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La prima donna condannata alla sedia elettrica: storia della giovane italiana Maria Barbella

Mondo

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alle ore: 19:49

Un processo in cui certamente giocarono le discriminazioni nei confronti degli italiani e la non conoscenza perfetta dell’inglese dell’imputata.

di Michele Strazza

L’11 luglio 1895, davanti alla Corte Superiore della Contea di New York, si aprì il processo contro Maria Barbella, la prima donna condannata negli USA alla sedia elettrica dopo la sua introduzione nel 1889.

Proveniva da Ferrandina, in Basilicata, la giovane Maria Barbella, emigrata a 17 anni a New York con la famiglia nel novembre del 1892.

Come tanti italiani viveva a “Little Italy” e lavorava per 10 ore al giorno nella fabbrica di mantelli di Louis Graner & Co., al numero 541 di Broadway. Lavorante a cottimo, quando portava a casa un po’di lavoro e cuciva fini a mezzanotte riusciva a racimolare 8 dollari a settimana.

Aveva imparato a cucire dal padre Michele, contadino e sarto, il quale aveva seguito il figlio Giuseppe emigrato prima di lui negli USA.

Maria prima prestava la propria opera in un laboratorio che poi dovette abbandonare per evitare di passare sempre davanti al chiosco di un lustrascarpe di cui si era innamorata. Ma procediamo per ordine!

Ogni giorno, andando a lavorare, provenendo da Elizabeth Street dove abitava, passava davanti al chiosco di Domenico Cataldo posto all’angolo sud-est fra Canal e Elm Street. Il lustrascarpe con i baffi curati e i capelli neri pieni di brillantina aveva tentato più volte di attirare la sua attenzione ma la ragazza, con gli occhi bassi, aveva sempre tirato dritto. In una sera di novembre del 1893 Maria aveva, però, risposto al suo saluto e si era messa a parlare con lui.

Così, dopo aver appreso che anche lui era lucano, originario di Chiaromonte, aveva iniziato a frequentarlo. La ragazza era povera ma vestiva con cura, non si reputava bella e perciò fu facile per l’uomo corteggiarla con qualche complimento.

Nonostante le promesse egli, però, non aveva alcuna intenzione di sposare Maria, anche perché aveva lasciato moglie e due figli nel proprio paese, in Basilicata. Accompagnava ogni sera la ragazza fino alla porta di casa, ma aveva sempre una scusa pronta per non salire a conoscere i suoi genitori. Così il padre, spazientito, aveva ordinato alla figlia di non rivedere più quel compaesano. La ragazza aveva ubbidito ed aveva anche cambiato lavoro.

Ma il Cataldo non si era arreso, l’aveva ritrovata a marzo del 1895 e tra i due la storia era proseguita. Tanto che Maria aveva lasciato la famiglia ed era andata a vivere con lui, sicura che l’avrebbe sposata anche perché ormai gli aveva dato la sua verginità.

In realtà il lustrascarpe non aveva alcuna intenzione di sposarla. Fatto sta che Maria, ormai in preda alla disperazione, il 26 aprile 1895, dopo l’ennesima lite, aveva raggiunto, insieme alla madre Filomena, l’uomo nel bar di Vincenzo e Caterina Manguso e l’aveva affrontato.

La madre stessa aveva implorato l’uomo di sposare la figlia, anche perché il padre non l’avrebbe ripresa in casa. Domenico Cataldo, intento a giocare a carte, aveva riso, dicendo che Maria non aveva il vestito adatto, ma la giovane aveva replicato che non le importava e che era pronta a sposarlo subito con l’abito che aveva indosso. Allora l’uomo, sempre ridendo, aveva chiesto 200 dollari per le nozze, al che la madre aveva detto di essere povera e di non avere quei soldi. Fu allora che Domenico Cataldo, in tono sarcastico, aveva pronunciato le seguenti parole offensive: «Only pig marri!» («Solo un porco può sposarti»).

