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La carestia nel Tigray è estremamente preoccupante

Mondo

Il Tigray sta per implodere coinvolgendo tutta la regione del Sahel.

Quello che accadde nel 2015 – 2016 è ben poca cosa rispetto alla crisi dei rifugiati che si prepara. La crisi economica, resa più dura dalla pandemia rafforza i nazionalismi che tracimano verso oligarchie militari.

Gli odi tra etnie, culti religiosi nelle tribù stanno portando la regione verso una guerra civile. La situazione sta precipitando senza che l’occidente faccia nulla.

Eppure dovrebbe prendere posizioni forti in seno alla Lega Araba, e impedire che milioni di migranti si mettano in marcia verso il Mediterraneo.

Ogni giorno che passa il problema si ingigantisce

 Siamo in pieno allarme. I civili minacciati vengono derubati di tutto, le loro povere case date alle fiamme. Il cibo scarseggia, i saccheggi non cessano.

Quanto potranno ancora resistere in questo stato di incertezza, basta poco che la guerra civile diventi anche pulizia etnica.
L’Europa invece di perdere tempo con gli arcobaleni e accusare Orban, pensi piuttosto a misure urgenti per impedire atrocità nel paese che possano sfociare in un nuovo genocidio. I presupposti ci sono tutti.

Le tensioni in uno dei paesi più potenti e popolosi dell’Africa sono tangibili. Nessuno parla dei migliaia di morti nella regione del Corno d’Africa.

Nel Tigray vivono più di 6 milioni di persone censite, l’ingresso nel paese è interdetto ai mezzi di comunicazione

Le uniche informazioni che trapelano sono da persone interne al paese. Bloccati alle frontiere, dalle forze armate eritree gli aiuti per la popolazione.

 L’Etiopia non ha la capacità di controllare più del 40% della regione del Tigray. Gli alleati dell’Etiopia hanno perseguitato il governo regionale del Tigray ormai in fuga, potente clan che per 30 anni ha dominato il potere politico in Etiopia.

I militari della vicina Eritrea spalleggiano il governo etiope nonostante Addis Abeba nega la loro presenza.

E pensare che chi impedisce l’arrivo di aiuti è il premier Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace del 2019.

Ci vorrebbe maggiore oculatezza a scegliere i papabili candidati per un premio così importante che riveste un profondo significato, l’armonia tra i popoli.

Maurizio Compagnone Analista geo politica 

Redazione Corriere Nazionale

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

 


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