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La nuova emozione da lockdown del 2021 si chiama Languishing: assenza di benessere, apatia e privi di gioia

Cronaca

Scienziati, virologi, dietrologi, maghi e sciamani ci hanno ampiamente edottto nel corso di questo lungo ed estenuante lockdown sui rischi e sulle conseguenze provocate dal diffondersi dall’inafferrabile ed inaffidabile Covid 19. Si è parlato molto sui rischi per la salute, niente contatti, strette di mano, baci ed abbracci, proibito guardarsi negli occhi, distanziati il più possibile, niente assembramenti, niente movida, niente incontri condominiali, tutti a debita distanza con mascherine, guanti, tuta e scafandro.

Così combinati si fa sempre non poca fatica a sentire quello che gli interlocutori ti vogliono dire , il tutto filtrato dalle mascherine, qualcuno per proteggersi meglio ne mette due, ed il parlarsi ovviamente  a debita  distanza si trasforma talvolta in un dialogo poco intellegibile. . Molti dei superesperti, però,  che si erano illusi che la pandemia si potesse combattere solo con la prevenzione , il distanziamento, le vaccinazioni, e la reclusione domiciliare non avevano previsto, per quanto  tuttologi e geni  incompresi, che la pandemia in uno con le drastiche misure sociali ed altrettante drastiche limitazioni delle relazioni sociali ed intrapersonali avrebbero potuto produrre oltre che irreversibili danni fisici anche danni psicologici di diverso genere.

Senza ricorrere agli esempi più eclatanti e preoccupanti causati dallo psico-stress talvolta esploso in forma molto violenta  gli psicologi e psicoterapeutici hanno potuto registrate forme di stress psicologico più lievi ma che per il solo fatto di toccare la mente, il cuore, i sentimenti e lo stile di vita delle persone hanno finito per determinare un peggioramento della qualità della stessa .  Quello che si è potuto registrare non è stato un burnout, tantomeno la classica depressione o una mancanza di speranza; in moltissimi soggetti sottoposti  a colloqui psicoterapeutici  o a sedute di psicoterapia è emerso che gli stessi  soffrivano semplicemente di apatia,  di assenza di gioia, di piacere,  di uno scopo.

Ci si è trovati di fronte ad una emozione del tutto nuova che si prevede ci accompagnerà per tutto il 2021 e che gli psicologi americani hanno subito battezzato come   “languishing”, che tradotto in italiano suona più o meno come “languire”.( il trovarsi in  uno stato si abbattimento fisico o morale) ”È un senso di stagnazione e di vuoto. Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato” ci spiega  Adam Grant, psicologo alla University of Pennsylvania e autore del libro “Think Again: The Power of Knowing What You Don’t Know”. ”È l’assenza di benessere. Non hai sintomi di disagi psichici, ma non sei neanche il ritratto della salute mentale. Non funzioni al massimo delle tue capacità” Il ‘languishing, dunque ’ spegne la tua motivazione e distrugge la tua capacità di concentrarti.

Il termine è stato coniato dal sociologo, Corey Keyes, colpito da quante persone che se pur non depresse avvertivano sintomi di disagio esistenziale che li poneva nelle condizioni di stand by,  di empasse, di non  perseguire alcun obiettivo di crescita e  nessuna voglia di migliorare il proprio status economico ed esistenziale.  La ricerca rivela che le persone che tra dieci anni soffriranno di depressione e disturbi d’ansia sono quelle che oggi stanno ‘languendo’. Ma qual è il pericolo insito in questo status emozionale?. Secondo lo psicologo Keyes , è l’inconsapevolezza: “Non riesci a percepire che stai   scivolando lentamente nella solitudine. Sei indifferente alla tua indifferenza e quando non riesci a capire che stai soffrendo, non puoi cercare aiuto né fare molto per aiutare te stesso”. Molto stanno facendo scienziati e medici  lavorando alacremente  per curare i sintomi fisici del long Covid. Nel frattempo però molte persone si trovano a fare comunque  i conti con le ripercussioni psicologiche anche se graduate nella loro intensità. Un antidoto al “languishing” però c’è.

Prima di tutto, è necessario dare un nome a questa emozione, capire che non siamo soli, ma che, al contrario, è un qualcosa che in molti stanno sperimentando. Il NYT ricorda che la scorsa estate la giornalista Daphne K Lee ha twittato un’espressione usata in Cina che potrebbe tradursi con il “rimandare l’andare al letto per vendetta”. Sembra che fosse costume comune rimanere svegli a lungo durante la notte reclamando la libertà persa durante il giorno. Un comportamento che rivela una voglia di riprendere il controllo.

