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Il delitto della Cattolica

Attualità & Cronaca

Nell’estate del 1971 viene compiuto un omicidio particolarmente efferato a Milano. Il 26 luglio 1971 il corpo di Simonetta Ferrero, ventiseienne laureata in scienze politiche, viene ritrovato nei bagni delle donne dell’università Cattolica in Largo Agostino Gemelli. Secondo l’autopsia la giovane donna è stata uccisa sabato 24 luglio.

Le sono state inferte 33 coltellate (come gli anni di Cristo), di cui 26 in profondità e di cui 7 mortali. Il medico legale stabilisce che non c’è stata nessuna violenza carnale.

La ragazza è stata colpita all’addome, al torace, alla schiena, alla gola e alle mani. L’assassino le risparmia il volto. Ma per quale motivo? Per una strana forma di pietà o perché è terminato il suo impulso omicida? Non compie l’overkilling sul volto perché non vuole depersonalizzarla?

Forse perché ha bisogno di essere guardato fino all’ultimo spasimo dalla vittima? Il fatto che non sfiguri il volto può essere significativo? Può avere un significato simbolico oppure più semplicemente la giovane vittima è riuscita a pararsi il volto con le mani ?

Non lo sapremo mai. La sede della Cattolica è l’antico monastero di Sant’Ambrogio, caratterizzato da due splendidi chiostri. A pochi passi si trova la basilica di Sant’Ambrogio. Nella piazza si trova anche la colonna del diavolo. Secondo la leggenda lì Sant’Ambrogio lottò con il demonio.

Il santo gli diede un calcio e il demonio finì con le corna incastrate in una colonna romana, che ha due piccoli fori. Sulla parte destra della facciata della basilica si può notare anche una strana scacchiera, forse ideata per scacciare il maligno. Milano è anche una città ricca di misteri e leggende, anche se i milanesi per conservare la nomina di persone efficienti e razionaliste non ne parlano volentieri.

Le menti suggestionabili potrebbero anche pensare che dietro all’efferatezza e all’orrore di quel crimine si possa celare un disegno demoniaco. I criminologi, cercando di delineare i tratti di personalità dell’assassino, potrebbero concludere che si trattò di un killer missionario, edonista o visionario.

Ma non sapremo mai l’autore di questo crimine né il motivo per cui inferse tutte quelle coltellate. Non sapremo mai se conosceva e odiava la vittima, se nella sua mente covava misoginia e follia o se soffriva di deliri e ossessioni religiose. Non sapremo mai le cause psicologiche che portarono l’omicida all’acting out.

Che cosa determinò tutta quella furia? L’antisocialità? Un desiderio perverso? Uno squilibrio psichico? L’assassino soffriva forse di un delirio persecutorio? Un’alterazione della realtà? Una voglia insana di dominio?

Una dinamica assurda preda-predatore? Una sensazione di onnipotenza? Presumibilmente l’assassino fu colto da un raptus omicida, ma ad oggi non sappiamo ancora se fu scaturito da un litigio, se fu espressione di una premeditazione o se fu il gesto sconsiderato di uno sconosciuto. Il delitto fece scalpore all’epoca anche perché imprevedibile, incomprensibile, assurdo: un omicida, che si catapulta nel bagno delle donne, massacra una giovane donna indifesa, lascia il suo corpo in una pozza di sangue e in una posa scomposta, scompare per sempre e ritorna alla sua quotidianità.

All’epoca poi non esistevano lo studio delle microtracce, l’esame del Dna, l’acquisizione dei tabulati telefonici, le intercettazioni ambientali: scienza e tecnologia compiranno passi da gigante negli anni successivi.

E oggi che la polizia può effettuare l’esame del Dna non può fare niente con gli omicidi insoluti di decine di anni addietro, perché i reperti – se esistono – sono troppo deteriorati. Edoardo Raspelli, poi famoso gastronomo, all’epoca faceva il cronista per il Corriere della Sera. Il 26 luglio 1971 era il suo primo giorno di lavoro, il suo primo articolo fu proprio sul delitto della Cattolica.

A distanza di anni Raspelli scrive: “un delitto che sconvolse Milano: la vittima, il posto, le modalità, il mistero di un coltello mai provato, un assassino che non è mai stato catturato….non lo sapevo ma sarei stato testimone oculare di un inizio tragico per la mia città” (Corriere della Sera- 26 luglio 1996).

