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La morte della politica e il suicidio della cultura 

Politica

Written by:

 Pierfranco Bruni

In un tempo come il nostro con il sole trafitto dalle ombre e con le ombre che cercano di diventare sole triangolare in mezzo alle nuvole è possibile credere che la politica, l’attuale politica, sia un fatto serio? Una persona che usa il pensiero e sa che il pensiero, almeno quello, è espressione di libertà sia dal punto di vista dialettico che fenomenologico può essere deciso a dare il proprio consenso a un partito o movimento che sia, ovvero scomodarsi e andare a votare?

Non è il mio scrivere un inno al non voto o un elogio alla astensione.  Assolutamente no. Si tratta piuttosto di scavare tra le reti dei capelli di una politica sciatta, involgarita dai linguaggi, infastidita dalla mancanza delle idee. Dovunque si vada. Il palcoscenico è una ridicola commedia che non conosce culture,  inoria, saperi, ma immensità di provvisorietà e improvvisazione. Gli attori recitano nelle retrovie, ma cosa recitano?
Non mi era mai capitato di assistere ad una farsa di un recitativo senza soggetto e senza oggetto. La considerazione di un impolitico è tremenda. Non ci sono competenze. Si inventano le competenze. Non c’è una cultura radicata e radicante perché la politica ha una terribile logica che è quella della finalità del potere. Il potere politico di questi anni non ha una progettualità finalizzata a quegli obiettivi in cui la discussione nasca da una appartenenza e in una eredità.
Spesso il tema della discussione è il programma. Ma cosa è il programma senza il pensiero progettuale? Tranne alcuni elementi il programma sembra assoggettato ad una omologazione. Gli intenti, la lettura del contemporaneo,  gli strumenti sono similari in tutti gli schieramenti. Non ci sono posizioni contrapposte divisorie. Il fatto stesso che hanno governato insieme formazioni politiche con storie diverse è la testimonianza che non esistono diversità di fondo. Il fatto stesso che qualche compagine decide di votare in base ad un proposta pur restando fuori dalla maggioranza è un dato che fa presupporre che il valore della politica non esiste più e con esso non esiste il progetto.
È qui che la politica muore. È qui che la politica è morta. Proprio sulla traiettoria culturale. I partiti se non sono basati, o se non hanno alla base, una potente storia e realtà culturale e formativa sono dentro il consociativismo. Quei partiti che non dimenticano.
Questo è un Paese che non può più decidere a priori che un partito, o una coalizione,  possa, pur vincendo per un un voto, indicare il presidente del consiglio. È mutata l’idea di amministrare. O si vince con una maggioranza seria o non si governa. È vero che siamo nei giorni degli slogan. Come non è pensabile che possa governare una coalizione a campo vasto. Cosa significa? Significa che se la politica è morta è finito il pensiero della politica della distinzione.
Gli schieramenti sono distinzioni e non equiparazioni. Ciò che sta accadendo è il crollo della cultura politica tout court disconoscendo sia alla politica sia alla cultura stessa un principio decisivo che è quello dei saperi, delle identità, della formazione della soggettualità politica. Ormai si discute delle cose, o meglio della “cosa”.
Il pensare o il pensiero non è tale. Il pensiero è il senso della esperienza e della depressione politica. Tra schieramenti non dovrebbe esserci nulla da condividere. L’elettorato dovrebbe fare delle scelte mature. Non può.  Perché si trova in uno spacchettamento dei valori, del pensiero e delle storie. Siamo in un contesto contraddistinto dalla contraddizione e dalle ambiguità. Se mancano le culture si va ad un governare senza idea politica. O meglio si va verso un amministrare.
La caduta, la crisi, la decadenza delle civiltà sono qui. Potrebbe essere una concezione elitaria la mia visione. Lo è infatti. Qui bisogna ormai avere il coraggio di spezzare le catene della politica di tutti e per tutti. Non può più essere cosi.  Ci andrebbe di mezzo la democrazia mi si dirà? Non si tratta più di democrazia ma di libertà.  Aspetti completamente altri rispetto ad una politica che sappia andare oltre. Vogliamo ancora assistere al teatro dell’assurdo?
I partiti sono democrazia nella politica? In questo modo di fare politica? È su questo paradosso che bisognerebbe incentrare una nuova discussione. Ovvero su una politica che sappia fare a meno dalla finzione dei partiti. Hanno avuto un ruolo consistente, un tempo. Oggi non hanno la prospettiva della politica perché la politica, come dicevo, è progettualità.  Nel momento in cui viene meno la progettualità viene meno anche la funzione del partito. I quali non hanno avuto alcuna funzione favorendo la tecnocrazia. La quale non fa politica.
Bisognerebbe debellare tale emergenza per ridare un senso alla politica. Come fare? Dare una struttura alla politica attraverso la individuazione di candidati che siano espressione forte della cultura. Cultura politica. Non ci riusciremo!  Ecco perché la rivolta dell’elettorato è drammatica.
Io non potrei votare un politico che non abbia cultura. Non voterò alcun schieramento che non abbia la forza delle idee. Ma i candidati fanno i partiti. L’assurdo è dunque qui.
Far morire la politica e lasciare questo tempo nella necessità degli oblii è ina filosofia del bene oltre il male. Rischiando  certamente. Ma il rischio vale una caduta di luna.
Decretiamo eticamente la morte della politica per ricominciare. Occorre un terribile coraggio. Soltanto l’eresia può comprendere ciò. Chi mai avrà il portento dell’artico? Cosa accadrà? Ciò che è accaduto già. La morte della politica è nel suicidio della cultura.

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