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Il pastrocchio: il parlamento che verrà

Politica

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Il chiassoso Parlamento ora in scadenza cerca di celare la sua massima colpa: l’incapacità di prevedere le conseguenze delle sue decisioni. Eletto in gran parte da cittadini imboniti da un comico vagante, rimarrà negli annali come il peggiore dal 1948.

Tutti  i mali vengono per nuocere. Non bastassero la pandemia (sempre in agguato) e le guerre (si sa sempre quando cominciano, mai quando finiscono: non solo l’Europa orientale, ma anche la Libia e il Vicino Oriente sono senza pace), incombono inflazione galoppante e recessione. Pochi anni fa l’armata brancaleone grillina annunciò trionfalmente la vittoria sulla povertà, che però da allora ha subìto un’impennata malgrado i cerotti di provvedimenti una tantum ed elemosine a pioggia. Il peggio però deve ancora arrivare. La siccità. Della “politica”.

Origene e il “costo della politica”

Alla sua radice vi è il pessimo dei mali: l’imminente elezione di un Parlamento senza regole adeguate. Quello eletto nel 2018 impiegò due mesi a dare al Paese un “contratto di governo” con clausole palesemente incostituzionali. Al suo crollo venne abborracciata una seconda maggioranza. Infine la politica si arrese a subire controvoglia “un nonno a servizio delle istituzioni”, come Mario Draghi ironicamente si definì. Sappiamo com’è finita. Il chiassoso Parlamento ora in scadenza cerca di celare la sua massima colpa: l’incapacità di prevedere le conseguenze delle sue decisioni. Eletto in gran parte da cittadini imboniti da un comico vagante, rimarrà negli annali come il peggiore dal 1948. Pari solo a quelli che nel 1921-1924 spianarono la strada al regime di partito unico, a conferma che il diritto di voto di per sé non è affatto il toccasana della democrazia. Esprime gli umori di elettori che vanno dove li mena il vento dei “media”, niente affatto “indipendenti” ma “indi-pendenti”, pendenti, cioè, da chi direttamente o indirettamente ne è padrone e li orienta. Motivo sufficiente per respingere la proposta di elezione diretta del capo dello Stato. Se nel 1938 gli italioti avessero avuto libertà di scegliere il capo dello Stato avrebbero sicuramente sostituito Vittorio Emanuele III con Benito Mussolini, ormai Hitler-dipendente e completo di leggi razziali. Abbacinati dai “media”, anche oggi sono pronti a riempire le piazze, magari per chiedere un nuovo “capo” a ogni cambio di stagione. Per i più l’importante è che sia famoso e telegenico: sportivo con o senza palla, manubrio, volante; attore di bello o brutto aspetto; cantante con o senza ugola d’oro e presentatore televisivo con o senza chissà cos’altro.

Ma lo Stato non una televendita.

Decisamente al di sotto della sua missione istituzionale, il Parlamento scadente è andato a vento e a vapore per quattro anni, zig-zagando verso l’agognato approdo: la pensione a beneficio dei suoi peones. Frutto in buona parte dell’anti-politica, esso ha perpetrato il parlamenticidio. In libero Stato, ognuno, se proprio lo vuole, può imitare il teologo Origene di Alessandria ma non può imporre alle Istituzioni di fare altrettanto. Esse devono rimanere vigorose oltre la durata delle singole legislature.

Per questa volta ormai il guaio è fatto. Ne derivano i mali della campagna elettorale in corso, che si annuncia avvelenata e peggiore persino di quella del 2018. Succubo delle leggende sul “costo della politica”, con legge costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 il Parlamento approvò a maggioranza bulgara la riduzione dei seggi della Camera da 630 a 400 e del Senato da 315 a 200. L’approvazione venne salutata da battimani scroscianti e prolungati, come appunto si usa ai funerali. Quella legge sciagurata comportò di ridisegnare i collegi elettorali, stravolgendo rapporti consolidati tra elettori e candidati. Intere regioni avranno un unico senatore. In altre i collegi accorpano plaghe da secoli pressoché prive di relazioni perché incluse in province diverse, cresciute nel tempo in ottica autoreferenziale, in gara per ottenere il minimo di investimenti a proprio beneficio. In un quadro nazionale e regionale sempre più povero di risorse e incline ad attendere miracoli o fate turchine, la loro “classe dirigente” apprese a interpretare, tutelare e promuovere le urgenze dettate da ritardi che risalgono all’Ottocento quando le regioni settentrionali del neonato regno d’Italia, molto più organizzate, presero sulle spalle la plurisecolare arretratezza del Mezzogiorno, ancora poverissimo di infrastrutture malgrado le leggende reiterate in anni recenti. Tante opere pubbliche di importanza strategica rimasero al palo. Alcune vennero completate molti decenni dopo il loro avvio. Per capirlo, basta gettare l’occhio sulla rete autostradale (il Piemonte ha il triste primato dell’incompiuta Asti-Cuneo), stradale (velo pietoso sui collegamenti tra Piemonte e Liguria, a tacere di quelli tra il Piemonte e la Francia) e di quella ferrata, nei tratti fondamentali risalente all’Ottocento, ai geniali “deputati ferroviari” (Sebastiano Grandis, Germano Sommeiller, Severino Grattoni…). Nei primi decenni postbellici i parlamentari riuscirono a individuare e a ottenere il completamento o la riattivazione di opere importanti, ma altre sono state abbandonate al degrado, con pesanti conseguenze di lungo periodo sulle prospettive economiche. Le comunicazioni italo-francesi nel Piemonte sud-occidentale sono oggi più arretrate di quanto lo fossero all’indomani della seconda guerra mondiale.

