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Il boom del lavoro part time che penalizza le donne

Attualità & Cronaca

L’Inapp fa notare che il 49,6% delle nuove assunzioni femminili è a tempo parziale contro il 26,6% degli uomini. E il 42% dei nuovi contratti firmati dalle donne associa anche una forma contrattuale a termine o discontinua, debolezza che riguarda solo il 22% della nuova occupazione maschile

 
 

 

AGI – Dopo oltre un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, nel primo semestre del 2021 l’occupazione nel nostro Paese è ripartita ma è sempre più part time che è il più delle volte “involontario”, non richiesto cioè dal lavoratore o dalla lavoratrice per esigenze previste dalla legge, ma proposto come condizione contrattuale di accesso al lavoro dalle imprese.

 

È quanto emerge dall’anticipazione del policy brief “Una ripresa… a tempo parziale” dell’Istituto Nazionale per le analisi delle politiche pubbliche (Inapp), secondo cui a giugno di questo anno, dei 3.322.634 contratti complessivamente attivati (di cui 2.006.617 a uomini e 1.316.017 a donne), oltre un milione e 187 (il 35,7%) sono part time.

Le donne penalizzate

Secondo l’Inapp, si incrementano le differenze di genere: quasi la metà delle nuove assunzioni di donne è a tempo parziale e per 4 donne su 10 l’orario ridotto si associa a contratti a termine o discontinui. L’essere donna, under 30 e vivere al Sud continua a rappresentare una condizione di svantaggio ulteriore.

L’Inapp fa notare che il 49,6% delle nuove assunzioni di donne è a tempo parziale contro il 26,6% degli uomini. E il 42% dei nuovi contratti di donne associa al regime orario a tempo parziale anche una forma contrattuale a termine o discontinua, debolezza che riguarda solo il 22% della nuova occupazione maschile.

La componente femminile – si legge nello studio – rappresenta complessivamente il 39,6% del totale delle attivazioni, confermando il consolidato gap di genere nell’occupazione. Si assiste, quindi, a un numero di nuove attivazioni per le donne inferiore a quello degli uomini in valore assoluto, ma con un’incidenza del part time molto più consistente. Questa situazione si registra in tutte le tipologie contrattuali.

Sul totale dei nuovi contratti a donne, sono a part time: il 54,5% nel tempo indeterminato, il 63,7% nel tempo determinato, il 44,5% in apprendistato, il 45,9 % in lavoro stagionale e il 42,4% % in somministrazione.

Per quanto riguarda i settori economici, le nuove assunzioni di donne sono in valore assoluto inferiori a quelle degli uomini a eccezione del settore finanziario-assicurativo, immobiliare e di amministrazione pubblica comprese le organizzazioni extraterritoriali. In tutti i casi, comunque, la quota di part time femminile è sempre maggiore di quella maschile.

Inoltre, nel caso dell’agricoltura, commercio, attività immobiliari, professionali, artistiche e amministrazione pubblica istruzione, sanità e assistenza, i contratti part time costituiscono la forma di lavoro prevalente per le donne, superando l’incidenza del 50% sul totale.

A livello territoriale, nelle regioni del centro nord che hanno attivato le maggiori quote di contratti a donne, si riproduce il “fisiologico” squilibrio di genere del part time sinora evidenziato.

Spicca invece nel Sud, in particolare con Sicilia Calabria Molise, il legame tra il ridotto numero di contratti attivati e una percentuale di par time intorno al 70%, indice di una profonda instabilità di prospettiva della ripresa.

Gli incentivi non bastano

Part time e precarietà non sono ridotte dalla presenza di un incentivo alle assunzioni. Lo studio evidenzia come nel I semestre del 2021 le assunzioni con diverso tipo di agevolazione sono state complessivamente 780.128, corrispondenti al 23,5% del totale delle assunzioni.

Delle 291.548 assunzioni agevolate di donne (corrispondenti al 22,2 % del totale di tutte le assunzioni femminili), quasi il 60% sono state a part time. Delle 488.580 assunzioni agevolate di uomini (pari al 24,3% del totale delle assunzioni maschili) è a part time solo il 32,5%.

“La lettura di questi dati ci dice che la ripresa dell’occupazione in Italia rischia di non essere strutturale perchè sta puntando troppo sulla riduzione dei costi tramite la riduzione delle ore lavorate” – ha spiegato Sebastiano Fadda, presidente di Inapp. “La ‘prudenza delle imprese’ – prosegue – rischia di incrementare la fascia di lavoratori poveri e il gap di partecipazione e reddito esistente tra uomini e donne.

Il traino del Piano di ripresa e resilienza dovrebbe essere invece l’occasione per spingere sulla creazione di lavoro stabile, perchè senza la prospettiva di una graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro si rischia di avere effetti negativi sulla produttività e sulla competitività”.

“In questo scenario, il ricorso ad agevolazioni alle assunzioni non ha portato a una correzione di tendenza” – ha osservato il presidente dell’Inapp – e continuiamo a trovarci di fronte, pur in presenza di incentivi economici o contributivi, al noto squilibrio di genere: assunzioni femminili minori in valore assoluto e con un’incidenza di part time molto più elevata della componente maschile”.

“Occorre avviare – ha concluso Fadda – una riflessione sul ruolo ‘migliorativò e selettivo che, a partire proprio da questa fase di riavvio, dovrebbe caratterizzare il sistema degli incentivi. Il Pnrr, d’altronde, con le clausole di condizionalità già si muove in questa direzione”.  


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