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La nostra passione per i gialli e Milano. Intervista ad Erica Arosio e Giorgio Maimone

Arte, Cultura & Società

Pubblicato da:

alle ore: 14:59

 

Intervista a cura di Mariangela Cutrone

La coppia creativa composta dai giornalisti milanesi Erica Arosio e Giorgio Maimone è tornata per farci emozionare con un nuovo giallo intitolato Macerie, edito da Mursia nella collana Giungla Gialla con protagonisti il duo investigativo formato dall’avvocato penalista Greta Morandi e l’ex pugile Mario Longoni. Macerie si presenta come un vero e proprio prequel di Vertigine, ambientato nella Milano degli anni Cinquanta, periodo di ricostruzione e rinascita dopo il secondo conflitto mondiale che inflisse a questa città tante ferite.

È in questo clima di redenzione e voglia di ricominciare a vivere la tanto aspirata “normalità” che Greta, neoavvocato penalista, donna in una società maschilista e Mario, ex pugile ed ex partigiano che si conoscono mentre sono impegnati a ricercare la verità su una serie di omicidi di donne che lavoravano in una nota casa chiusa dell’epoca.  Li ritroviamo in questa avventura che li riempie di tanta motivazione e mossa da ideali e voglia di giustizia per dei reati che all’epoca rimanevano impuniti a causa di una società corrotta e maschilista.

Da questo romanzo emerge da una parte la condizione femminile sottomessa e disagiata dell’epoca all’interno del meretricio e dall’altra il perbenismo borghese che vigeva e che celava tanti misteri, reati, disagi psicologici e istinti repressi. Colpisce l’abilità con la quale gli autori hanno ben delineato psicologicamente tutti i personaggi che vengono narrati con le loro personalità complesse e multisfaccettate delineando le vicende da più punti di vista. Macerie è un libro che si legge tutto d’un fiato perché ricco di colpi di scena che ammaliano il lettore che si ritrova a leggere ogni capitolo con curiosità e voglia di sapere cosa accadrà in quello successivo.

Macerie. Greta e Marlon e la strage delle lucciole

Macerie è una storia per niente scontata dalla quale traspare la professionalità degli autori nell’aver ricreato ad arte l’atmosfera e la società dell’epoca narrata. Emerge anche un forte legame nei confronti della città di Milano da parte degli autori, tutta da esplorare e conoscere perché costantemente in grado di sorprendere. È inevitabile affezionarsi alla coppia Greta- Marlon ed entrare in empatia nei momenti più cruciali del libro e ritrovarsi a fare il tifo per loro sperando in un loro ritorno.

In questa intervista Erica Arosio e Giorgio Maimone ci raccontano del loro modus operandi nella creazione dei loro avvincenti gialli e del loro legame con la città di Milano nella quale ambientano le loro storie.

Com’è nata l’ispirazione per scrivere questo giallo avvincente, ricco di suspense?

Avevamo già affrontato il tema dei postriboli milanesi in Vertigine, il primo romanzo con protagonisti Greta e Marlon. La condizione della donna e i rapporti fra i sessi sono talmente cambiati dagli anni Cinquanta/Sessanta a oggi da diventare una fonte di ispirazione inevitabile per tutti i libri ambientati in quel passato non poi così lontano ma che, in questo cruciale aspetto, sembra distante secoli e non decenni. In particolare, sfogliando i quotidiani dell’epoca, cosa che facciamo spesso per documentarci, saltava agli occhi la frequenza di titoli relegati nelle pagine di cronaca, taglio basso e poche righe: “Mondana trovata in una roggia”. Articoli che nella maggior parte dei casi non avevano seguito, perché gli assassini restavano impuniti: su una donna di vita la polizia non sprecava tempo a indagare. In aggiunta, il quartiere milanese delle case chiuse più a buon mercato era il Bottonuto, nella zona fra l’Università statale e l’attuale piazza Diaz. Quartiere che proprio in quegli anni è stato abbattuto per fare spazio alla nuova città che stava crescendo, il futuro contro il passato. Quel contesto cupo e in evoluzione era perfetto per il primo incontro dei nostri eroi, Greta Morandi, avvocato fresco di laurea e Mario Longoni ex pugile, ex partigiano e in sostanza perdigiorno. Proprio da quell’indagine a cui approdano per caso inizierà non solo la loro collaborazione ma prenderanno forma le loro vite.

I personaggi del vostro giallo sono ben delineati psicologicamente. Emerge una profonda conoscenza dell’animo umano. Da dove deriva il vostro interesse nei confronti dell’animo e della mente umana, che come emerge da Macerie, non smette mai di sorprenderci?

Abbiamo vissuto parecchio e incontrato molte persone, anche per lavoro, essendo tutti e due giornalisti. L’animo umano e le relazioni fra le persone così come le loro storie è quello che i romanzi devono raccontare, evitando ogni superficialità. Le azioni degli uomini e delle donne sono sempre molto complesse, spesso contraddittorie, le persone agiscono sulla spinta di meccanismi consapevoli e inconsapevoli, molto avvincenti da scoprire. Si tratta di un materiale umano così ricco e variegato che ancora oggi riusciamo a raccontare storie non scontate.  

