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La sfida per le presidenziali in Cile

Mondo

Il cruciale appuntamento elettorale è un faccia a faccia tra il deputato del Frente Amplio, Gabriel Boric, 35 anni, più giovane aspirante presidente della storia e l’avvocato del Partito Repubblicano, il 55enne José Antonio Kast. Due candidati “opposti”   

© Ernesto BENAVIDES / AFP 
– Proteste in Cile prima delle elezioni presidenziali

In un contesto post-pandemico segnato da una forte instabilità socio-economica e politica, 15 milioni di cileni sono attesi alle urne (dalle 11 alle 21 del 22 novembre) per le elezioni presidenziali e quelle di 155 deputati, 27 senatori e consiglieri regionali.

La scelta di un successore al conservatore Sebastian Pinera è molto aperta in quanto il 50% degli elettori è ancora indeciso sul candidato da sostenere. Si tratta del voto dall’esito più incerto dall’avvento della democrazia in Cile, 31 anni fa, oltre a essere la quarta elezione dal 2020, in una fase di profondo cambiamento istituzionale dopo le diffuse proteste sociali di ottobre 2019. Tra i dati salienti che fanno da sfondo al voto c’è quello sull’inflazione al 6%, una crisi di fiducia generalizzata nei partiti tradizionali e nelle istituzioni oltre al fatto che un’assemblea sta redigendo una nuova costituzione.   

I sette candidati alla presidenza 

Il cruciale appuntamento elettorale mette a confronto sette candidati anche se si delinea soprattutto come un faccia a faccia diretto tra due di loro, politicamente agli antipodi: il deputato del Frente Amplio di sinistra radicale, Gabriel Boric, 35 anni, più giovane aspirante presidente della storia e l’avvocato di estrema destra del Partito Repubblicano, il 55enne José Antonio Kast. In lizza ci sono altri due candidati che godono di un certo sostegno, in particolare quello della coalizione di destra attualmente al potere, il 44enne Sebastian Sichel, e l’unica donna, ex ministra e senatrice democratica, la 51enne Yasna Provoste. 

I grandi favoriti sono quindi i rappresentanti dei due poli politici maggiormente antagonisti, ma in assenza di sondaggi solidi, la cui diffusione è proibita per legge a partire da due settimane prima del voto, è difficile fare previsioni sul risultato elettorale. Probabilmente dal primo turno non uscirà il nome del futuro presidente, pertanto i cileni dovranno tornare alle urne il 19 dicembre. Inoltre a rendere il ballottaggio un passaggio quasi obbligato è il sistema di voto volontario, istaurato nel 2012, che solitamente porta ad un’affluenza alle urne piuttosto bassa. In Cile venezuelani e peruviani, la prima e seconda comunità straniera più numerosa, in tutto 400mila persone, potranno esprimere la loro preferenza.     

La forte instabilità del Paese 

Da ottobre 2019, il Cile è precipitato in un clima di forte instabilità politica, sulla scia delle proteste sociali per contestare l’aumento dei prezzi e un sistema basato sulle diseguaglianze, risalente all’epoca della dittatura di Augusto Pinochet. Gli osservatori sottolineano che chiunque venga eletto avrà come compito di calmare le acque e riportare il Paese sulla strada della stabilità e della pace sociale, dell’appianamento delle diseguaglianze e delle riforme costituzionali. In questo contesto particolarmente volatile, uno dei motivi di attenzione degli analisti è la forte ascesa dell’estrema destra negli ultimi mesi, letta come la conseguenza diretta della mediocrità e del deteriorarsi della politica cilena. 

L’ascesa di Kast

E’ così che, in piena incertezza e sulla scia lunga dell’ondata di populismo manifestatasi in America latina, sul Cile si allunga l’ombra dell’estrema destra con Kast, nostalgico della ditattura di Pinochet (1973-1990) per l’ordine e l’impulso economico dato al Paese, oltre a essere in sintonia con il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e l’ex presidente americano Donald Trump. Avvocato di professione, per 20 anni ha militato nel partito ultraconservatore Unione Democratica Indipendente (UDI) e dal 2000 è stato eletto deputato per quattro legislature. Nel 2019 ha creato il Partito Repubblicano che oggi lo porta al suo secondo tentativo elettorale: nel 2017 aveva raggiunto il quarto posto alle presidenziali, con il 7,93% dei voti, mentre oggi è al 20% nelle intenzioni di voto. Sposato con nove figli, è un membro attivo del movimento cattolico conservatore di Schoenstatt. Figlio di immigrati tedeschi arrivati ​​in Cile nel 1951, suo padre si è arruolato nell’esercito durante il regime nazista tedesco, anche se il candidato ha detto che era “per obbligo”.     

