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Il cantore dei “buzzurri” americani che potremmo vedere alla Casa Bianca

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alle ore: 05:55

J.D. Vance, il candidato repubblicano appoggiato dall’ex presidente, ha vinto le primarie di partito in Ohio per la candidatura a un posto da senatore.

© Peter Zay / ANADOLU AGENCY / Anadolu Agency via AFP
– JD Vance

AGI – J.D. Vance, il candidato repubblicano appoggiato da Donald Trump, ha vinto le primarie di partito in Ohio per la candidatura a un posto da senatore. Vance, 37 anni, autore e finanziere, ha battuto una nutrita schiera di rivali. Il successo del candidato segna la vittoria per l’ex presidente, che ha puntato su un personaggio non amato dai vertici del partito. Vance, nel 2016, aveva definito Trump un “cancro”, ma poi si è riconciliato con il tycoon, che lo ha definito “la nostra migliore carta da giocare in una partita molto difficile”.

La sfida lo vedrà di fronte al senatore democratico Tim Rayan che ha vinto nettamente, con oltre il 70 per cento dei consensi, le primarie del partito progressista.

Chi è J.D. Vance, ex critico del tycoon

James David Vance, per tutti J.D. Vance, 37 anni, da Middletown, Ohio, sono stati due elementi: l’essere appoggiato da Trump ed essere mal sopportato dai vertici del partito. I due elementi, con Trump, si miscelano alla perfezione, perchè Vance è passato in sei anni dall’essere il grande critico del tycoon (“lui è il cancro dell’America”, “l’eroina culturale”, “porterà la classe operaia nelle tenebre”, disse durante le primarie presidenziali) a esserne la proiezione.

Se il trumpismo ha sdoganato la politica aggressiva, del politicamente scorretto, Vance è colui che l’ha colta meglio di tutti i candidati: autore di successo e finanziere, è diventato l’ambasciatore dell’America First di Trump, il punto di rottura con le idee tradizionali repubblicane. Come il suo mentore, Vance ha fatto di Twitter il canale per parlare direttamente agli elettori, e come il tycoon ha scelto il conduttore televisivo della Fox, Tucker Carlson, come microfono per gli interventi televisivi.

Sarcasmo e ferocia, la sua retorica

Nella retorica aggressiva, nella capacità di parlare degli avversari usando il sarcasmo, la ferocia, nel mettere due gocce di veleno in ogni dichiarazione, Vance ha finito per andare oltre Trump, e diventare un nuovo Trump Jr, e come il figlio del presidente Donald Jr è entrato nel cuore dei suoi elettori.

La differenza è che J. D. è cresciuto nella povertà, prima in Kentucky e poi in Ohio. Quando pubblicò il suo libro di memorie “Hillbilly Elegy”, Vance venne divorato dalle elite della costa, mentre ora è diventato il rappresentante della classe lavoratrice bianca.

Puntare il dito sui nemici è risultato ancora una volta vincente: durante la campagna per le primarie, Vance ha attaccato le corporation per aver “svenduto” il lavoro alla Cina, accusato i liberali di aprire i confini a manovalanza a basso prezzo e ai trafficanti di oppioidi, ha definito “idioti” i politici di Washington e “str” i media.

La “brutta copia” di Trump?

I critici lo hanno attaccato, definendolo “brutta copia” di Trump, senza capire che è stata proprio la mossa decisiva. La sua candidatura ha rappresentato un referendum su Trump, senza che ufficialmente lo fosse. Qui il tycoon nel 2020 aveva vinto di appena otto punti su Joe Biden, ma la mobilitazione che Vance ha portato ai comizi, con il tripudio finale nel giorno dell’intervento finale dell’ex presidente, hanno lanciato un segnale al partito: la gente vuole Trump, è orfana di Trump, ha fame di Trump.

Vance ha usato lo stesso stile, quando ha detto “ragazzi, sapete, quando Trump dice che le elite sono fondamentalmente corrotte, beh, a loro non interessa niente del Paese che li ha resi importanti e ricchi, e io penso che Trump stia semplicemente dicendo la verità”.

Il fatto che l’ex povero Vance faccia parte della nuova elite è un dettaglio: laureatosi con lode alla Ohio State University e poi con un master in legge a Yale, Vance ha dato vita a un movimento locale fondato sul conservatorismo nazionalista, un tentativo di aggiungere una connotazione culturale all’architrave del trumpismo.

Ma alla fine a convincere le persone, come sempre, è stato mostrarsi per come si è, con i difetti, i limiti, gli errori, le zone oscure. Nipote di un lavoratore delle acciaierie, famiglia povera, lacerata da oppioidi e divorzi, la madre dipendente dai farmaci, Vance è stato allevato dalla nonna, figura da film di Tarantino, donna che “amava il Signore” e intanto possedeva diciannove pistole.

Uscito dal liceo, Vance era entrato nei Marines e partito per l’Iraq come addetto agli affari pubblici, per poi fare veloce rientro in Ohio e iscriversi all’università. Qui ha conosciuto la futura moglie, Usha Chilukuri, che poi farà carriera nelle corti d’appello, lavorando assieme a Brett Kavanaugh. Si’, proprio colui che verrà nominato da Trump giudice della Corte Suprema nel 2018.

L’attacco da parte dei Democratici alla nomina, con le accuse di vecchie molestie sessuali, rappresentò un bivio per Vance, che scese in difesa di Kavanaugh e restò affascinato dalla determinazione di Trump. Se puro calcolo o sentimento vero, nessuno potrà dirlo con certezza, ma da quel momento Vance ha cominciato a costruire la sua nuova vita: prima come aspirante capitalista a San Francisco, al servizio del fondatore di PayPal, Peter Thiel, poi gli studi a Yale.

Tornato in Ohio, messo su famiglia, e tre figli, Vance ha portato avanti le sue attività, grazie anche all’aiuto di Thiel, che ha finanziato le sue attività imprenditoriali e, ora, la sua campagna con 13,5 milioni di dollari. Tutto questo, però, sarebbe potuto servire a poco senza la data fatidica del 15 aprile 2022, cioè a meno di tre settimane dalla primarie. Quello è stato il giorno in cui è arrivato l’endorsement di Trump. Vance ha incontrato il tycoon a Mar-a-Lago, aiutato dal fondatore di PayPal, poi ha agganciato Tucker Carlson.

Il resto è andato in automatico, il giovane trumpiano totale, la somma di Donald e Donald Jr, due persone in una. A novembre lo attende la sfida con il senatore democratico Tim Ryan, che ha vinto facilmente le primarie di partito. Il candidato progressista appare favorito, ma sottovalutare l’onda lunga trumpiana e i suoi nuovi eredi potrebbe essere il secondo errore che i democratici compiono in sei anni.


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