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Il vuoto esistenziale…

Arte, Cultura & Società

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C’è chi si droga perché prova un vuoto esistenziale. C’è chi trasgredisce e poi prova il vuoto. Ma il vuoto si può provare anche per una mancanza, una assenza, una perdita.

Si dice avere un vuoto, vivere il vuoto esistenziale, come se il nostro animo fosse un buco da riempire o un recipiente capiente da riempire.

Forse siamo un poco vuoti e nella vita dobbiamo riempirci

Forse siamo totalmente vuoti. Forse il nostro vuoto ed il nostro pieno dipendono da un ciclo di retroazione come accade in molti casi nel nostro organismo.

Comunque sia, abbiamo tutti un horror vacui nelle nostre vite. Ecco allora che per non trovarci faccia a faccia col nulla ci mettiamo a frequentare ogni tipo di persone, ci dedichiamo ad ogni tipo di attività anche quelle più inutili.

C’è chi si mette a fare duemila lavori di bricolage, anche quando in casa tutto è a posto. C’è chi deve per forza viaggiare, prende la macchina e gira a vuoto sulla circonvallazione.

C’è chi passa ore nel centro storico a guardare le vetrine. C’è chi vuole conoscere ogni genere di persone e vedere ogni tipo di posto.

La nostra vita è vuota oppure il nostro animo è vuoto

Forse è la realtà, forse è solo una metafora. È una sensazione soggettiva, ma è una espressione condivisa da tutti; è un modo di dire assai diffuso, sulla bocca di tutti.

Dal nostro vuoto può scaturire una o più crisi interiori. Per Frankl una vita senza senso determina sofferenza. Per questo psicologo esistono le nevrosi neogene, dovute al vuoto interiore, alla mancanza di un senso nella vita.

L’io ed il mondo rivelano la loro assurdità, pochi credono veramente nelle parole salvifiche dei testi religiosi. Tutti o quasi vivono il disagio esistenziale.

C’è chi cerca di sviscerare la vita, però alla fine non riesce a percepire un significato. Per Frankl la vita dei nostri avi per quanto materialmente più complicata era più semplice a livello esistenziale perché ruoli, obiettivi, fini erano tutti definiti.

L’uomo medievale o rinascimentale non avevano alcuna incertezza esistenziale, erano sicuri del fatto loro, di quello che dovevano fare, del loro stesso Dio.

In questo senso Frankl mi sembra che si rifaccia all’angoscia per la scelta degli esistenzialisti per noi contemporanei.

Insomma il senso della nostra inutilità o la sensazione che nulla abbia un senso sono cose che fanno parte della vita e anche della natura umana.

Una vita priva di senso

Per lo stesso Jung nessun uomo può vivere a lungo una vita priva di senso. Per Fromm il nostro senso di vuoto dipende dal fatto che la nostra vita è “una prigione insopportabile “.

A leggere alcuni psicanalisti si potrebbe coniare il termine “vuotologia” (ripensando all’espressione zerologia di Umberto Eco, proposta per una nuova matematica) perché sembra che il senso di vuoto sia un fattore determinante in psicologia.

Alcuni potrebbero obiettare giustamente che c’è un ordine di priorità e che i poveri hanno altri problemi; sono troppo affaccendati a procurarsi cibo per interrogarsi troppo sul senso della vita.

La mancanza di lavoro e la depressione

Ma è anche vero che la mancanza di un lavoro, le ristrettezze economiche, l’emarginazione possono dare un senso di vuoto.

Oggi alcuni parlano di depressione esistenziale, di nichilismo esistenziale. Probabilmente sono aspetti che riguardano molto di più l’Occidente benestante rispetto al terzo mondo.

Però è anche l’ora di dire basta al puro determinismo economico e a chi anemone l’ideologia a tutto. Passiamo ad altro.

Le persone depresse provano molto più degli altri questa sensazione di vuoto e di solito cercano di riempirlo ammazzando, come si suol dire il tempo, oppure cercando persone da amare e che le amino.

Un’altra psicopatologia in cui si vive un senso di vuoto interiore è il disturbo borderline. Spesso è proprio questa sensazione che conduce all’impulso incontrollato.

