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Il grande gioco. Alla fine di un conflitto senza fine

Attualità & Cronaca

Pubblicato da:

alle ore: 22:40

Afghanistan 2001-2021.

Di Daniela Piesco Vice Direttore Radici

L’Afghanistan, come è noto, è il cuore di un’area martoriata e complessa, già nell’Ottocento al centro di quel ‘grande gioco’ ricostruito nel libro di Peter Hopkirk, nel quale si fronteggiavano non solo forze locali e occupanti ma anche potenze che si dividevano i ruoli.

Hopkirk (Uk, 1930-2014) è stato uno di quei giornalisti capaci di narrazioni fascinose, che hanno aperto gli orizzonti della storiografia europea a territori lontani e sconosciuti, ma cui siamo legati da eventi millenari.

E’ infatti attraverso le altissime montagne e gli sterminati deserti dell’Asia centrale, sulle carovaniere della “Via della Seta”, che sono arrivate in Europa antiche civiltà e religioni, prodotti che ci condizionano l’esistenza ancor oggi ( la carta, la seta, la polvere da sparo ) e intere popolazioni in movimento, non solo umane: dalla peste nera del XIV secolo al covid 19 .

Il suo libro più famoso è stato ,come dicevo poc’anzi ,Il Grande Gioco (1990; ed. italiana Milano, Adelphi, 2004).La fonte principale di Hopkirk sono gli archivi britannici, nei quali egli ha ricostruito le trame che, in particolare durante l’Ottocento, hanno visto esploratori, militari e spie inglesi e russe incontrarsi e scontrarsi negli sterminati territori dell’Asia centrale.

Il fine era chiaramente quello di mappare e colonizzare regni di antica cultura , islamica, buddista ed induista, con forti spinte conflittualial loro interno .Difatti erano dirette l’una dal subcontinente indiano verso nord e l’altra dall’espansione dell’impero zarista verso est e sud, in direzione della Siberia e del Turchestan.

Con un antico snodo dove le spinte giungevano (e giungono tuttora) a contatto proprio in lAfghanistan, per altro mai completamente sottomesso da nessuno dei due imperi.

Lo scenario de Il Grande Gioco a quanto pare oggi ha mutati solo i suoi protagonisti.

Ha senso parlare della fine del conflitto in una regione che ne è ostaggio da tanto tempo, ben prima dell’intervento militare americano e della Nato e della stessa invasione sovietica del 1979?

Tra la situazione geopolitica, insieme con la storia, la sicurezza e il diritto, la risposta a questa domanda resta aperta

Utile sarebbe ripercorrere gli ultimi 20 anni, anche interrogandosi sull’opposizione tra unilateralismo e multilateralismo, una parola tornata più volte a Roma, in occasione del G20 dei capi di Stato e di governo ospitato il 30 e 31 ottobre.

Quando George W. Bush si è lanciato nell’avventura afghana non ha tenuto conto non solo dei precedenti della Storia, ma anche della rocciosa capacità di resistenza di un avversario che si è sempre giovato del sostegno della popolazione.

Secondo Carter Malkasian, consulente del governo di Washington, l’ovvia ragione dell’inefficacia dell’intervento americano è riconducibile, in primo luogo, all’influenza dell’Islam e, in secondo luogo, all’odio xenofobo della popolazione verso l’influenza straniera.

La semplice presenza degli americani e dei loro alleati in Afghanistan – scrive Malkasian nel suo libro “The American War in Afghanistan. A History” ha spronato uomini e donne a difendere il loro onore, la loro religione e le loro case. Ha spinto i giovani a combattere. Ha animato i Talebani. Ha distrutto la volontà dei soldati afghani e della polizia”.

I numeri della sconfitta americana nella guerra più lunga della storia degli Stati Uniti, sono drammatici: oltre alle perdite dei soldati Usa e degli alleati della Nato, sono morte decine di migliaia di soldati afghani e di civili, mentre oltre due milioni di profughi si sono riversati oltre frontiera, in gran parte in Iran e in Pakistan.

Ciò che rileva ed appare evidente è che con gli accordi di Doha la popolazione dell’Afghanistan non è stata tenuta in alcun conto alla fine di un confitto senza fine o del grande gioco

Mi riferisco all’intesa tra Stati Uniti e talebani, raggiunta nel febbraio 2020, preludio al ritiro delle forze americane e della Nato e all’ingresso dei militanti islamici a Kabul nell’agosto scorso.

Uno dei punti in evidenza è stato infatti l’impatto sul piano umanitario del conflitto, ripreso dopo l’invasione americana del 2001. A fine ottobre un rapporto delle Nazioni Unite ha calcolato che entro la fine del prossimo inverno il numero delle persone che rischiano di soffrire di malnutrizione acuta potrebbe raggiungere in Afghanistan i 22 milioni e 800mila, più della metà della popolazione nazionale. Solo in Iran i profughi di origine afghana sono oltre due milioni e mezzo.

L’Afghanistan è sull’orlo di una delle peggiori crisi umanitarie del mondo.

La scelta per milioni di afghani sarà dunque tra la migrazione e la fame. La crisi è già di dimensioni maggiori delle carenze che devono affrontare lo Yemen o la Siria dilaniati dalla guerra, e peggio di qualsiasi emergenza di insicurezza alimentare a parte la Repubblica Democratica del Congo.