Però viene da chiedersi: nessun familiare o nessuna persona vicina all’assassino ha mai notato niente di strano nei suoi comportamenti? Nessuno ha mai sospettato niente? Nessuno ha mai avuto avvisaglia o sentore che quella persona potesse trasformarsi in un omicida spietato?

Nessuno si è mai accorto delle sue metamorfosi? Non lo sapremo mai. Nessuno è mai riuscito a dare una fisionomia all’autore di quel gesto sconsiderato. E non sapremo mai nemmeno se compì solo quel delitto o se quell’azione fu reiterata. Forse ha semplicemente ragione il giallista Olivieri quando dichiara in un’intervista che “le inchieste sono rese più difficili dal nostro rifiuto di credere che gli assassini siano persone come noi”.

Forse è per questa specifica ragione e non per il garantismo che i presunti colpevoli spesso vengono assolti anche quando i processi non sono indiziari. Inoltre come scrive N. Amato in “Diritto, delitto, carcere” [Giuffrè Milano, 1987] : “l’uomo della condanna è sovente diverso dall’uomo del delitto, non è definitivamente congelato nel suo gesto”.

Ciò naturalmente può valere anche per un omicida, che non si è mai fatto un solo giorno di galera, come in questo caso: certi tratti della sua personalità di base – se è ancora in vita – saranno effettivamente gli stessi di allora, ma il tempo e gli eventi potrebbero averlo tuttavia cambiato profondamente in questi anni.

Non bisogna dimenticare anche che diversi problemi psicologici, che potrebbero aver causato l’acting out, oggi potrebbero essere inibiti da stabilizzatori dell’umore, da sedativi efficaci e da neurolettici. Utilizzando lo “psichiatrese” potremmo affermare che spesso l’individuo che compie un delitto di questo genere in quel frangente è in una dimensione psicotica, ma non è assolutamente detto che sia psicotico per tutta la sua vita.

L’assassino potrebbe aver perso il controllo di sé in quel determinato frangente e poi per tutta la vita potrebbe aver rispettato la legge, le norme di condotta e le norme di interazione sociale. T.S.Eliot nell’opera “Sweeney Agonistes” scrive che “corron sempre terribili rischi le donne” e che “chiunque può far fuori una ragazza”.

E fa dire a Sweeney: “Costui non riusciva a capire/ Se il vivo era lui e la ragazza morta/ A capir non riusciva/ Se era lui il morto e la ragazza viva/ Non riusciva a capire se erano vivi entrambi/ Se entrambi erano morti” perché “la morte è la vita e la vita è la morte”.

Del resto nessuno sa per certo quale sia la vera vita. Simonetta Ferrero comunque chiede ancora giustizia.

Un delitto non solo spezza una vita, infrange tutti i sogni e le aspirazioni della vittima, provoca un dolore inesauribile ai familiari, ma fornisce all’opinione pubblica un’immagine parziale e distorta di essa: anche il dettaglio più insignificante della sua esistenza viene analizzato e messo in relazione all’omicidio.

La sua vita viene ricostruita spesso sulla base dell’antico pregiudizio che una persona muore nello stesso modo in cui è vissuta o quantomeno sulla base della convinzione che la sua morte sia conseguenza di un evento del suo passato. Tutta la sua vita quindi viene ricostruita per cercare una causa, una spiegazione all’omicidio.

Ma se l’omicidio fosse senza senso e non collegato alla vita della vittima? Se fosse solo scaturito dalla rabbia per uno stupro non riuscito nei confronti di una sconosciuta? Forse in un crimine come questo il legame tra Simonetta e l’assassino esisteva solo e soltanto nella mente di quest’ultimo.

Forse il responsabile di questo delitto è solo un maniaco, che ha avuto fortuna. Inoltre talvolta paradossalmente l’assassino sui giornali e alla televisione occupa più spazio della vittima. Anche in questo caso molti si sono occupati più dell’assassino della Cattolica che della povera vittima: si è scritto più sulla furia omicida del killer che della religiosità autentica di Simonetta Ferrero.

Talvolta l’assassino, quando viene catturato, interessa più della vittima perché la curiosità morbosa, il sadismo latente in talune persone prevalgono sull’empatia nei confronti della vittima. Ma forse non è solo questo. Chiunque può essere vittima di un omicidio. Questo è un dato accertato.