La stessa identica cosa può avvenire in chi soffre di disturbi di alimentazione. Chi soffre di disturbo bipolare può vivere un senso di vuoto sia dopo crisi depressive che per le conseguenze negative dei picchi maniacali.

Provano una sensazione di vuoto interiore anche coloro che soffrono di disturbi dissociativi, come coloro che soffrono di derealizzazione (ritenendo la realtà irreale) e coloro che soffrono di depersonalizzazione (vivendo loro stessi come degli estranei).

Ci sono quindi persone più predisposte di altre a sperimentare questa sensazione: alcune persone con certi quadri clinici che vivono più assiduamente e più intensamente tutto ciò.

Non solo ma persone molto anziane o malate, che avvertono la fine imminente, sentono molto più degli altri questo senso di vuoto.

Vuoto interiore fisiologico

È quindi davvero il caso di affermare che esiste un vuoto interiore fisiologico oltre ad uno patologico.

È accertato che un forte senso di vuoto può provocare dei gesti autolesionisti e addirittura nei casi più gravi il suicidio.

È una sensazione, alcune volte transitoria, altre volte persistente, che prende la testa ed allo stesso tempo prende la pancia.

È segno inequivocabile di malessere? In alcuni senz’altro, ma è qualcosa di connaturato. Il problema poi non è tanto avvertire o meno il vuoto esistenziale.

La questione cruciale è se si riesce a rispondere in modo saggio ed equilibrato a questa percezione o meno. C’è chi infatti questo vuoto lo riempie con cose, persone, situazioni di vita assolutamente sbagliate e così si fa molto male.

Come scrisse S.Weil tutti i peccati sono un modo per colmare dei vuoti. I preti o dei mistici di altre religioni direbbero subito che si deve riempire con dei valori.

Alcuni potrebbero rispondere che il vuoto fa parte dell’io e che per trovare Dio bisogna uccidere il nostro io, come scriveva S.Weil.

Ma anche leggendo Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola, Giovanni della Croce ci rendiamo conto che viene proposto l’annichilimento dell’io.

La domanda è chi o che cosa può riempire il vuoto. Lo so bene che questo argomento si presta bene a dei facili doppi sensi, a delle battute volgari a sfondo sessista.

Ma se tutti, più o meno, proviamo un senso di vuoto interiore, chi, che cosa può eliminarlo? Come può essere eliminato? Non esiste una risposta univoca. Bisogna vedere caso per caso.

Tutti abbiamo un vuoto, ma probabilmente il mio vuoto è differente dal vostro e viceversa oppure in parte è uguale ed in parte è diverso al vostro (questo nessuno lo sa con certezza).

Ognuno ha anche una ferita che deve essere risarcita, ma anche in questo caso la cura varia da persona a persona.

Il vuoto ricercato dagli umanisti

Proviamo il vuoto non solo quando ci accorgiamo dell’assurdo, dell’insensatezza della vita ma anche quando gli altri ci lasciano soli o secondo noi non ci comprendono.

Ci sono umanisti come Cioran e Schopenhauer che hanno costruito la loro fortuna con l’angoscia di esistere e il pessimismo.

Certamente per vincere il vuoto bisogna sapersi guardare dentro e talvolta dimostrare di essere interiormente autosufficienti, ovvero saper convivere con sé stessi.

Di solito le persone mettono tutte le loro energie nel lavoro e investono tutto affettivamente nella famiglia per avere a loro volta un ritorno economico e affettivo.

Ma talvolta non si sentono veramente realizzate e allora sentono che qualcosa o qualcuno manca. Proviamo il vuoto di fronte alla solita quotidianità che ci annoia, alla routine, alla solita vita ripetitiva.

Proviamo il vuoto quando ci guardiamo allo specchio e l’immagine che ci rimanda ci provoca estraneità.

Abbiamo il vuoto quando il divertimento non ci diverte più, quando la tristezza ci assale, quando la vita ci sembra invivibile.

Avvertiamo il vuoto quando stiamo troppo tempo soli oppure quando stiamo troppo a contatto con gli altri ma i nostri rapporti non sono autentici, solo sporadici, stereotipati, superficiali, formali, strumentali.

Forse per vincere il nostro vuoto vi sarebbe bisogno di dare un senso alla nostra vita, di dare e ricevere autenticità, di sconfiggere la solitudine e il caos della vita moderna.