Tolto da sotto lo scialle un rasoio, Maria gli aveva tagliato la gola. In attesa del processo, venne trasferita a Le Tombs, le tristemente famose prigioni di New York. Qui venne notata da Rebecca Salomè Foster, vedova del generale John A. Foster, soprannominata “l’angelo di Le Tombs” per la sua opera di assistenza dei detenuti, che prese il suo caso a cuore, aiutandola in tutto.

Tuttavia, neanche l’intervento della Foster riuscì a impedire che la giustizia americana ritenesse colpevole di omicidio la giovane in un processo in cui certamente giocarono le discriminazioni nei confronti degli italiani e la non conoscenza perfetta dell’inglese dell’imputata. L’interprete in aula, infatti, parlava un inglese stentato per cui le stesse dichiarazioni dell’imputata non vennero ben comprese dai giurati tra i quali, peraltro, non sedeva alcun italiano. Anche gli avvocati d’ufficio portarono avanti una difesa debolissima e per nulla decisa.

Il dibattimento iniziò l’11 luglio 1895 davanti alla Corte Superiore della Contea di New York presieduta dal giudice John W. Goff, un magistrato totalmente freddo e insensibile. Il giudizio si concluse il 16 luglio e la lucana Maria Barbella diventò la prima donna condannata negli USA alla sedia elettrica. Questo il commento del “Brooklyn Daily Eagle”:

Il codice americano ha trionfato su quello italiano. Qui siamo negli Stati Uniti, non in Italia, e gli italiani che vengono qui devono imparare che pugnali e rasoi come strumenti di giustizia sono proibiti. […] In Italia, una ragazza che uccide chi l’ha ingannata non viene punita, anzi fa una cosa giusta.

Fortunatamente per Maria Barbella la sua storia non passò inosservata. Ne era venuta a conoscenza, un mese dopo l’arresto, la contessa Cora Slocomb di Brazzà, una ricca ereditiera americana sposata con un nobile di origine friulana. La contessa aveva, infatti, notato un trafiletto sul “New York Times” con il seguente titolo: «Ucciso perché rifiuta di sposarla. Una giovane donna, Maria Barbella, taglia la gola a Domenico Cataldo».

Pur vivendo in Italia, la nobildonna si era sempre mantenuta aggiornata sulle vicende americane. La storia di Maria l’aveva profondamente impressionata. Americana di nascita, italiana per matrimonio, credeva in una giustizia senza nazionalità, una giustizia che servisse allo stesso modo poveri e ricchi. Convinta che la Barbella rappresentasse tutti gli emigranti italiani, temeva che potesse diventare il potenziale capro espiatorio della brutale discriminazione americane nei confronti degli italiani.

Per questo, prima dell’apertura del processo, era partita insieme al marito per New York. Dopo la condanna corse in aiuto della giovane lucana, sposò la sua causa e mobilitò gli ambienti neworkesi su cui aveva influenza per una grande campagna per la revisione del processo.

Il caso divenne di dominio pubblico, la stampa ne parlò e Cora Slocomb riuscì ad ottenere l’assistenza legale gratuita dei tre avvocati più famosi di New York: Frederick House, Emanuel Friend ed Edward Hymes.

La speranza non era finita per la giovane lucana che, nella sua cella di Sing-Sing, non poteva neanche guardare fuori perché il vetro dell’unica finestra era stato verniciato di grigio in quanto ai detenuti del braccio della morte non era concesso vedere oltre.

Il nuovo processo durò 24 giorni e si concluse il 10 dicembre 1896 con un verdetto di non colpevolezza per incapacità di intendere e volere.

Rilasciata, Maria si rifece una vita, sposando il 4 novembre 1897 un altro emigrato italiano, Francesco Bruni. Due anni dopo nacque il primo figlio Frederick.

La storia di Maria è stata narrata nel 1993 dalla pronipote di Cora Slocomb, Pucci Idanna, nel libro Il fuoco dell’anima, pubblicato dalla Longanesi & C. di Varese. Una nuova edizione, riveduta e corretta, è uscita nel 2002 a Firenze per la Giunti Editrice con il titolo La signora di Sing-Sing. No alla pena di morte.

Michele Strazza 

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