C’è un personaggio di Macerie al quale siete più affezionati rispetto ad altri e perché?

Li amiamo tutti, anche quelli negativi perché a ciascuno abbiamo dedicato la stessa attenzione. Un romanzo nasce dalle esperienze del suo autore (dei suoi autori, nel nostro caso) e raccoglie frammenti delle vite vissute. Non si tratta di piatta e tutto sommato poco interessante autobiografia, ma di esperienze, persone conosciute, libri letti, film visti, emozioni provate o ascoltate. Insomma, il mondo degli autori è l’humus dal quale prendono vita le storie.

La vostra è una scrittura a quattro mani. Com’è il vostro modus operandi?

La collaborazione e la fiducia totale sono alla base del nostro lavoro, non ci sono gelosie, predominanze, diffidenze, non entra mai in campo il bilancino per pesare chi fa che cosa e quanto. Ognuno mette sempre il meglio di sé. Inventiamo assieme la storia, quello che per un film sarebbe il soggetto: tre righe essenziali di trama. E cominciamo, parlando, confrontandoci, a scolpire la vicenda, a arricchirla e definirla. Poi ci allarghiamo al contesto e all’epoca, leggendo i quotidiani del periodo per immergerci nell’atmosfera. Il nostro obiettivo è ricreare gli eventi ma far rivivere anche tutto il resto. Ad esempio il clima, l’inverno in cui stiamo ambientando la vicenda è stato rigido? E i colori, gli odori, diversi allora da quelli di oggi, riusciamo a farli percepire al lettore? La nostra a poco a poco diventa così un’immersione plurisensoriale, coi cinque sensi e spesso anche il sesto allertati per mettere in luce un’epoca, una casa, un negozio, una famiglia. Poi passiamo alla definizione dei personaggi, dedicando a ciascuno una scheda il più possibile dettagliata per impossessarci del suo carattere e non commettere errori nel descriverlo e nel farlo agire. E finalmente possiamo arrivare alla storia vera e propria, scandendola nei capitoli che man mano definiamo. La scrittura è separata ma rileggiamo assieme ogni pagina, spesso scambiandoci i capitoli e alla fine dappertutto è passata la mano di ambedue. A romanzo concluso dedichiamo poi molto tempo alla revisione per verificare se i pesi emotivi, di trama, di scrittura funzionano. Niente deve stridere, niente deve essere sbilanciato.

Quali sono i pregi e quali le difficoltà della scrittura a quattro mani secondo voi?

Difficoltà non molte, diciamo che le abbiamo superate perché ormai ci conosciamo bene e riusciamo a discutere civilmente senza litigare. Pregi parecchi, il primo è quello di avere un immediato riscontro critico del lavoro da parte del coautore/coautrice. Poi ci piace la squadra. Ci siamo anche abituati, perché da ex giornalisti abbiamo sempre lavorato con altri colleghi. Non ci attrae più di tanto la condizione dello scrittore introverso chiuso nella sua torre d’avorio a soffrire su ogni riga. Preferiamo divertirci e scrivere in leggerezza, per trasmettere il piacere delle storie anche ai nostri lettori.

Avete ambientato ancora una volta il vostro romanzo nella splendida Milano. Che legame e rapporto avete con questa città?

Un legame fortissimo, tutti e due. Siamo nati e vissuti a Milano, la conosciamo e la amiamo, ne abbiamo sofferto le cadute e poi ci siamo emozionati per le rinascite. Ci fosse uno stampino e probabilmente da qualche parte c’è, forse lo useremmo per replicare all’infinito o comunque da qualche altra parte questa fantastica e per niente provinciale metropoli, una città che ha sempre saputo guardare al futuro senza distruggere il suo passato e la sua storia.

Un giallo di successo secondo voi quali peculiarità deve avere?

Non deve annoiare. In questo senso vale quel meccanismo che gli americani definiscono “Turn page”. Il lettore deve avere voglia di voltare la pagina per vedere che cosa succede. Deve essere curioso, interessato. Sarebbe auspicabile che un romanzo riuscisse ad avere un valore, non si pretende universale, ma che almeno lasci una traccia nel lettore. Se si dimentica un libro dopo la parola fine forse non valeva la pena leggerlo. Noi speriamo che ai nostri lettori rimanga qualcosa delle nostre storie.

I vostri lettori sono molto legati alla coppia Marlon-Greta. Li vedremo ancora all’opera in uno dei vostri prossimi romanzi? Progetti futuri…

Li vedrete, li vedrete e chissà che non finiscano su uno schermo, grande o piccolo. Di sicuro entro uno/due anni uscirà la loro nuova avventura, ambientata nel mondo della moda. Ancora a Milano e questa volta siamo nel 1965.

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