Di fronte ad un lutto si prova il vuoto. Di fronte alla perdita di un nostro caro ci sentiamo più soli. Non a caso si parla di vuoto incolmabile.

Anche su questo c’è chi fa della facile ironia, dato che alcuni fanno battute sulle vedove inconsolabili. Talvolta passano anni per rielaborare un lutto.

C’è chi va in analisi per sconfiggere il vuoto e chi si affida alla religione

Ma una sensazione momentanea, provvisoria di vuoto si ha anche per una delusione sentimentale.

Anche nel caso di un innamoramento non corrisposto avevamo fatto spazio nella nostra psiche ad una persona, che ci lascia soli, non vuole saperne più niente di noi e disattende le aspettative, causando una delusione cocente e sofferenza interiore.

C’è chi prova del vuoto perché si sente tradito o soltanto perché qualcuno ha tradito la sua fiducia.

V’è chi sperimenta il vuoto di fronte al nulla o all’infinito quando percepisce la sua limitatezza umana, la sua finitezza, la miseria ontologica di fronte al cosmo.

Chi avverte il vuoto ed ha una crisi mistica, reagisce prendendo i voti, diventando un religioso

C’è chi sente il vuoto dopo aver vissuto una situazione estrema, al limite e ritiene che è il momento di incanalare la propria vita nei giusti binari, che è giunto il momento di fare ordine e chiarezza in sé stessi.

Dopo una esperienza autodistruttiva proviamo il vuoto. Con il nostro vuoto comunque bisogna imparare a conviverci, fa parte ontologicamente e psicologicamente di noi.

Ci sono alcuni momenti, alcune cose, alcuni episodi che ci fanno sentire maggiormente il vuoto, ma l’unico rimedio è la consapevolezza, l’accettazione. Non c’è altra terapia.

Tutto parte dalla conoscenza di sé e delle difficoltà presenti per tutti. Solo facendo così si può godere pienamente la vita.

Non è detto che ce la facciamo da noi

Gli altri possono aiutarci, possono essere un agente catalizzatore. Ma senza la nostra volontà, la nostra intenzione non è possibile accettare questo vuoto, che è una caratteristica costante ed ineliminabile per ognuno.

È una cosa che deve innanzitutto partire da noi. Proviamo il vuoto ogni volta che non riusciamo a stare bene con noi stessi, con gli altri o in disarmonia con la natura.

Ma questa sensazione spiacevole, questa dissonanza emotiva e cognitiva può essere compensata solo in 3 modi: cambiando l’ambiente (molto difficile), cambiando il nostro comportamento, cambiando il nostro atteggiamento di fronte alla cosa in questione.

Non sempre cambiamo comportamento o atteggiamento in modo giusto e appropriato

Ci sono persone che essendo fumatori incalliti e sapendo che il fumo provoca il cancro provano dissonanza cognitiva.

Ma alcuni pensano che per loro le sigarette non sono pericolose perché i loro genitori e i loro nonni fumavano e non hanno mai avuto un tumore.

Non è detto quindi che si ristrutturi cognitivamente sempre il problema in modo adeguato; talvolta il problema viene affrontato in modo arbitrario e fallace.

C’è chi sperimenta il vuoto e non ne parla mai a nessuno. Il vuoto così aumenta a dismisura, il topolino partorisce la montagna, ci si trova di fronte all’effetto valanga.

Si può sperimentare il vuoto anche perché non si percepisce con nessuno una comunione di anime.

Tuttavia è difficile trovare le parole per esprimere, esplicitare il nostro vuoto. È un limite verbale umano.

C’è sempre qualcosa che ci blocca o che ci lascia interdetti. Inoltre il vuoto, ad onor del vero, probabilmente non sarà mai totalmente riempito da qualcuno o qualcosa.

Forse il vuoto è una costante universale della nostra dimensione interiore

Concludendo, il vuoto interiore, che può essere affrontato sia in chiave psicologica che filosofica, è un concetto sfuggente e complesso, proprio come il vuoto in fisica, che è ancora oggetto di studio, non è più assoluto e non sembra più assenza di materia ma caratterizzato anche esso da antiparticelle.

