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Io sono un sopravvissuto. Sono un sopravvissuto alle stragi del sabato sera

Attualità & Cronaca

Sono un sopravvissuto al cupio dissolvi della giovinezza.

Ci sono amici che sono morti per incidente stradale: “Lunga e diritta correva la strada….”. Come non ricordare la canzone di Guccini? Le inquadrature televisive ogni volta sono orride e macabre.

Si soffermano su certi particolari come il lenzuolo sull’asfalto, che copre il cadavere. Altri amici sono morti per altri motivi che non sto a menzionare. Ma non è assolutamente detto che sopravviva per molto tempo! Forse scrivo anche per loro, anche se ho sempre ritenuto che fosse meglio non scrivere di loro.

Ho sempre ritenuto che fosse meglio non scendere in particolari, non tormentarmi o tormentarli, evitare retoriche da strapazzo. Forse i compianti si sarebbero ritrovati in qualcosa di quel che ho scritto. Forse si sarebbero ritrovati nella maggioranza delle cose che ho scritto. “Muore giovane chi è caro agli dei” scriveva Menandro.

Come non citarlo? Oggi più che mai. Ho l’impressione a volte che siano rimasti vivi i mediocri e se ne siano andati i migliori. I più mediocri e meschini hanno spesso fatto carriera e famiglia, mentre i migliori sono morti. Molti si sono integrati, altri sono scomparsi. Al mondo d’oggi vanno avanti i perfettini e i precisini.

Vanno avanti per dirla in parole povere quelli che non si tirano indietro e non mostrano segni di rimpianti o pentimento. Va avanti chi è normale, non cerca eccessi, non beve, non cerca il brivido della velocità! Così pensano molti. Ma molti si scordano di essere stati giovani quando giudicano.

Che dispendio di forze, di gioventù, di vite! Quanta giovinezza sprecata! Ancor più drammatico se si pensa che l’Italia è un Paese che ha pochi giovani ed ha bassissima natalità.

Ma in fondo non c’è da preoccuparsi se gli italiani come li intendevamo un tempo scompariranno per sempre. La decadenza di questa nazione forse è inarrestabile. Io, sospeso in una sorta di limbo, sono ancora qui a testimoniare tutto ciò. Ma in fondo è solo una parvenza.

È solo una illusione. In fondo è come se fossi morto anche io per gli amici che si sono integrati e non si curano più di me come io di fatto non mi curo più di loro. Ci siamo persi di vista da anni ed anni. Non ho più notizie da anni. In fondo non è come essere morti?

Io sono solo il testimone ingombrante di una giovinezza che fu. In fondo a chi interessano gli anni novanta? Negli anni novanta forse si stava addirittura meglio perché c’era più speranza, c’erano prospettive, c’era futuro per i giovani. Eppure io mi ricordo la disperazione e la voglia di autodistruzione di molti giovani del Nord Est.

Qualche psichiatra a tal proposito teorizzò il circolo vizioso benessere/emarginazione/follia. E oggi? A chi interessano quei giovani dispersi e quelle vite? Sarebbe macabro citarli per nome e ricordare i dettagli delle loro vite. Non lo faccio. Forse neanche alle famiglie farebbe piacere.

È passato così tanto tempo che forse non sono neanche in grado di farlo. Ho perciò sempre cercato di trovare una visione, anche se il senso globale talvolta mi sfugge. Ma forse deve essere per forza di cose in questo modo quando ci si trova al cospetto di qualche revenant. Ora però vorrei fare qualche considerazione sulla morte in genere. Purtroppo domani saremo tutti polvere.

Una poetessa fece scrivere sulla sua tomba: “scusate la mia polvere”. Io penso anche al cielo, alla notte, a tutto ciò che è apparentemente inspiegabile. Prima dell’avvento della luce elettrica le notti erano davvero buie. C’erano solo la fievole luce della luna e il chiarore delle stelle.

Miliardi di stelle sono da sempre il soffitto dei nottambuli e dei senzatetto. Ma nessuno, nonostante immani sforzi, può capire il cielo. Ci sentiamo una infinitesima parte del tutto, però ne ignoriamo il motivo.

Tocca all’uomo fare il lavoro sporco su questa terra. All’uomo toccano il frastuono del mondo e i silenzi delle corsie di ospedali. Il cielo non si stupisce dei morti ammazzati. La bellezza della notte è che le strade e le piazze magicamente si svuotano, sono deserte e tutto sembra irreale.

Quante parole inutili dedicate al cielo, che da sempre rimane lì immobile come un ammonimento! Ho un vago presentimento che la morte sia l’unico sonno ristoratore. Anche se non ce ne accorgiamo qualcuno ci dà il posto quando nasciamo e a qualcuno diamo il posto quando moriamo.

La nostra fine sarà come un temporale estivo, come lo sgocciolio di un rubinetto nella notte, come un rumore origliato dalla stanza accanto. Ce ne andremo senza aver capito il funzionamento delle cose.

Innumerevoli saranno i punti di vista e i punti interrogativi. Per alcuni la vita resterà una grande cosa e per altri un gioco sporco. Il desiderio d’altronde è incommensurabile.

Nessuno comunque salderà il debito. In fondo c’è sempre un inizio e una fine, una porta di ingresso e una porta di uscita. Pochi cari si accorgeranno della nostra dipartita. I restanti continueranno ad interrogarsi sul senso della vita. Un giorno saremo polvere. In fondo anche essa è materia.

La polvere è ovunque. Si può proprio parlare di commistione di vivi e di morti. Quando saremo polvere ci attaccheremo sempre alle cose. Sfioreremo sempre persone. Aspetteremo sempre qualcuno o qualcosa che ci sollevi perché non potremmo muoverci autonomamente.

Un giorno saremo polvere. Il nostro momento topico forse avverrà quando il pulviscolo sarà sospinto dal vento e illuminato da raggi di sole.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale


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