Ma l’assassino? Molti forse si chiedono se chiunque può essere un assassino. Allora cercano di avere notizie sull’autore di quel crimine per analizzare in modo approssimativo se è una persona comune e se c’è qualcosa di lui in tutti noi. Molto probabilmente aveva ragione la Arendt quando riguardo alla “banalità del male” scriveva che azioni mostruose possono essere compiute da persone normali.

Insomma la maggioranza delle persone non uccide perché ha dei freni inibitori, ma non scordiamoci anche la celebre espressione “uccidere il  mandarino”. La famiglia Ferrero per difendersi da certi meccanismi perversi dell’informazione e da ogni forma di sciacallaggio si ritrae, si chiude in se stessa, non parla con la stampa.

Il padre ha già avuto due infarti prima della morte della figlia, la madre invece ha un collasso quando apprende che Simonetta è stata assassinata. Simonetta Ferrero diventa solo un caso di cronaca nera nei giorni immediatamente successivi al 26 luglio e poi un fascicolo negli archivi della giustizia.

Per gli investigatori questo caso è ancora oggi un enigma, un rompicapo insolubile. Possiamo desumere che l’assassino non pianificò in modo ottimale il crimine, uccidendo Simonetta nel bagno.

Durante l’aggressione brutale alla giovane dottoressa poteva entrare una studentessa, capacitarsi subito della gravità del fatto, scappare verso le scale e chiedere subito aiuto. Dalla profondità delle ferite poterono stabilire che l’arma omicida era un coltello dalla lunga lama.

L’assassino aveva in tasca l’arma oppure più verosimilmente la teneva in uno zaino, in una borsa o in una valigia? Simonetta Ferrero era dirigente del centro laureati alla Montedison. Si occupava di selezione del personale. Si era laureata due anni prima in scienze politiche alla Cattolica (relatore Gianfranco Miglio). Suo padre era un funzionario della Montedison, sua madre era casalinga.

Era nipote del presidente della Pro Deo, monsignor Carlo Ferrero. Faceva volontariato tre volte alla settimana, era dama di San Vincenzo e infermiera della Croce Rossa. Abitava con la famiglia in via Osoppo (situata tra piazzale Brescia e via Pisanello), dove avvenne la famosa rapina del 1958. Simonetta aveva anche due sorelle: Elena, all’epoca dei fatti ventisettenne, assistente di chimica alla Statale di Milano, e Betty, allora ventunenne studentessa di Biologia. Gli investigatori scandagliarono la sua vita privata.

Si seppe che la giovane aveva avuto qualche flirt in passato (e per flirt si deve intendere il flirt di una ragazza morigerata e cattolica dell’epoca), ma che non era fidanzata. Aveva ottimi rapporti con tutti i colleghi, che la stimavano. Risultò che non aveva avuto nessun contrasto con alcun lavoratore della Montedison, anche se si occupava di promozioni oltre alla selezione del personale.

Simonetta Ferrero era una ragazza seria, era religiosa e risultò che non aveva assolutamente una doppia vita: nessun amante. Era una cattolica praticante, che non solo osservava la morale sessuale della Chiesa ma che molto probabilmente possedeva anche le tre virtù teologali (fede, speranza, carità). I suoi unici svaghi erano giocare a tennis e andare al cinema in via Vitruvio.

Non aveva un ragazzo, nonostante fosse carina perché in quel momento era occupata con il lavoro e poi era impegnata socialmente. Molto probabilmente pensava che per fidanzarsi ci sarebbe stato tempo. Era giovane e quando si è giovani si ritiene legittimamente di avere tutta una vita davanti a sé. Non poteva immaginarsi che una mano omicida si sarebbe avventata su di lei e avrebbe terminato la sua vita. L’università quel giorno non era frequentata.

La sessione estiva degli esami era già finita. La stragrande maggioranza degli studenti era già in vacanza. E poi non dobbiamo dimenticarci che nel 1971 l’università era più elitaria. Erano pochi i giovani che si iscrivevano a una facoltà universitaria, la maggior parte terminava gli studi con la licenza media. Erano una minoranza non solo i laureati ma anche coloro che si diplomavano.

Quel sabato era una giornata afosa. C’erano stati dei casi di colera in Spagna e tanti milanesi, prima di partire per le agognate ferie, erano in fila all’ufficio di igiene per vaccinarsi. Simonetta Ferrero la sera stessa avrebbe preso la nave per la Corsica, dove avrebbe trascorso le sue ferie.