Forse il vuoto è acuito, addirittura moltiplicato dallo spaesamento, dallo smarrimento causati da questa civiltà. Forse deriva da solitudine ed inadeguatezza, forse dall’infelicità presente in ognuno.

Viviamo in una società materialista, basata sulle gratificazioni e sul sistema di ricompensa. È un intero sistema che ci sfrutta e che ci dà piccole scariche di dopamina nel nostro nucleo accumbens.

È una continua corsa ad ostacoli in cui chi si ferma è per così dire perduto. La maggioranza di noi vive nel branco perché così è rassicurante e ha paura di cambiare. In fondo le alternative sarebbero troppo radicali e drastiche, forse improponibili.

È difficile uscire dalla logica del branco perché ci sarebbero troppe difficoltà in cui ci troveremmo. L’importante è avere dei rinforzi positivi. Fondamentale è scaricare la tensione in un orgasmo.

Questo è il modo più semplice per sfogarsi, per sentirsi appagati. Però la pornografia, sempre più diffusa e gratuita, ci propone modelli e prestazioni per molti e molte irraggiungibili.

Così molti e molte rimangono frustrati e complessati. Sono gli eterni inadeguati. In fondo anche la dipendenza sessuale può derivare anche non solo da uno sviluppo psicosessuale anormale ma la molla di certe trasgressioni può essere appunto la frustrazione esistenziale.

C’è chi si rovina col gioco da azzardo. Anche la ludopatia è una dipendenza psicologica

Ma perché si è dipendenti dal gioco di azzardo? Il fine ultimo è quello di arricchirsi e vivere una vita facile. Le ricompense più immediate sono il godere, l’avere e l’apparire.

Bisogna avere soldi e apparire belli, giovani. Non c’è via di scampo oggi se si vuole essere accettati. Molti lavorano per raggiungere questi traguardi.

Per chi fa meditazione invece bisogna fare l’opposto, ossia liberarsi dal desiderio, dalle cose, svuotarsi dai pensieri, raggiungere il vuoto mentale.

Forse allora bisognerebbe guardare ad Oriente e rovesciare completamente la prospettiva?

Sorge però spontaneo l’interrogativo: bisogna riempirsi, svuotarsi oppure trovare un equilibrio tra il pieno ed il vuoto? Forse la stessa mente umana ha i suoi pieni ed i suoi vuoti, come scriveva Amelia Rosselli.

Non starò qui a disquisire sulla differenza tra nulla e vuoto perché forse il senso di vuoto è solo un segno-immagine, ovvero un simbolo per esprimere malessere e inadeguatezza.

Forse la cosa migliore che potremmo fare ad ogni modo è di lavorare su noi stessi, percepire il grande inganno di questa società opulenta ed apparentemente evoluta.

Qualsiasi psicologia, qualsiasi filosofia di vita può andare bene. Talvolta certi termini nuovi, come ad esempio mindfulness, sono antichi concetti che vengono riproposti in vesti nuove.

Andrebbe bene anche intraprendere la strada della spiritualità, ad esempio quella indicata da Cristo. Ci sono tante voci del passato, tanti maestri viventi a cui attingere.

Certo talvolta i veri maestri non sono riconosciuti ed è difficile rintracciarli. A volte chi sa le cose non parla perché maggiore consapevolezza esistenziale comporta maggiore grado di incomprensione.

Chiunque ad ogni modo può scegliere i suoi maestri, basta che siano tali. Come dicono alcuni la vera scienza esatta è la mistica perché i monaci cristiani, i sufi, i guru indiani, gli sciamani passano tutti dagli stessi stati mentali e giungono tutti agli stessi archetipi.

Lo so bene che non ci sono ricette pratiche per migliorare questa società

La rivoluzione (impossibile ormai) o la palingenesi non dipende certo dal singolo individuo, ma la presa di coscienza di certe problematiche è un primo passo (e non è mai un passo falso) per migliorare la qualità della vita di una persona. Sarà poco ma è già qualcosa.

È meglio aspirare a un piccolo traguardo concreto, raggiungibile che chiedere l’impossibile e rimanere con le mani in mano; quindi è auspicabile una piccola e modesta rivoluzione interiore in ognuno. Prima vivere, poi filosofare e quindi di nuovo vivere.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

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