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La colpa del caos in Kazakistan è (anche) delle criptovalute

Economia e Finanza

La colpa del caos in Kazakistan è (anche) delle criptovalute

Negli ultimi 12 mesi, secondo un calcolo del Financial Times, circa 88.000 società di criptomining hanno deciso di spostare la propria sede dalle province cinesi.

di Arcangelo Rociola

© OLGA MALTSEVA / AFP

 
– Una batteria di processori per minare criptovalute

AGI – La fiorente attività di criptomining è una delle cause dell’aumento del costo dell’energia elettrica in Kazakistan. Le proteste che sono divampate nel Paese, scatenate dalla crisi dell’elettricità e del gas, potrebbero avere un filo diretto con l’attività che consente l’estrazione di criptovalute, come Bitcoin e Ethereum.

Il ministero dell’Energia kazako aveva già lanciato l’allarme lo scorso novembre, registrando un aumento della domanda dell’energia elettrica pari all’8% anno su anno. Un dato inusuale per il governo di Nur-Sultan, ma sulla cui causa non nutriva troppi dubbi: il numero crescente di società che estraggono Bitcoin che hanno deciso di spostare la loro attività nel Paese nel 2021, alcune legalmente, molte no.

Negli ultimi 12 mesi, secondo un calcolo del Financial Times, circa 88.000 società di criptomining hanno deciso di spostare la propria sede dalle province cinesi al Kazakistan: in primo luogo per cercare di smarcarsi dalle crescenti pressioni di Pechino sul settore, ma anche per via dei bassissimi costi dell’energia elettrica nell’ex repubblica sovietica.

Il costo dell’energia è uno dei fattori principali che consentono la profittabilità delle attività estrattive di criptovalute. La soluzione degli algoritmi che ‘proteggono’ i bitcoin e che consente la loro liberazione avviene attraverso l’azione di migliaia di processori che elaborano le soluzioni.

Un’attività considerata altamente energivora, che più volte ha causato critiche da parte dei governi, ma anche degli attivisti dell’ambiente. Una pressione enorme, aumentata proprio nell’ultimo anno e che ha costretto il fondatore di Tesla, Elon Musk, a rinunciare al pagamento in cripto per le sue vetture proprio per evitare di incentivare un mercato dannoso per l’ambiente.

Il Kazakistan ha sofferto per mesi di gravi carenze alla rete elettrica a causa di questa attività. Lo ha ammesso il governo, che ha promesso un giro di vita sulle attività di criptomining non regolamentate e una tassa alle società del settore che hanno sede legale nel Paese.

Ma il Kazakistan resta una nazione assai redditizia per queste aziende: solo martedì, a poche ore dalla rivolta popolare, Caanan, la quinta società di criptomining al mondo, ha annunciato l’espansione delle attività a Taraz raggiungendo le 10.300 Avalon Miner (le macchine che estraggono criptovalute).

Taraz è nel sud del Paese, a 400 chilometri da Almaty, il centro della rivolta di queste ore. La versione ufficiale del governo kazako è che i problemi alla rete elettrica sono causati da “minatori a nero”, ovvero piccoli gruppi che lavorano all’estrazione di Bitcoin senza pagare le tasse. Attività che il viceministro dell’Energia ha promesso di “fermare il prima possibile”. agi live00:12


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