In Cile, la sua famiglia si è stabilita nella cittadina di Paine, alla periferia di Santiago, dove ha fatto fortuna con una fabbrica di salumi tradizionali tedeschi e con Bavaria, una catena di ristoranti da cui si è dissociato qualche anno fa. Promette di ripristinare l’ordine sociale e mantenere il modello economico che ha reso il Cile un Paese prospero, ma con una disuguaglianza che ne frattura la società. Al termine della sua campagna, Kast ha denunciato il “totalitarismo” che secondo lui impeversa a Cuba, in Nicaragua e Venezuela. 

Per alcuni analisti Kast rappresenta “l’opzione meno pericolosa per il Cile, che vive con il terrore della sinistra radicale e del vandalismo violento esploso nelle recenti proteste di piazza”. Del resto, per l’analista politica Marta Lagos, l’autoritarismo di estrema destra non è mai scomparso dalla scena politica cilena dopo la fine della dittatura: se negli anni 90 i pro Pinochet erano il 40%, oggi sono ancora il 20%. 

Boric, l’attivista di sinistra

Di fronte a Kast c’è il giovane deputato Gabriel Boric, candidato di Apruebo Dignidad, che unisce il Frente Amplio e il Partito comunista, altro grande favorito al ballottaggio che per molti rappresenta la speranza di costruire una società nuova, in cui il benessere sarà finalmente garantito a tutti e non solo ad una minoranza. Boric, leader millenial, ha alle spalle un percorso da attivista di sinistra e adesso detiene il titolo di candidato alle presidenziali più giovane della storia politica cilena. Classe 1986, accusa la democrazia cilena di aver portato avanti un modello economico istaurato dalla dittatura, facendo del Cile un Paese individualista, con una classe media e bassa indebitata per aver accesso a sanità, istruzione e pensione privata.     

Nel 2011, in qualità di leader della Federazione degli studenti dell’università del Cile, era alla guida delle proteste studentesche per rivendicare l’istruzione gratuita in una delle nazioni in cui è la più costosa al mondo. Il giovane Boric, con origini catalane e croate, ha tutte le carte in regola per arrivare al secondo turno, quindi traghettare il Cile verso una nuova fase della sua democrazia. I suoi detrattori lo criticano per la sua inesperienza politica, per la sua alleanza con i comunisti, la sua mancanza di un titolo universitario nonostante abbia terminato la Facoltà di Giurisprudenza e anche per i suoi cambiamenti di posizione. 

I due favoriti si misureranno con l’avvocato 44enne Sebastian Sichel, senza affiliazione politica e con un passato nella democrazia cristiana. Lo scorso luglio, a sopresa Sichel ha vinto le primarie organizzate dal centrodestra, avendo la meglio su altri tre candidati più in vista. Si presenta come il candidato moderato di cui i cileni hanno bisogno e ha alle spalle esperienze istituzionali prestigiose, come presidente della Banca di Stato ed ex ministro dello Sviluppo sociale del governo Pinera.     

Tuttavia la sua popolarità è stata in parte offuscata da alcuni comportamenti ambigui e da errori di percorso, come l’aver fatto lobbying per aziende private nel suo incarico di avvocato. Per questo motivo alcuni esponenti della coalizione di governo hanno ritirato il proprio sostegno a Sichel. Spesso viene evocata la sua infanzia difficile, con una madre con problemi di alcol, un patrigno violento fin quando ha trovato stabilità nella casa del nonno che gli ha permesso di studiare all’Università cattolica del Cile, dove ha cominciato ad ottenere riconoscimenti dalla élite. A 30 anni ha conosciuto suo padre biologico e ha deciso di cambiare cognome e ora è sposato con tre figli. Ex cattolico è a favore dell’adozione per le coppie omosessuali e della parità di genere, ma non è favorevole all’aborto libero poiché considera che la vita comincia già con il concepimento. 

Provoste, l’unica donna candidata 

L’unica donna in lizza alle presidenziali è Yasna Provoste, 51 anni, candidata della coalizione Unidad Costituente, che si presenta come l’erede di Concertación, la coalizione di centro sinistra spesso al governo negli ultimi 31 anni. Orgogliosa della sua discendenza Diaguita, un popolo indigeno originario del Nord, dal 2001 al 2004 ha cominciato la carriera politica come governatrice della sua regione natale, Atacama. Dal 2004 al 2006 è stata ministro della Pianificazione sotto la presidenza del socialista Ricardo Lagos e nel 2008 durante il mandato di Michelle Bachelet, ha ricoperto l’incarico di ministro dell’Istruzione, dal quale è stata destituita dal Congresso.    

Inoltre è stata interdetta per cinque anni dai pubblici uffici, accusata di disordini amministrativi nella gestione del suo portafoglio, un’accusa che non ha potuto essere provata dall’Ufficio del Controllore della Repubblica. Nel 2013 è diventata deputata e poi senatrice e dallo scorso marzo è alla presidenza della Camera alta. Già esponente della Democrazia Cristiana e insegnante di educazione fisica, ha portato l’opposizione di sinistra al Congresso a fare pressione sul governo del conservatore Pinera per aumentare l’assistenza sociale data per far fronte alla pandemia. 


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