Tanti lo stavano sperimentando e allora tanto valeva dargli un nome. Lo stesso bisognerebbe fare per il “languishing”. Come possiamo combattere questa assenza di gioia, questa stasi, questa apatia,  dunque? In inglese, c’è la parola “flow”, “flusso”/“fluire”, che potrebbe essere proprio l’arma giusta contro l’emozione del 2021. Con questo termine si intende quello stato di abbandono piacevole che proviamo quando siamo completamente assorbiti da qualcosa, quel momento in cui perdiamo la cognizione del tempo, dello spazio. Può essere un progetto a cui teniamo molto o una serie tv su Netflix: entrambi possono avere quel magico potere di trasportarci via. E di salvarci, seppure per un momento, dalla negatività. dedicando a noi stessi il maggior tempo possibile, l’importante è che non sia tempo frammentato.

La pandemia ci ha costretti a cambiare mansioni e compiti  ogni dieci minuti, passando dal nostro lavoro ai nostri figli alla cura della casa in un batter d’occhio. Tutto questo favorisce il “languishing” ma dobbiamo essere consapevoli che è nelle nostre mani il potere di combatterlo e di dargli il colpo di grazia. Ma per farlo non possiamo ignorare la sua esistenza. Non esistono solo le malattie fisiche, ma anche quelle mentali. E questo è un qualcosa che, mentre ci accingiamo a vivere l’epoca postpandemica, dobbiamo assolutamente ricordare. Se non hai la depressione, non vuol dire che tu non stia soffrendo. Se non hai il burnout non vuol dire che tu non sia esaurito. Sapendo che molti di noi stanno ‘languendo’, possiamo finalmente iniziare a dare una voce a questa sommessa disperazione”. La conferenza è su Meet, la colazione su Google meeting, l’aperitivo è su Zoom, la chiacchierata è su Skype.

La pandemia ci allontana, la tecnologia ci avvicina, ma ha un suo prezzo. Connessi a un dispositivo per tutta la giornata, quando arriva la fine ci ritroviamo completamente esausti. A questa condizione è stato dato un nome, “Zoom Fatigue”, coniato dal National Geographic in un articolo che già a maggio del 2020 evidenziava la nascita del fenomeno a causa delle nuove regole relazionali dettate dal lockdown appena concluso. A un anno di distanza dallo scoppio dell’emergenza, con lo smart working sempre più dilagante, di Zoom Fatigue si parla ancora; il 40% di chi lavora almeno parzialmente da casa fa orari più lunghi e fatica a disconnettersi 1,27 volte di più rispetto a chi è in ufficio. Le conseguenze sono sempre più preoccupanti e i meeting virtuali vengono avvertiti come più pesanti rispetto a quelli reali. L’uso della tecnologia ci ha aiutati e ci aiuta a ridurre il senso di isolamento e i sintomi depressivi; ma se ci sono i  i pro, i contro non mancano. Non solo stanchezza ed esaurimento, qualcuno a fine giornata sperimenta un problema opposto: ipereccitazione. Lo evidenzia uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori di Standford, che ha analizzato le conseguenze psicologiche dell’esposizione prolungata alle video chat: “Nella maggior parte delle configurazioni offerte dalle varie piattaforme, il volto è in primo piano in una modalità che simula lo spazio ravvicinato, quello che avresti con qualcuno con cui sei in intimità. Quando il viso è così vicino, il nostro cervello interpreta questa situazione come intensa, la stessa che di solito dà luogo a un accoppiamento o a un conflitto. Da qui scaturisce l’ipereccitazione”.

Anche stare a fissare tutto il giorno la propria immagine ritratta su un dispositivo non fa bene, con le conseguenti energie disperse per sistemarci continuamente, cercando di nascondere quelle cure in gesti casuali. I pericoli della Zoom Fatigue potrebbero riflettersi anche nelle relazioni sociali. Esausti dopo una giornata trascorsa a fissare la propria faccia e quella degli altri in formato fototessera, cerchiamo l’isolamento e non abbiamo le forze necessarie a sostenere anche un ipotetico incontro dal vivo. Ma se a Zoom (o chi per lui) non possiamo rinunciare per lavoro e relazioni con le nuove regole che la pandemia ha dettato, come possiamo allora evitare questo genere di fatica? Innanzitutto la regola è quella di non lasciatesi prendere la mano. E’ bene limitare il numero delle videoconferenze a quelle strettamente necessarie ed interrogarsi su quale sia lo scopo da raggiungere e se possa essere sostituita da una telefonata che ci permette ad esempio di camminare nel mentre.

E’ importante programmare delle pause se le cose vanno per le lunghe: non si offenderà nessuno se stacchiamo per qualche minuto la videocamera, tenendo connesso solo l’audio. Anche l’ambiente nel quale ci muoviamo può essere d’aiuto: “Curate la stanza dove vi trovate in modo tale che sia possibile muoversi, allontanarsi dallo schermo, usando una tastiera esterna per esempio o una webcam esterna al computer.

Giacomo  Marcario

Comitato di Redazione de Il Corriere Nazionale


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