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Il nuovo realismo meridionale

Arte, Cultura & Società

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alle ore: 08:33

“Ora che l’Italia è fatta – aveva detto in un celebre ancorché retorico motto D’Azeglio – bisogna fare gli italiani». «Ora che l’Italia è fatta – sembra rispondergli in un altro celebre motto, ancorché triviale, il duca d’Oragua nei Viceré di Federico De Roberto (p. 864) – dobbiamo fare gli affari nostri».

Lo scrittore, quali che siano le proprie tendenze o inclinazioni ideologico-politiche, non può sottrarsi all’impegno, di smascherare le vuote parole dei nuovi politici e di fare emergere una realtà sociale ben diversa da quella contrabbandata.

Non solo, ma di rappresentare le mentalità di una classe dirigente che, rinnovata soltanto nelle contingenti individualità, resta ferma nella tradizionale tabe morale denunciata da Francesco De Sanctis nel suo celebre L’uomo del Guicciardini: «Pensa come vuoi, ma fa’ come ti torna»

Il libretto rosso di Pirandello

A Nisia, un borgo d’immaginazione sulla spiaggia agrigentina, la vita degli abitanti è, al solito, immersa nella più nera miseria. Le donne non fanno che mettere al mondo figli, persino fino a sedici, sennonché, ad alleviare la loro sorte (il tono leggero che qui uso è dello stesso Pirandello), interviene la morte a colpirli ancora in fasce. Questa disgrazia, in realtà, si tramuta in provvidenza. La madre che ha appena perduto il neonato si reca infatti in municipio, si prende un trovatello da allattare e con esso un libretto rosso che vale, per parecchi anni, un salario assicurato. Ma la cosa non finisce qui: questo libretto rosso viene subito ceduto a trafficanti specialisti (i Maltesi) che ne fanno incetta a proprio esclusivo vantaggio: anticipano infatti alle sventurate quel poco di denaro che serve loro per fare il corredo da sposa alle figlie sopravvissute e riscuotono quindi, per se stessi, i compensi ai quali il libretto rosso dà diritto.

Ecco come descrive questo commercio lo stesso Pirandello:

È bello vedere, alla fine d’ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzoletto turchino in una mano e nell’altra la tabacchiera d’osso o d’argento, al Municipio di Nisia, ciascuno con sette o dieci o quindici di quei libretti rossi di baliàtico. Seggono in fila sulla panca del lungo corridoio polveroso ove si apre lo sportello dell’ufficio d’esattoria, e ognuno aspetta il suo turno, pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian piano. Il pagamento del baliàtico ai Maltesi è ormai a Nisia tradizionale.

– Marengo Rosa, – grida l’esattore.

– Presente, – risponde il Maltese.

Il bottone della palandrana.

Vi si narra di un brav’uomo che, venuto a conoscenza delle ruberie di un alto funzionario di una modernissima impresa d’affari siciliana, frutto a sua volta di speculazioni politiche (va da sé che la collocazione nell’isola del racconto – siamo tra l’altro nell’età giolittiana – è volutamente provocatoria), avverte la necessità morale di denunciare il cattivo comportamento del subalterno allo stesso proprietario dell’azienda. Sennonché, con sua grande stupefazione, si sente rispondere, con una sorta di malagrazia infastidita, che il comportamento denunciato è in realtà un comportamento altamente apprezzabile, dato che la terribile macchina del nascente affarismo capitalistico si fonda proprio, ed opera, attraverso la corruzione e l’incoraggiamento ad essa e, di più, attraverso la distinzione e la separazione tra l’uomo come sua originaria totalità pensante e vivente e l’uomo come “cosa”, vale a dire come mero ingranaggio di un sistema globale, ed è appunto a quest’ultimo, e solo a quest’ultimo, che va l’interesse del padrone.

Una sola cosa, a veder bene, sta a cuore a Pirandello: l’infamare il socialismo proprio sul piano morale. Se la «rivoluzione» di Garibaldi era stato un fenomeno altamente apprezzabile sul piano ideale (l’unità della patria; la conclusione del processo risorgimentale; l’inizio di un possibile futuro diverso e luminoso), la rivoluzione socialista, importata senza essere intesa quasi in omaggio a mode perverse, viene sostanzialmente presentata come un’altra forma della corruzione dei tempi e del tradimento dell’unica e vera rivoluzione dei «vecchi»: il pretesto per i «giovani» di distinguersi e di «fare politica». Di più e peggio: come illusoria insensatezza che ci procura un attimo di illusoria serietà; come insomma, pirandellianamente, una nuova forma di quel gioco beffardo ed atroce in cui, a parere dello scrittore, consiste la vita.

Dopo secoli di decadenza è nella seconda metà del Settecento che il nostro paese comincia a tornare, almeno nelle sue élites intellettuali, nel concerto europeo. Alla mente non si affacciano soltanto i nomi dei grandi intellettuali di Napoli o di Milano, ma anche quelli dei grandi narratori come Alessandro Manzoni

È forse venuto il tempo di ribadire con più forza di quanto sia stato fatto sino ad oggi, l’illuminismo manzoniano come nucleo animatore dell’opera sua, del suo senso della storia e della sua critica ad essa.

Proprio per questo, a veder bene, nei Promessi sposi manzoniani i personaggi più problematici e più realistici, per quanto ottimamente descritti, non sono quelli che riflettono le soggettive convinzioni del loro autore – i fra’ Cristoforo, o il padre Felice Casati, o la stessa Lucia Mondella – sì piuttosto quelli nei quali ciò che vive e si rispecchia è la tragedia della storia.

Prendiamo quel piccolo romanzo che è la vicenda di Gertrude, la «monaca di Monza», giustificato e reso anzi necessario dall’esigenza di dipingere certi costumi storici e di mettere a nudo certe storture della società.

Nel suo impianto generale, come tutti sanno, esso è la denuncia, sotto vesti drammatiche, dell’istituzione del maggiorascato tipica dell’ancien régime, contro la quale già avevano combattuto la loro battaglia gli illuministi italiani ed europei. Nel racconto Manzoni punta con decisione sul dramma che spezza la vita alla vittima di tale istituzione, ma evita insieme, con grande accortezza, di farne soltanto una tragedia personale. In questo è la sua grandezza, il suo realismo: e la figura di Gertrude, la rappresentazione della sua adolescenza soffocata, costretta e violentata, assurge a rappresentazione e simbolo di un modo di essere della società degli uomini nella loro storia di errori, di storture e di sangue.

Nel miglior Manzoni vedi la lezione illuministica, congiungendosi con l’autentico sentire cristiano, prendere a oggetto del suo studio quella «storia dello spirito umano» che, per essere storia più che dei suoi trionfi delle sue miserie e delle sue irriflessioni, diviene argomento quanto mai vasto dello studio artistico dell’uomo e dei suoi comportamenti.

Il nuovo realismo – il naturalismo – distruggendo l’eroe come stanco retaggio dell’esperienza romantica e inseguendo fino al parossismo la banalità della prosa quotidiana ha trasformato lo scrittore in reporter distruggendone le possibilità fantastico-creative. All’autore, per distinguersi, non rimane altro che cercare di darsi una propria originalità stilistica, una propria peculiare cifra linguistico-formale. Dalle idee, dal «pensar bene» manzoniano, si discende sempre più velocemente verso le regioni del letterario. Le virulente rivoluzioni verbali del futurismo non tarderanno ad esplodere.

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