Per questo motivo si recò in una libreria ad acquistare un dizionario italiano-francese. Quella mattina doveva svolgere alcune commissioni. La sera i genitori, non vedendola ritornare, denunciarono la scomparsa della giovane dottoressa, il cui corpo venne ritrovato solo il lunedì 26 luglio.

Anche se l’università Cattolica era poco popolata da studenti e professori quel sabato, come mai nessuno notò un corpo esanime nel bagno delle donne? Come mai nessun custode, nessun addetto alla sorveglianza notò il corpo, che non si trovava dentro un bagno ma fuori?

Ci furono omertà e reticenze per difendere il prestigio dell’università? A questo proposito il prorettore dichiarò alla stampa: “non può essere stato un prete, nel modo più assoluto”. Da una foto si nota che l’anta interna di una porta del bagno era tutta insanguinata. Le porte dei bagni non erano spesse e non arrivavano fino al pavimento, erano più corte di circa 25-30 centimetri.

Ma all’epoca la Cattolica era ritenuto un ambiente sicuro. Chi avrebbe osato fare del male nell’università fondata da padre Gemelli? Ed invece le sacre pareti di quell’università furono macchiate di sangue. Dato che erano intercorsi due giorni tra l’omicidio e il ritrovamento quel sangue era già rappreso. E’ possibile che Simonetta Ferrero sia entrata nello stanzino di un bagno e mentre stava uscendo sia stata aggredita.

L’assassino avrebbe quindi agito sfruttando l’effetto sorpresa. Ma la posizione del corpo potrebbe anche trarci in inganno: i criminologi insegnano che molti assassini mettono in atto lo staging, cioè compiono azioni per depistare e confondere gli investigatori. Simonetta Ferrero potrebbe aver visto un uomo armato di coltello mentre si stava rinfrescando le tempie ad un lavandino e potrebbe aver tentato di chiudersi a chiave invano in un gabinetto.

Possiamo ritenere che probabilmente la donna cercò invano la fuga e lo possiamo dedurre dalle coltellate, che le furono inferte alla schiena. Il seminarista M.T che trovò lunedì 26 luglio il corpo di Simonetta Ferrero dichiarò che era entrato nel bagno delle donne perché aveva sentito lo scrosciare dell’acqua di un rubinetto.

M.T era allora uno studente di Filosofia ventunenne, precettore all’istituto salesiano di Mirabello Monferrato. Può darsi che l’assassino quel sabato avesse lasciato aperto il rubinetto, dopo essersi sciacquato.

Gli inquirenti stabilirono successivamente che l’omicida aveva avuto tutto il tempo per lavarsi e cambiarsi indisturbato. Nei primi giorni di agosto venne trovato nell’università un indumento. Era forse dell’aggressore? Sappiamo che durante la feroce aggressione non furono udite le grida di Simonetta Ferrero forse a causa del rumore assordante dei martelli pneumatici degli operai, che stavano ristrutturando il pianterreno.

Il bagno delle donne era situato nell’ammezzato della scala G. Facendo delle ricerche si può notare che la maggior parte degli edifici delle università italiane comprendono sia dei seminterrati che degli ammezzati (molto più piccoli degli altri piani), in cui si trovano biblioteche, aule e bagni. Vicino a quelli che all’epoca venivano chiamati “servizi femminili” c’era però l’istituto di scienze religiose.

Non c’era proprio nessuno nell’istituto al momento del delitto? Simonetta Ferrero uscì di casa alle 10:30. Quel giorno indossava un vestito a fiori. Quel maledetto sabato avrebbe dovuto recarsi in via Luini dal tappezziere e in via Dante dall’estetista. Sappiamo che cambiò programma.

Comprò un dizionario tascabile italiano-francese, andò in un ufficio di cambio per avere dei franchi ed entrò anche in una profumeria di Corso Vercelli.  Però non arrivò mai in via Dante. Andò invece all’università. Non conosceremo mai però il motivo per cui si recò alla Cattolica.

Forse per fare un favore al fidanzato di una sua amica, prendendo delle dispense di diritto. Forse andò a prendere un libro nella libreria della Cattolica, ma la trovò chiusa. Forse entrò semplicemente per darsi una rinfrescata in un luogo familiare, in cui aveva studiato.

