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La metafisica attesa nel Deserto dei Tartari di Buzzati

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito


Nel film “Il deserto di Tartari” del 1976, per la regia di Zurlini, l’imponenza della Fortezza Bastiani fa da contraltare alla desolazione che emerge dalle rovine del posto, dalle quali si intuiscono gli splendori di un tempo ormai trascorso.
Sembra quasi un luogo dimenticato da Dio se non fosse per le tombe dei soldati che accompagnano il cammino del tenente Drogo e che rimandano a uno dei temi centrali del libro, ossia il fine ultimo di ogni soldato: la gloria derivante dal morire in battaglia.

Nella versione letteraria la Fortezza Bastiani appare a Drogo come una “striscia rettangolare di colore giallastro”. Il colore giallo è ripetuto spesso nel romanzo. Buzzati sembra associare questo colore al sentimento di angoscia e all’idea di minaccia e gli serve per connotare il luogo da un punto di vista psicologico.
Nella descrizione della Fortezza, come appare agli occhi di Drogo, riaffiorano altri temi fondanti del romanzo: il tempo e la solitudine.

Così descrive Drogo le sue impressioni alla vista della Fortezza:

“Lungo tutto il ciglione dell’edificio centrale, delle mura e delle ridotte, si vedevano decine di sentinelle, col fucile in spalla, camminare su e giù metodiche, ciascuna per un piccolo tratto. Simili a moto pendolare, esse scandivano il cammino del tempo, senza rompere l’incanto di quella solitudine che risultava immensa”.

Benché ne sia affascinato, la prima impressione che Drogo ha è quella di andare via e di tornare subito nella sua casa di città (questo aspetto non traspare in maniera così evidente nel film). Inoltre nella versione cinematografica il colloquio con il capitano Ortiz è molto più breve rispetto al romanzo nel corso del quale Ortiz lo mette subito al corrente di cosa è la Fortezza. Un luogo che vive il riflesso degli antichi splendori di un tempo.

La Fortezza pare a Drogo come un qualcosa che vive fuori dal tempo e dallo spazio. Un luogo in cui il tempo si è fermato e si vive come sospesi in perenne attesa.

Il capitano Ortiz (nel film interpretato da Max Von Sydow) potrebbe rappresentare una proiezione di Drogo. Un aspetto, questo, che si comprenderà meglio nel dialogo che i due avranno quando Ortiz lascerà per sempre la Fortezza.

Nel romanzo il maggiore Matti (nel film interpretato da Giuliano Gemma), almeno inizialmente viene descritto con un fare bonario (“grassoccio e sorrideva con bonarietà eccessiva”) a differenza del film dove appare spietato e rigido nell’assolvere al suo ruolo.

Appena Drogo giunge alla Fortezza, insiste affinché gli venga mostrato il paesaggio a Settentrione. Un luogo sterminato avvolto perennemente dalla nebbia. Una nebbia che simboleggia l’incognita del futuro nell’esistenza dell’uomo, futuro che spaventa ma, che al tempo stesso, affascina.

Il deserto, luogo molto importante nel testo, simboleggia il futuro, la speranza. Il luogo da dove dovrebbe arrivare un’opportunità.

Bellissima la scena in cui Drogo parla con il tenente Simeoni che gli spiega che l’orizzonte, il deserto, è sempre contraddistinto da nebbia, come a voler raffigurare che è avvolto nel mistero, nell’ignoto. Un futuro che non si conosce e che può essere foriero di bene o di male.

Nel film questa scena non è molto rimarcata, è incastrata all’interno di altre scene ed è difficile riuscire a coglierne lo spessore filosofico-esistenziale. Nel romanzo è decisamente più intensa:

“In un’ora così triste come quella per il buio e l’autunno, il comandante della Fortezza guardava verso il settentrione, verso le nere voragini della valle. Dal deserto del nord doveva giungere la loro fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa che almeno una volta tocca a ciascuno. Per questa eventualità vaga, che pareva farsi sempre più incerta col tempo, uomini fatti consumavano lassù la migliore parte della vita. Non si erano adattati alla esistenza comune, alle gioie della solita gente, al medio destino; fianco a fianco vivevano con la uguale speranza, senza mai farne parola, perché non se ne rendevano conto o semplicemente perché erano soldati, col geloso pudore della propria anima”.

Qui è forte il concetto del deserto inteso come speranza, futuro. Quel luogo dal quale potrebbe giungere l’occasione tanto attesa.

Speranza ma anche autoinganno. Un assunto che costituisce uno dei temi principali del romanzo. Questa autosuggestione volta a eliminare i particolari sgradevoli della realtà per sostituirvi una visione confortante anche se falsa. Un atteggiamento che l’uomo tende ad adottare al fine di superare il momento di solitudine ed angoscia, rifugiandosi così in una condizione diversa da quella reale, autoconvincendosi della sua veridicità.

Ben presto Drogo si rende conto che quel luogo, che vive in una costante attesa del nemico, non corrisponde alle sue aspirazioni. Chiede di essere trasferito e trova la disponibilità del maggiore Matti che, in accordo con il medico, fa risultare che la salute di Drogo può essere a rischio in un posto come quello.

La prima notte nella Fortezza Drogo avverte una grande solitudine. È forte la nostalgia di casa. Teme che neppure sua madre lo stia più pensando e soprattutto teme che la promessa del maggiore Matti, di aiutarlo con il certificato medico, non venga mantenuta. Si chiede con terrore che ne sarà di lui se fosse obbligato, dalle circostanze, a rimanere lì per tutta la vita.

Ma quando giunge il momento per Drogo di far firmare il certificato al Generale (nel film), e completare così la pratica che gli consentirebbe di essere trasferito, cambia improvvisamente idea. Pare quasi che il suo desiderio di “dare un senso alla sua esistenza” abbia la meglio sulla volontà di andarsene e che in quella routine, in quella sorta di “gabbia” che è la Fortezza, in continua attesa di un nemico da sconfiggere e quindi di assolvere al suo intento, lui abbia trovato una sorta di motivazione per andare avanti.

Rifiuta, quindi, la soluzione più semplice che è quella di andare via a favore di una decisione più difficile, ma che potrebbe dare un senso alla sua intera esistenza.


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