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India patria della malagiustizia?

Mondo

Pubblicato da:

alle ore: 17:24

In India, un prigioniero, Umar Khalid, diventa simbolo della giustizia arbitraria. I gruppi per i diritti umani denunciano l’abuso delle leggi antiterrorismo per mettere a tacere il dissenso politico.

Ci lamentiamo dei mali della giustizia italiana. Ma nemmeno quella di altri paesi brilla. Certamente, uno di questi è l’India, dove l’arbitrarietà di giudizio e la lunga durata dei processi è un male cronico. Ne è stata prova la nota vicenda dei due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati della morte di due pescatori uccisi da colpi di arma da fuoco a febbraio 2012, al largo delle coste del Kerala. Un dramma giudiziario conclusosi, con una archiviazione, a favore degli imputati soltanto 10 anni dopo, anche grazie a un costante impegno da parte delle autorità italiane.

In questo deteriorato contesto, assume un ruolo di denuncia Umar Khalid, ex leader dell’Unione Democratica degli Studenti dell’Università Jawaharlal-Nehru, il quale è detenuto da quasi due anni nel carcere di Tihar a Delhi. Il suo volto, con gli occhiali scuri, la barba corta, il suo aspetto da giovane intellettuale, è diventato quasi una consuetudine, dato che la sua foto è divenuta ricorrente in ogni udienza per il rilascio su cauzione. Tutti i suoi tentativi sono falliti, i magistrati sono sempre riusciti ad opporvisi. Ma la verve di Khalid non è venuta meno, tanto da divenire un’icona per gli ambienti della protesta.

Umar Kalid, 34 anni, era stato arrestato il 13 settembre 2020, con l’accusa di aver profferito un discorso di denuncia ad Amravati, nel Maharashtra, durante le manifestazioni contro il Nationality Reform Bill, una norma ritenuta discriminatoria nei confronti dei musulmani, che aveva suscitato un enorme movimento di protesta da parte della popolazione in tutto il Paese tra dicembre 2019 e febbraio 2020. Umar Khalid aveva accusato il governo Modi, invitato a contrastare “l’odio con l’amore” e a protestare pacificamente durante l’imminente visita in India dell’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

La polizia lo teme e lo reputa la “mente”, un “cospiratore carismatico” degli scontri comunitari scoppiati in suddette proteste tra il 23 e il 26 febbraio 2020 nei distretti nord-orientali di Delhi, che hanno provocato 53 morti e 500 feriti. Lo ha accusato di voler diffondere a livello internazionale notizie secondo cui in India si commettono atrocità contro le minoranze. Visto il trattamento precedentemente subito dai nostri due connazionali, anche per Khalid non c’è molto da sperare.

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