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Intervista a Lucio Caracciolo direttore di Limes

Politica

Direttore Prof. Caracciolo,  in un editoriale per il settimanale londinese “The Economist” Henry Kissinger ha scritto che gli USA hanno fallito la lunga missione in Afghanistan perché “gli obiettivi militari sono stati troppo assoluti e irraggiungibili e quelli politici troppo astratti e sfuggevoli”. E’ una valutazione sintetica ma sostanzialmente esplicativa ed attendibile? 

Credo di si, la condivido in linea di massima. Il punto sta nel fatto che gli americani sono andati in Afghanistan senza un progetto che non fosse quello di dare all’opinione pubblica americana il senso della reazione all’attacco dell’11 settembre. Tutto questo è stato deciso, tra l’altro, in una atmosfera di paura e di rabbia che certamente non ha favorito una lettura strategica dell’operazione. Risultato: gli americani sono rimasti incastrati venti anni in un Paese dove non avevano nulla da fare e lo hanno lasciato in malo modo, con un grave danno di reputazione che sicuramente dovranno scontare anche in futuro.

Indubbiamente il ritiro dei militari americani dopo venti anni di presenza logorante e – alla fin fine – inconcludente ha fatto cadere come un castello di carte un equilibrio precario che ha coinvolto la politica estera USA (ripetendogli errori commessi in Vietnam) e quella del mondo occidentale.

In particolare USA ed Europa escono con le ossa rotte, molte vittime militari e una sconfitta bruciante.

Quali scenari si aprono per le prossime mosse nell’ambito dei paesi aderenti alla Nato e per la stessa ONU?

Certamente la NATO ne esce divisa, incerta sul proprio futuro e senza un chiaro orientamento. Questa organizzazione (la Nato)  aveva una missione precisa ai tempi della “guerra fredda”, cioè impedire la conquista dell’Europa occidentale da parte sovietica: ora non ne ha più, per la semplice ragione che l’Unione Sovietica non c’è più. Il punto è che le grandi organizzazioni – compresa la NATO – tendono a durare più del loro senso. Possono durare anche decenni o secoli come il Sacro Romano Impero semplicemente dal punto di vista nominale ma senza rappresentare una realtà effettuale.

             Quindi aveva ragione Federico Rampini quando in occasione del 70° anniversario di fondazione

             della NATO aveva parlato di un evento che assomigliava più ad un funerale che ad una ricorrenza

             da festeggiare?

 

Sì, per quanto riguarda il senso originario. Questo giudizio è tra l’altro ampiamente condiviso da buona parte dell’establishment americano e ancor di più dall’opinione pubblica statunitense.

Non vedo tra l’altro particolari differenze nell’approccio al mondo e in particolare alla NATO tra Trump e Biden, se non nello stile personale e nel modo di esprimersi. La sostanza è che gli Stati Uniti  considerano centrale il palcoscenico cinese, dove evidentemente i paesi della NATO non hanno un ruolo, se si eccettua forse l’Inghilterra, ma la NATO in sé certamente no e questo apre scenari di incertezza per il futuro di questa alleanza.       

Da un punto di vista militare, strategico e diplomatico quali sono stati gli errori più evidenti e catastrofici?

Certamente il lungo logoramento e una presenza in Afghanistan mai risolutiva hanno portato alla dèbacle.  Lei ha detto “gli USA se la sono squagliata”: è stata dunque la scelta di Biden  l’ammissione di una sconfitta oppure una presa d’atto circa la necessità di uscire dal paese sapendo che i talebani erano ormai alle porte di Kabul?

L’idea di  andarsene dall’Afghanistan circola in America da quando i primi soldati ci sono arrivati. Sono passati venti anni. Biden stesso nel 2009 aveva inutilmente cercato di convincere Obama sul ritiro mentre Obama aveva invece poi rafforzato la presenza americana. Certamente il modo in cui è avvenuto questo ritiro ci dice anche dello stato di disorientamento e di disorganizzazione degli apparati americani.

L’aeroporto della capitale Afghana è stato l’epicentro di un dramma umanitario: molta parte della popolazione afghana sarà costretta a restare nel Paese e ad accettare lo stato di fatto del cambio di governo, sottomettendosi al ritorno dei talebani.

Con tutti gli impliciti, ad esempio la considerazione delle donne: su questo aspetto l’islamismo esprime una violenza di genere che origina dalla shaaria e si esprime attraverso la fatwa.

Come si potrà gestire l’emergenza dei profughi? Come potranno essere protette le donne?

L’Europa, in particolare, è pronta ad accogliere? 

I paesi europei potranno fare qualcosa per quanto riguarda l’accoglienza di chi arriva dall’Afghanistan , ma non molto visto il clima generale verso i migranti che impera in gran parte del nostro continente.

Su tutto il resto, una volta che noi occidentali ce la siamo squagliata in massa dall’Afghanistan, non possiamo fare niente. Dobbiamo però considerare che gli stessi talebani sono afghani ed hanno una base di consenso anche non trascurabile nello stesso paese. Soprattutto non possiamo confondere Kabul con il resto dell’Afghanistan, perché sono due realtà molto diverse.

