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La lotta delle collaboratrici afghane di una Ong milanese per lasciare Kabul

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“Hanno fra 25 e 45 anni e i talebani le stanno cercando”, dice una responsabile di Pangea Onlus 

© Afp – Afghanistan, zone di guerriglia

AGI – È una lotta contro il tempo quella che diversi collaboratori afghani, autorizzati all’evacuazione in Italia, stanno combattendo per poter accedere all’aeroporto di Kabul – unica strada per uscire dal Paese – e fuggire dalla persecuzione certa dei talebani.

Tra le migliaia di afghani che, invano, hanno sfidato il caldo, la calca disumana, gli spari e le frustate dei talebani per raggiungere il proprio volo ci sono le collaboratrici della Fondazione Pangea Onlus, organizzazione milanese che si occupa da 18 anni di emancipazione femminile in Afghanistan attraverso il microcredito.

“Sono state con le loro famiglie fino a 30 ore ieri sotto il sole, nella calca davanti all’aeroporto, dove si sono registrati anche dei morti, dove si spara e i talebani frustano le persone, ma hanno poi deciso di tornare indietro, troppo pericoloso”. A raccontarlo all’AGI è Silvia Redigolo, una responsabile di Pangea, che dovrebbe evacuare una quarantina di nuclei familiari, per un totale di circa 200 persone.  

Le donne che hanno lavorato nei progetti di microcredito, come anche nella scuola per bambini sordi, sono nel mirino dei talebani insieme a tutti i loro parenti più stretti, anche loro a rischio. “Si tratta di ragazze, tutte tra i 25 e i 45 anni, e sono rimaste fino all’altroieri nascoste perché a Kabul ci sono notizie di rastrellamenti che hanno trovato conferma nel fatto che i talebani sono andati a casa di loro amici e parenti a cercarle; erano terrorizzate non riuscivano a dormire”, racconta Redigolo.

“Ieri hanno provato a entrare all’aeroporto ma dopo chi 15, chi 30 ore sotto sole, ci chiamavano gridando perché la calca le schiacciava e ci sono notizie di diversi morti; i talebani hanno sparato e frustrato le persone”, riferisce. “I bambini hanno visto scene strazianti e dopo qualche ora molte di loro, alcune con figli neonati, hanno lasciato la fila”, conclude Redigolo sottolineando che “dai loro racconti abbiamo capito il perché delle immagini di genitori che passano i bambini ai soldati stranieri attraverso il filo spinato”.

Pangea è in contatto con le autorità italiane per cercare una soluzione al problema, che sta riguardando anche altre realtà impegnate nel settore umanitario.


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