A distanza di molti anni non abbiamo né un colpevole né un movente. Esclusa la rapina: la ragazza aveva lire e franchi nella borsa e al dito aveva ancora l’anello, regalatole per la laurea. La borsa venne ritrovata nei bagni per terra. Nessuno ci aveva frugato. Sappiamo quando e come avvenne il crimine, ma non sapremo mai il perché né chi lo commise. La mattina in cui venne ritrovato il corpo di Simonetta Ferrero sappiamo anche che sopraggiunsero diversi curiosi. Quindi l’analisi della scena del crimine non poteva essere ottimale.

Alcune persone entrarono in quel bagno prima del sopralluogo della polizia. Sappiamo che probabilmente non si tratta di un omicidio a sfondo sessuale: non c’era stupro e nessuna coltellata al ventre. Simonetta Ferrero fu trovata completamente vestita. Non esistono prove né indizi a carico di nessuno. Per quanto riguarda questo delitto, a distanza di molti anni, non ci sono verità definitive né parziali.

All’epoca furono interrogate 350 persone. L’assassino poteva essere chiunque: un ex-fidanzatino, un corteggiatore respinto, un suo vicino di casa, un suo ex-compagno di studi, un suo collega di lavoro, una persona che non aveva assunto. Non emerse però alcun elemento degno di nota nella vita privata della giovane dottoressa. L’assassino avrebbe potuto dileguarsi in mille modi, una volta uscito dalla Cattolica. Milano è grande e lui scomparì per sempre. Poteva avere un automobile.

Poteva abitare a poche centinaia di metri. Ma anche se avesse abitato in un’altra città Milano era già dotata di molti mezzi di trasporto. Avrebbe potuto prendere un autobus. La metropolitana inoltre era stata inaugurata il 1° novembre 1964 e poi ampliata successivamente. Il 24 luglio la fermata più vicina era quella del Duomo (da Largo Gemelli al Duomo ci sono 1,3 Km a piedi). 

Non dimentichiamoci inoltre che a Milano in quel periodo circolavano molti tram. Addirittura nel 1971 venne realizzato il modello 4800, soprannominato Jumbo Tram, che aveva tre carrozze. Ma perché proprio Simonetta Ferrero? Secondo recenti studi esistono delle predisposizioni vittimogene.

Ebbene le uniche predisposizioni vittimogene certe in questo caso erano la giovane età e il fatto che fosse una donna. Diversi furono i sospettati, ma risultarono tutti estranei.

Tutti e tre gli operai che stavano lavorando al pianterreno furono interrogati e rilasciati subito. Gli investigatori, interrogando gli operai, ritennero che presumibilmente l’assassinio era avvenuto tra le 11 e le 12 di sabato 24.

Alle 12 infatti gli operai staccarono per la pausa pranzo. Alle 13 l’università chiudeva. Tra le 11 e le 12 l’assassino avrebbe potuto agire favorito dal rumore dei martelli pneumatici. Tra le 12 e le 13 il custode, nonostante tenesse accesa una radio nella guardiola della portineria, avrebbe potuto udito le grida della vittima. M.T, il seminarista che la ritrovò il lunedì mattina alle 9 venne interrogato e ritenuto estraneo. M.T non aveva alcun graffio e Simonetta Ferrero aveva lottato con l’aggressore e l’aveva graffiato. Infatti sulle unghie della vittima furono trovate delle striature di pelle dell’assassino.

A quei tempi non esisteva l’esame del Dna. Inoltre M.T fu ritenuto totalmente estraneo al delitto perché ritrovò il corpo il lunedì e secondo i risultati dell’autopsia l’omicidio avvenne sabato 24. Non solo ma era andato nell’ammezzato per fare delle ricerche nell’istituto di scienze religiose, quando sentì lo scrosciare dell’acqua del rubinetto. Di questo M.T non si è saputo più nulla. Si è persa ogni traccia.

Molto probabilmente questo evento gli sconvolse la vita. Fu sospettato anche un altro seminarista, tal B., che viaggiava spesso sulla linea ferroviaria Milano-Saronno. All’epoca si vantava di abbordare ragazze della Cattolica e fu notato da alcuni perché dava segni di squilibrio. Aveva con sé un coltello a serramanico. Fu perquisita la sua stanza, fu interrogato e ritenuto estraneo.