Il criterio dominante per disegnare i nuovi collegi elettorali ha ignorato la storia. Ha accorpato territori per sommarne gli elettori sino a raggiungere il quoziente richiesto quale corpo elettorale degli eligendi. È lo stesso criterio usato per riempire le scatole di piselli, fagioli, cipolline: sino al limite della capienza. Ma il rapporto tra votanti e candidati ha (o dovrebbe avere) altre basi, altre motivazioni.

La “casta”…

Approvato a occhi bendati dalla maggior parte dei deputati e dei senatori oggi in carica, il famigerato “taglio dei parlamentari” fu il punto di arrivo di una pluridecennale campagna di discredito della “politica”, dipinta e svilita come “casta”. La danza macabra cominciò con l’invenzione dello “scandalo P2” di cui il 99.99% dei cittadini non ha mai capito nulla e nulla sa perché non c’era niente da scoprire né da svelare. Dopo anni di indagini, la relazione di maggioranza della commissione parlamentare d’inchiesta si limitò ad asserire che la famosa “loggia segreta” (che misteriosa non era affatto: figurava nell’elenco ufficiale del Grande Oriente d’Italia) era come una clessidra, nota però solo per la parte inferiore, non per quella superiore. Mistero della fede… Dietro (o al di sopra) di Gelli vi era dunque un Superiore Incognito, un Belzebù mai scoperto? L’“inchiesta” ottenne quanto era stato dettato a Tina Anselmi: demonizzare i partiti “centristi” (liberali, socialdemocratici, repubblicani, socialisti e i democristiani non tentati dal catto-comunismo), gli “occidentali”. Il discredito della “partitocrazia” continuò con le mitiche “Mani pulite” demandate a mozzare quelle “Sporche” dei “politici”, esposti in massa al pubblico ludibrio nel Paese che aveva nell’orecchio il celebre “a solo” “La calunnia è un venticello…”.

Un quotidiano milanese fece immense fortune additando ogni giorno i “politici” come “casta”, a tutto beneficio di chi nel potere vero era e rimase incistato. Quello stesso quotidiano svergognò il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con la notizia dell’avviso di garanzia proprio quando si accingeva a presiedere una conferenza internazionale. Il suo torto vero era un altro, imperdonabile: scompigliando ogni previsione della vigilia, nel 1994 aveva vinto le elezioni e “scippato” la conquista del potere ai Democratici di sinistra, eredi diretti del Partito comunista italiano, unico sopravvissuto alla mattanza degli antichi “soci fondatori” del Comitato di liberazione in Italia.

Lo sconquasso delle istituzioni previste dalla Costituzione continuò con l’abolizione dell’elezione popolare dei consigli provinciali e dei loro presidenti, le cui amministrazioni nel corso del tempo avevano accumulato un patrimonio enorme di studi e di esperienze amministrative per molti aspetti esemplari. È significativo il deserto di studi storici sulle Amministrazioni provinciali, mentre abbondano libri che riducono la storie dei Comuni, grandi e piccoli, a guide enogastronomiche.

Prima in Spagna, poi in Italia?

Sic stantibus rebus il confronto politico si riduce a una riffa. Dopo aver svergognato i politici come accozzaglia di profittatori, gli stessi sicofanti hanno decretato la morte delle “ideologie”, che dopotutto sono un tentativo di interpretare razionalmente “il mondo” fattuale. Hanno spiegato che oggi non c’è alcuna differenza tra destra e sinistra, anticaglie del passato remoto. Tutto è ridotto a “presente”. La cancellazione della memoria però non è paritaria. Qualcuno ha più diritto di altri a essere ricordato e insegnato nella manualistica scolastica, nei quotidiani e nei programmi radiotelevisivi. È quanto avviene in Spagna con la “ley de la memoria democrática” ora incombente. In un Paese che ha contato e conta storici di livello non solo europeo ma planetario, come il rimpianto Fernando García de Cortázar, un ventennio addietro la “legge della memoria” si risolse nella denuncia univoca di Francisco Franco e del “franchismo” come feroce dittatura totalitaria. Venne lasciato tra parentesi che la Spagna entrò nell’ONU nel 1955, esattamente come la “repubblica italiana nata dalla resistenza”. Le conseguenze di quella legge sono note. Il suo vero obiettivo non era rimuovere monumenti, cambiare dedicatari di strade e istituti pubblici, espungere la salma di Franco dal Valle de los Caídos, ma incentivare la deflagrazione della Spagna e sostituire la lingua nazionale (che è la seconda del pianeta) con parlate locali (catalano, galiziano, valenziano…). Ora la legge della “memoria democratica” impone di dimenticare i crimini compiuti dall’ETA che per decenni imperversò con finanziamenti esteri e l’ospitalità concessa dalla Francia ai suoi militanti, come accadde per altri terrorismi imbellettati da rivendicazioni sociali. Al tempo stesso essa deplora la “transizione” postfranchista verso il sistema parlamentare che ha consentito alla Spagna di uscire da un secolo di guerre civili e di alternare al governo, senza traumi, socialisti e popolari in uno Stato monarchico costituzionale incarnato nella persona di Juan Carlos di Borbone (anche per lui prima o poi la Storia sarà “galantuoma”).

