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La natura contraddittoria dell’essere umano. Intervista a Caterina Soffici

Arte, Cultura & Società

A cura di Mariangela Cutrone

“Le persone non sono quello che dicono o mostrano ma quello che non dicono”: così scrive Caterina Soffici, editorialista di La Stampa e giornalista di Vanity Fair nel suo libro “Quello che possiedi” edito da Feltrinelli. Il suo nuovo romanzo è ambientato nel mondo dell’alta società fiorentina, un ambiente pieno di contraddizioni che viene raccontato attraverso le vicende familiari di Clotilde e Olivia, due personaggi femminili ben delineati psicologicamente, una madre e una figlia il cui legame ricco di incomprensioni è segnato da un segreto che è stato messo a tacere da tanti anni.

È questa una storia che spinge il lettore ad indagare nella natura complessa dell’essere umano in cui nulla è come sembra perché le persone tendono a mostrare all’esterno solo la parte più bella, sicura e forte di sé. Ma spesso e volentieri si tende a diventare vittime della bellezza che tanto si vuole ostentare e mostrare nascondendo in fondo all’anima tante crepe e fragilità. Ci si ritrova così a lottare contro un “passato fantasma” che regna incontrastato ancora nel presente. In questa lotta è impegnata Clotilde, ormai ottantenne e destinata a subire dagli eventi della vita perché a tempo debito non è stata capace di riscattarsi e ricominciare da zero rinunciando alle comodità e alle ricchezze che l’alta società le ha offerto nel corso della sua esistenza.

Con “Quello che possiedi” Caterina Soffici ci insegna che la libertà e la bellezza sono contraddistinte da un duro prezzo da pagare e non tutti sono in grado di sostenerlo. A volte ciò che manca è la determinazione e il coraggio, risorse interiori che non hanno a che fare con ciò che si possiede. Sono fondamentali per affermare sé stessi e lottare contro soprusi e violenze subite. Del mondo contraddittorio dell’alta società, di come nascono le sue storie e i sui personaggi che lasciano trasparire un grande interesse nei confronti della natura umana ci parla in questa intervista.

Come e quando è nata l’idea di creare il personaggio di Clotilde, una donna aristocratica all’apparenza forte e determinata ma che nasconde fragilità e tante crepe legate al suo passato?

Per me i personaggi arrivano insieme alle storie. Clotilde è venuta insieme all’idea di ambientare la mia storia nell’alta società, di cui volevo raccontare la vacuità e le contraddizioni. È un mondo poco raccontato nei romanzi di oggi, che invece secondo meritava di essere indagato. Un mondo di persone che vive di rendita e di privilegi ma si sente sempre sotto attacco, anche se nella realtà è proprio il contrario. È un tipo di mentalità che io disprezzo profondamente e che credo di aver messo a dovere alla berlina. Clotilde è lo specchio delle sue fragilità. Sembra forte e determinata, ma in realtà è una donna che nasconde le sue insicurezze e i suoi traumi dietro una facciata di altezzosità e di impeccabilità.

Nel suo romanzo si parla di un “passato fantasma” che fa fatica ad essere dimenticato. Che ruolo ha secondo lei il passato nell’esistenza di una persona?

Il passato è ciò che rende una persona quel che è. Quando si vuole girare pagina e cambiare vita si usa l’espressione fallace ‘chiudere con il passato’. Non credo sia possibile, o forse si può ma è molto più difficile di quanto pensiamo. Si può invece fare in modo che il passato non condizioni il futuro, ma è un processo doloroso di accettazione e di comprensione che non tutti sono in grado o hanno voglia di affrontare. Clotilde non l’ha voluto fare.

Quanto il dolore cambia nel profondo le persone come accade a Clotilde?

Credo che il dolore sia parte della vita e cambia tutti nel profondo. Come nel caso del passato, accettare il dolore è un modo per superarlo. Chi lo nega o fa finte di niente rimane una persona mutilata, perché non ha voluto accettare una parte della vita. Non esistono vite senza dolore.

Lei scrive: “Le persone non sono quello che dicono o mostrano ma quello che non dicono”. Cosa ne pensa?

Penso che sia così un po’ per tutti. Personalmente trovo molto più interessanti e veritieri i non detti di quello che le persone si prodigano a mostrare. Anzi, spesso quello che le persone mostrano è il contrario di quello che sono. Ognuno cerca di occultare le proprie debolezze, di mascherare le sconfitte e i difetti. I non detti si annidano nelle famiglie e nei rapporti di coppia, che sono i luoghi perfetti dove indagare l’animo umano. E quindi perfetti per la materia romanzesca.

Dalla storia di Clotilde e Olivia ben delineate psicologicamente si evince una grande conoscenza dell’animo umano. Da dove nasce questo suo interesse?

Sono sempre stata una grande osservatrice, fin da bambina. Osservavo i grandi – in particolare le scarpe – e da lì partivo per immaginarmi storie su chi erano, la vita che facevano, la professione, le loro famiglie. Quando incontro una persona nuova la bombardo di domande, sono curiosa e mi piacciono i dettagli. Se tornassi indietro credo che farei Psicologia. Credo di avere una sorta di empatia che mi permette di capire l’essenza degli esseri umani al di là della facciata. Di base perché mi interessano gli esseri umani. Tutti, anche quelli che detesto o che mi stanno antipatici. Anzi, soprattutto loro.

C’è un personaggio al quale è più affezionata rispetto agli altri e perché?

Anita, la cuoca della villa. È il personaggio più vicino alla mia natura. Dei tre personaggi femminili del romanzo – Clotilde, la figlia Olivia e Anita – quest’ultima è la più empatica, la più diretta e la più vera. Ha dei sentimenti più cristallini, nel bene e nel male, ed è meno bloccata, rispetto alle altre due, dalle convenzioni sociali.

Il suo romanzo è ambientato a Firenze, la sua terra natìa. Come mai questa scelta? Nostalgia dell’Italia?

Ho lasciato Firenze a 22 anni, appena finita l’Università. Ho vissuto dei periodi a Roma, molti anni a Milano e poi da dieci mi divido tra Londra e l’Italia, dove comunque sono rimasti i miei amici veri e gli affetti e una parte della famiglia. Ma Firenze è rimasta senza dubbio il mio luogo del cuore. Anche se sono conscia che – come scrivo nel libro – troppa bellezza ammazza i luoghi e le persone che li abitano. Firenze è vittima della sua troppa bellezza. Come le persone troppo belle.

Il suo libro è un invito a non subire gli eventi della vita perché non bisogna mai dimenticarsi di essere i protagonisti della propria esistenza.  Un messaggio che darebbe a chi vuole riscattarsi dal suo passato…

Farci i conti. Non cercare di metterlo sotto il tappeto, come la polvere, che tanto prima o poi torna fuori. Non guardare troppo al futuro, che secondo me è un’azione ansiogena. E vivere in pieno il presente, cercando di cambiare quello che non ci piace.


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