Fu portato in un ospedale psichiatrico. Un custode della Cattolica dichiarò di aver notato anche un tipo elegante in giacca e cravatta quel giorno. Non venne mai rintracciato e non si seppe mai niente di lui. Venne sentito anche un sedicente ingegnere navale, che frequentava spesso la Cattolica.

Venne subito rilasciato. Fu interrogato e subito rilasciato anche uno studente fuori corso da venti anni. Due impiegate inoltre dichiararono di essere state molestate e minacciate in piazza S.Ambrogio (molto vicina a Largo Gemelli) da un uomo sui venticinque anni.

L’uomo era armato di coltello. Ma non venne mai trovato. Venne anche sentito un individuo delirante, che in Largo Gemelli portava sempre con sé un quadro religioso e pregava. Ma fu anche lui scagionato. Il 10 agosto di quell’anno un giovane telefonò ai carabinieri dicendo di non riuscire più a sopportare il peso di un segreto, che riguardava il delitto della Cattolica.

Dopo un breve colloquio i carabinieri appurarono che si trattava di uno squilibrato, che venne ricoverato in un ospedale psichiatrico. Un altro particolare: la commessa della profumeria di corso Vercelli, dove entrò Simonetta Ferrero, notò una fiat 500 bianca davanti al negozio.

Ma non seppe mai dire se Simonetta Ferrero era scesa da quella macchina, se quella 500 si era affiancata perché seguiva la giovane.

Non seppe mai dire se in quella vettura ci fosse un uomo alla guida. La polizia all’epoca cercò un maniaco. Interrogarono tutti i guardoni, tali o presunti, che bazzicavano per la Cattolica. Si potrebbe discutere quanto si vuole sulla direzione che prese l’indagine, ma non bisogna scordarsi che ogni indagine risente sempre della discrezionalità degli investigatori. Ci si potrebbe domandare all’infinito se tutti gli elementi furono analizzati con competenza ed accuratezza, se tutte le vite, gli alibi, le patologie e le parafilie dei sospettati furono esaminate e vagliate rigorosamente.

Ma siamo perfettamente coscienti che ogni indagine di polizia risente delle aspettative e dei pregiudizi degli investigatori e nessun essere umano è esente da aspettative e pregiudizi. Ad esempio l’omicidio avvenne nel bagno delle donne, ma fu scartata subito l’ipotesi che fosse una donna l’omicida, anche se a rigor di logica è da ritenere improbabile per un motivo basilare: dall’impronta di mano insanguinata sul muro non appartenente alla vittima venne stabilito che l’omicida aveva una corporatura robusta.

Ma non poteva essere stata una donna di grossa corporatura? Naturalmente si è sempre saputo che le donne assassine sono rarissime. Ad esempio quante serial killer ricordiamo in Italia? Solo due: Leonarda Cianciulli, la saponatrice di Correggio, e Milena Quaglini.

L’ipotesi che fosse stata una donna fu scartata molto probabilmente perché i casi di donne assassine erano molto rari. Oggi l’ipotesi che sia stata una donna verrebbe scartata da tutti i criminologi. Quando le donne uccidono con il coltello non uccidono con quella furia.

Spesso sono gli uomini ad uccidere con il coltello ed i delitti di questo tipo sono spesso passionali. Secondo lo psichiatra prof. Andreoli il coltello è il simbolo del pene, accoltellare significa penetrare la donna, il sangue è il segno evidente della deflorazione. L’uomo che uccide una donna a coltellate uccide per decretare definitivamente il possesso totale di lei.

L’azione non è affatto impersonale, l’assassino sa bene che uccidendola con il coltello si macchierà del sangue della vittima: l’accoltellamento quindi come metafora della deflorazione. Però in questo delitto avviene una cosa singolare: Simonetta Ferrero riceve 33 coltellate, ma nessuna al ventre. Quindi si dovrebbe escludere il delitto a sfondo sessuale. Viene da chiedersi anche se questo omicidio, apparentemente opera di un maniaco o quantomeno di uno squilibrato, non possa celare intrecci inquietanti e trame oscure, dato che in quegli anni imperversavano associazioni segrete sia con finalità sovversive e/o eversive sia con lo scopo di accentrare il potere economico e politico in poche mani, anche se questa ipotesi è alquanto improbabile perché nessun vertice strategico avrebbe approvato un crimine così efferato.