L’invenzione di una “memoria” che distorce e falsifica la storia è sempre stato il cavallo vincente della sinistra stalinista e poststalinista che processa in piazza gli avversari, li costringe a dichiararsi colpevoli di reati mai compiuti, riduce il confronto a due soli contendenti: il Male (la Destra) e il Bene (la Sinistra). È quanto sta avvenendo in Spagna, ove Ciudadanos, unica novità politica di fine Novecento, è ormai evaporata e la contesa imminente si sostanzia nel duello tra il Partito socialista (con codazzo di estremisti e di separatisti) e Partito popolare, tallonato da “Vox”, neodestrismo comodo per una Sinistra che rispolvera antichi fantasmi.

Il caso spagnolo va studiato con attenzione perché è “di scuola” per il futuro prossimo dell’Italia, alla vigilia di elezioni dall’esito più imprevedibile.

Mummie e diciottenni ai seggi

Anche in Italia si assiste sgomenti all’improvvisa riesumazione di mummie del passato remotissimo, privo di qualunque concretezza: l’incubo del “fascismo”.

In articulo mortis il Senato ha varato il regolamento della futura Camera Alta:

meno Commissioni parlamentari (scese da 14 a 10), riduzione dei membri per formare un gruppo (ne basteranno 7 anziché 10), scoraggiamento dei “cambi di casacca” che hanno infestato la legislatura ora agli sgoccioli e il riconoscimento del principio che i patres non sono obbligati a far parte di un gruppo, perché, dopotutto, “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato (art. 67 Costituzione).

Nulla del genere però è avvenuto a Monte Citorio. La prossima Camera dei deputati rischia di trovarsi alle prese con molte incognite, a cominciare dalla compattezza dei futuri gruppi parlamentari. Mentre fa pesca a strascico di partitini e partituzzi nella vana speranza di raccogliere un vagheggiato quanto inutile 25% dei consensi elettorali, Enrico Letta, segretario del Partito democratico (futuro Democratici e Progressisti? DP anziché PD?), svilisce il voto mentre lo chiede. Prima ancora di sottoscriverle, si vergogna di alleanze che è costretto a stipulare per sottrarre seggi ai “nemici”. Nulla di nuovo sotto il sole. Negli Anni Trenta la Terza Internazionale passò disinvoltamente dalla denuncia dei socialisti come social-fascisti a Fronti popolari onnicomprensivi (salvo eliminare fisicamente i riottosi e gli irriducibili avversari del totalitarismo rosso) e, sulla fine, Stalin non esitò ad approvare il patto di non aggressione con la Germania di Hitler. Per saperne di più basti leggere Il libro nero degli italiani nei gulag curato da Francesco Bigazzi (ed. Leg).

Le “alleanze tecniche” oggi vezzeggiate dai piddini garantiscono la stabilità di un improbabile governo “di sinistra” supportato da fuggiasche dell’ultim’ora? Meno di zero.

Poiché l’Italia ha bisogno estremo di un governo finalmente politico dopo tante accozzaglie precarie, per scongiurare il rischio che l’astensionismo tracimi e travolga la credibilità delle istituzioni rappresentative i partiti hanno il dovere di mettere fine al gioco delle tre carte e dire chiaramente quali maggioranze intendono formare. I tre partiti del centro-destra lo hanno fatto. A mancare all’appuntamento con la Storia sono proprio i partiti che si ammantano dell’aggettivo “democratico”.

Un’ultima considerazione si impone alla vigilia della campagna elettorale. Per sua fortuna dal 1848/1861 l’Italia ha un parlamento bicamerale. Il Senato ha spesso corretto le enormità votate dai deputati. Anche se in un raptus è stato conferito ai diciottenni (piddini e altri volevano i sedicenni!) il diritto di eleggere la Camera Alta, il bicameralismo è una garanzia contro l’onda delle “emozioni” che spesso travolge quella dei deputati. Ma, come annotava malinconicamente Lorenzo il Magnifico, “il doman non c’è certezza”.

Aldo A. Mola

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