Sembra che per i bambini afghani non ci sia fine al dolore. Dopo decenni di guerre e sofferenze, ora affrontano la peggiore crisi alimentare dell’Afghanistan.” La situazione è già critica – ogni giorno vediamo bambini piccoli nelle nostre cliniche con gravi livelli di malnutrizione perché non mangiano altro se non briciole di pane. Ma quando arriverà l’inverno vedremo bambini più affamati che mai“, ha dichiarato Chris Nyamandi, direttore Regionale di Save the Children in Afghanistan.

I bambini afghani hanno bisogno dell’aiuto di tutto il mondo per avere anche solo una possibilità di sopravvivere a questa crisi.

Hanno bisogno, che i governi aumentino gli aiuti al Paese.

Anche con il governo dei talebani “gli affari andranno avanti”.

In questo scenario si affacciano sul martoriato scacchiere due nuovi protagonisti geopolitici: il Pakistan e la Cina. Il Pakistan che, sotto lo sguardo assente degli americani, ha sostenuto (molto poco) segretamente i Talebani e i loro alleati durante tutto il conflitto- non dimentichiamo che Bin Laden prima di essere ucciso aveva preso casa a poche centinaia di metri da un’accademia militare pakistana- e probabilmente troverà un modus vivendi con gli islamisti che peraltro abbondano non solo sul suo territorio ma anche nelle sue istituzioni militari.

La Cina che all’insegna della tradizionale e consolidata dottrina della “non interferenza con gli usi e costumi” dei suoi interlocutori politici ha mantenuto contatti con i Talebani e conta quindi di ricavare un dividendo politico dalla sconfitta americana.

Occorrerebbe riflettere sul ruolo di Pechino, ritenuto in crescita nel lungo periodo, a prescindere dal ritiro americano, dal peso negoziale del Qatar o dell’influenza esercitata sul nuovo governo di Kabul dal Pakistan.

La Cina ha un futuro in Afghanistan anche grazie alla scelta di occuparsi perlopiù dei propri interessi economici, senza interferire in politica.

Insomma, Pechino può accingersi a giocare un ruolo fondamentale in uno scacchiere che è stato fonte di instabilità e di conflitti per decenni, avviando un processo di pacificazione che aprirà nuove prospettive alla costruzione di una nuova “Via della Seta” destinata a far sviluppare le economie di tutto l’estremo oriente spostando il futuro centro di gravità della geopolitica da Ovest verso Est.

Il grande gioco

L’Afghanistan e l’Asia centrale sono stati sempre luoghi isolati, ma centrali nella strategia delle superpotenze. L’invasione sovietica del 1979 lo dimostra.

Uno dei periodi storici sicuramente più interessanti ma decisamente sconosciuti al grande pubblico è la guerra silenziosa che vide coinvolti per circa un secolo (1800-1905) l’Impero Russo e quello Inglese per il controllo delle ricche zone dell’Asia centrale, una guerra che ricorda per molti versi la successiva guerra fredda tra URSS e Stati Uniti.

Una guerra atipica perché combattuta con mezzi poco avvezzi all’arte militare e con le sottili arti della diplomazia e delle spie. Un conflitto che vide spesso come atipici eroi negli esploratori e cartografi, che spesso per necessità dovettero nascondersi dietro a vari travestimenti (come dei precursori di James Bond), in missioni che si svolgevano in terre di cui non sapeva nulla e dove la legge era in mano a sanguinari Khan che bisognava sperare di blandire con regali munifici e confessioni di profonda amicizia alternate ad tante bugie.

Peter Hopkirk ha scritto già nel 1990 un libro di storia appassionante come un romanzo nonostante le 624 pagine, dal titolo “Il grande gioco”, l’espressione con cui gli Inglesi definivano i rapporti tra Inghilterra e Russia in Asia nel corso dell’Ottocento.

Alla fine, con una Germania troppo forte appena unita, Inghilterra e Russia fecero la pace, eppure ogni tanto il Grande gioco ricomincia con avversari diversi ma sempre astuti anche se siamo nel XXI secolo.

La storia è da sempre per molti qualcosa di noioso, complice un metodo di studio che per sveltire i tempi serrati tende a ridurre il tutto a pochi eventi significativi, dove l’unica che cosa che conta è ricordarsi a memoria una serie sterminate di date poi dimenticate il giorno dopo. Un vero peccato perché la storia è piena di eventi che potrebbero tenere tranquillamente testa alle più ingarbugliate e appassionati serie tv e film.

Pete Hopkirk ci aveva già raccontato il grande e Infausto gioco che coinvolse le Potenze dell’800 (Impero Russo e Impero Inglese) nella conquista dell’Afghanistan: cerniera tra Persia e India, tra catena Panshir e il Mare.

Era possibile fare di una non nazione dominata dal tribalismo un ente conforme alle civiltà occidentali ?

Il problema era chiaro già nell’Ottocento ma…il razionalismo occidentale non afferra variabili di tipo religioso non razionale.

Daniela Piesco Vice Direttore Radici

Redazione politica Corriere Nazionale

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