Però nessuno indagò in questa direzione. E poi quando in un delitto si trovano invischiati personaggi importanti o ci sono intrighi di potere non si riesce mai a sapere la verità. L’Italia è un paese strano, in cui Wilma Montesi sembrava essere morta per un pediluvio.

Qualcuno avrebbe potuto uccidere Simonetta Ferrero, perché era nipote del presidente della Pro Deo? Pensiamo per un attimo a cosa successe quel giorno: la nipote di un importante monsignore venne uccisa in una prestigiosa istituzione cattolica e culturale. E’ un’ipotesi bizzarra, ma perché scartarla a priori?

E’ comunque improbabile perché il modus operandi di chi uccide per un’organizzazione non ha niente a che vedere con la furia e l’accanimento di questo crimine. Una cosa certa la sappiamo: monsignor Ferrero era un religioso stimato da tutti coloro che lo conoscevano. 

Comunque anche l’ipotesi di un’aggressione strumentale è davvero improbabile. Un altro interrogativo senza risposta è il seguente: Simonetta Ferrero poteva essere stata uccisa, perché aveva visto o aveva saputo qualcosa? Le rapine alle banche ad esempio in quegli anni erano all’ordine del giorno. E’ un’ipotesi fantasiosa perché a rigor di logica in molti anni qualcuno della mala avrebbe parlato, qualche criminale pentito avrebbe detto qualcosa per un beneficio, uno sconto di pena o un semplice permesso.

Inoltre la mala milanese in quegli anni non era ancora così feroce e brutale. De Maria, uno degli autori della rapina di via Osoppo, il 27 febbraio 2008 ha dichiarato al teatro de “La scala della vita” a Milano che in quegli anni i malavitosi avevano un loro codice etico: “niente violenza, noi volevamo i soldi e amavamo la bella vita e le belle donne”.

Però un interrogativo sorge spontaneo: se l’autore o il complice di qualche crimine avesse scoperto una testimone scomoda si sarebbe dimostrato galante e cavaliere? Nutro dei seri dubbi in proposito. Comunque questa ipotesi è assai improbabile: con il tempo si sarebbe saputo se fosse stato qualcuno della mala milanese.

Inoltre le avrebbe sparato con la pistola. Un altro interrogativo senza risposta: poteva trattarsi di un serial killer? In quegli anni ci furono 11 omicidi insoluti in cui le vittime furono donne.

Tra il 1970 e il 1975 11 donne assassinate: alcune prostitute, ma anche Valentina Masneri Tribolati (disegnatrice di moda) e Adele Margherita Dossena (gestrice di una pensione). Quest’ultime abitavano entrambe nei pressi della stazione centrale. Il killer in questi casi poteva anche essere una persona non residente a Milano, che una volta compiuto il crimine prendeva il treno e ritornava a casa.

Il 23 ottobre 1993 alla questura di Milano giunge una lettera firmata T.B in cui è scritto: “si era nel 1974 o 1975 quando una persona a me cara venne insidiata nei suoi venti anni da un padre spirituale di tale università. Venuto a conoscenza della cosa, mi rivolsi all’autorità religiosa. Il padre fu di colpo allontanato, senza possibilità di rintracciarlo.

Non conosco il nome del sacerdote, so solo che aveva cinquant’anni ed era veneto, ma a lungo l’ho messo in relazione con il delitto avvenuto nei bagni della Cattolica.

Non posso dire di più”. Il caso viene quindi riaperto da Achille Serra. Vengono sentite circa 100 persone che avevano a che fare con l’ambiente della Cattolica. L’8 febbraio 1994 il sostituto procuratore Sandro Raimondi dichiara alla stampa: “soltanto se il responsabile confesserà la sua colpa, si potrebbe risolvere il caso”.

Viene sospettato un religioso cinquantenne veneto, che all’epoca del delitto era padre spirituale della Cattolica e che era stato allontanato perché importunava le ragazze.

Ma viene ritenuto estraneo. Nell’estate del 1994 però il caso ritorna negli archivi. Oggi gli antichi bagni delle donne in cui si consumò il delitto non esistono più. Un giornalista sostiene che quei bagni siano stati murati recentemente. Alcuni sostengono che i bagni siano stati totalmente distrutti nel 2000.

Il delitto della Cattolica, dopo quasi 50 anni, è ancora un mistero.

Davide Morelli


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