due papi. E partendo da questa sua affermazione, come non pensare al nostro beato Giacomo e al suo continuo piegarsi sulle piaghe di Cristo?

Quante volte, al pari dei due santi papi, si è reso docile alla voce dello Spirito diventando strumento del Signore che si china sulle nostre fragilità? Così come è stato per fra Giacomo che «ha trovato nella preghiera il respiro delle sue giornate», anche i due Pontefici si sono distinti per il loro spirito di orazione e, partendo da questa, traevano la forza per affrontare le sfide del loro tempo. Vengono in mente quelle situazioni di cui la storia del XX secolo è stata testimone: quando il loro intervento a servizio della pace è stato decisivo per risollevare situazioni che prevedevano un finale drammatico.

Con la loro testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnati da una grande carica umana, questi figli esemplari della Chiesa hanno aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci hanno aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà. Ma, come ebbe a dire san Giovanni Paolo II, la Chiesa, nel canonizzare un suo figlio, non esalta ciascuna delle azioni da lui compiute (ognuno, pur perseguendo la strada del bene, può incorrere in sbagli), ma tutta la sua vita.

Ringraziamo il Padre delle Misericordie per il dono di questi suoi figli e preghiamo perché anche il nostro beato Giacomo possa essere presto ascritto all’albo dei Santi che contemplano il volto del Padre.

Giacomo Marcario

Comitato di  redazione@corrierenazionale.net


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