Gli attentati dell’ISIS stanno minando il tentativo dei talebani di farsi accettare dalle diplomazie internazionali e dal Paese stesso come Governo legittimo.

Come valuta la reazione degli USA e la promessa di Biden di “farla pagare” agli jihadisti?

Gli attacchi con i droni?

E’ un tentativo di rimediare anche ad una perdita verticale di credibilità del Presidente USA presso l’elettorato americano e la società civile?

L’Isis e al’Qa’ida sono considerati di fatto ‘nemici’ da gran parte delle fazioni talebane, anche perché i talebani sono abbastanza divisi al loro interno. L’unico modo in cui – in questa fase – gli americani possono dare un qualche segno della loro presenza dal punto di vista militare è quello dei droni o comunque delle operazioni da lontano e per definizione si sa che queste operazioni sono molto limitate.

Le vicende afghane hanno scompaginato gli equilibri geopolitici preesistenti.

Di fatto, ad esempio, negli USA è riemerso lo spettro dell’11 settembre, forse mai del tutto rimosso, l’Europa rivela la propria inconsistenza evanescente, l’alleanza della Nato è messa in crisi nei rapporti interni e nella capacità di esercitare una sorta di controllo sullo scacchiere mondiale.

Come escono da questa vicenda gli USA e l’Europa?

Quali prospettive immediate e future ci attendono?
L’impressione è che se dovessero rientrare in gioco con un altro intervento militare, USA ed Europa rischierebbero la disfatta.

Resta solo la via della mediazione diplomatica?

Penso che in questo momento nessuno – cioè nessuna delle potenze, a cominciare dall’America  –

consideri l’Afghanistan un punto importante nella propria agenda.

Questo lascia uno spazio enorme di manovra alle varie fazioni afghane che quindi si disputeranno il territorio senza troppi disturbi esterni.

Certamente il segno più profondo del ventennio di guerra inutile in Afghanistan sarà la diffidenza reciproca tra i Paesi NATO  in particolare quelli europei , specialmente  la Germania e la Francia, soprattutto dal punto di vista delle strutture militari e dell’opinione pubblica, nei confronti dell’America.

La legittimazione, pur con diverse accentuazioni, di Cina, Russia e Turchia della presa di potere dei talebani contiene impliciti che riguardano i futuri assetti geopolitici del pianeta.

Ridimensionamento vistoso degli USA, incertezze dell’Europa, prepotente e dilagante espansione cinese sul piano geopolitico e geoeconomico.

A questo punto , nel nostro piccolo, ci teniamo ancora il Memorandum della via della seta siglato con la Cina nel marzo 2019?

Oppure i misteri di Wuhan e ora la vicenda afghana dovrebbero indurci ad un ripensamento?

Bisogna davvero “Fermare Pechino” come scrive nel suo libro recentissimo Federico Rampini? 

Penso che bisogna fare i conti con l’aggressività espansiva cinese ma anche con una incertezza americana di fondo su come fronteggiarla: tra questi due soggetti, che in realtà non si capiscono molto, il rischio è che possa accendersi un ‘incendio’  magari anche per mero accidente e quindi si arrivi ad un conflitto di dimensioni incontrollabili.

Il Memorandum del 2019 è stato un tentativo italiano di considerare i rapporti con la Cina esclusivamente sotto l’aspetto  economico e commerciale, trascurando il fatto che qualsiasi grande potenza e la Cina forse più di altre non fanno solo accordi economico-commerciali ma li inseriscono in una strategia omnicomprensiva, quindi anche con un profilo culturale, militare ecc.

L’Italia non è stata in grado di capire questo ragionamento strategico complessivo e quindi si è in qualche modo legata le mani con un Memorandum che sarà comunque da rivedere tra qualche anno ma che ha al suo interno un meccanismo di rinnovo automatico nel caso nessuna delle due parti voglia recedere.

Se si palesassero dei problemi seri io credo che non lo rinnoveremmo.

Il timore è che invece possa restare un accordo irreversibile. 

Francesco Provinciali

Bio-bibliografia Prof. LUCIO CARACCIOLO

“Dirige la rivista italiana di geopolitica Limes che ha fondato nel 1993 e la Eurasian Review of Geopolitics Heartland nata nel 2000. È considerato uno dei massimi esperti mondiali di geopolitica. Ha partecipato numerose volte alle riunioni del Gruppo Bilderberg. È membro del comitato scientifico della Fondazione Italia-USA. Ha Insegnato Geografia politica ed economica all’Università degli Studi di Roma Tre, inoltre presso l’Università Vita-Salute S. Raffaele di Milano e l’Università LUISS Guido Carli di Roma. Svolge seminari di geopolitica in varie istituzioni e presiede i master in geopolitica organizzati dalla SIOI. Vanta numerose pubblicazioni”


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