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L’angoscia della scelta

Arte, Cultura & Società

Per gli esistenzialisti il problema principale è l’angoscia della scelta. In questo secolo la persona è aperta a tutte le possibiità: ha di fronte a sè una dilatazione di orizzonti.

L’uomo moderno ha un ventaglio maggiore di scelte rispetto ai suoi avi. Il mondo è divenuto piccolo. Ci sono automobili, treni, navi ed aerei per spostamenti di migliaia di chilometri.

Ma questo non è ancora niente. Può perfino arricchire il senso della propria esistenza con vite immaginarie, impersonandosi per qualche ora con i protagonisti di film.

Ma questi privilegi non gli danno pace. Invece di trovare piacere per ciò che ha, soffre per quel che non ha e vorrebbe avere, sperimenta su di sé un continuo stato di tensione tra ciò che è attuale e ciò che è possibile: una perenne condizione di deprivazione relativa. Non riesce mai a conciliarsi con il proprio desiderio.

Per gli esistenzialisti l’uomo si deve risvegliare dal letargo della propria quotidianità, passare l’eclisse dell’individualità, vincere la chiacchera impersonale.

Deve perciò trascendersi, andare al di là di sé, rompere la catena di cause ed effetti, smettere di pensare che il futuro venga determinato dal passato. Ma a metter fine l’angoscia della scelta ecco la morte, che per gli esistenzialisti è una situazione limite, che nullifica ogni poter essere.

La morte, determinazione etica, che rende vana ogni scelta.

IL VIOLINO DI STRADIVARI

Sono molti i filosofi che sostengono che la razionalità scientifica stia soffocando l’umanesimo.

Ma a mio avviso la questione di fondo è che la scienza non travalichi i principi etici, che resti a misura d’uomo e non di clone. Perchè ciò si verifichi è necessaria una netta separazione tra utilità immediata e verità.

Ma la scienza di oggi è veramente indipendente? Attualmente per costruire un acceleratore di particelle occorrono milioni di euro.

Per uno scienziato quindi non è possibile costruirlo a casa propria. La ricerca applicata è perciò vincolata da stati, eserciti, imprese multinazionali.

E’ un pessimo matrimonio quello tra scienza e tecnologia celebrato da presidenti di università in cerca di fondi e da tecnocrati in cerca di potere. Lo scienziato corre il rischio di divenire un apprendista stregone al servizio del potere economico.

La tecnologia in questo modo potrebbe diventare tecnocrazia, la scienza sempre più manipolabile e sempre meno neutrale. Inoltre la mentalità comune crede sempre più all’onnipotenza della scienza ed alla superiorità della civiltà odierna rispetto a quelle di altre epoche passate.

Ma questi sono falsi miti. Ad esempio oggi nessun team di specialisti sarebbe in grado di costruire un violino uguale a quello che costruiva il semianalfabeta Stradivari.

Ci sono state straordinarie scoperte scientifiche nel ‘900, ma qualcosa abbiamo pur perso per strada. Anche se oggi c’è stato un aumento della scolarizzazione rispetto alla civiltà contadina va ricordato che un tempo un contadino analfabeta con il suo dialetto sapeva dare nomi ad ogni albero e ad ogni foglia, cosa di cui non sarebbe capace oggi un cittadino istruito, a meno che non sia un professore di botanica.

IL NOSTRO OCCIDENTE

L’Occidente ha scelto il materialismo.

Altra strada ha percorso invece l’Oriente per cui l’essere umano è anima, il corpo è illusione, il mondo è fatto della stessa sostanza con cui sono stati fatti i sogni.

L’Occidente ha avuto il progresso tecnologico ed il benessere economico, ma non lo sviluppo storico.

E’ avvenuto un declino della forza spirituale. Non è stato intrapreso nessun viaggio interiore. Il nichilismo è l’asse portante della nostra società.

Ciò chiaramente non significa ritenere che lo sviluppo delle scienze sia deleterio per l’umanità. Un antico proverbio cinese dice “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.

Senza gli antibiotici, l’aspirina, i farmaci trombolitici, i trapianti e le misure anti-rigetto non avremmo avuto un innalzamento della durata della vita.

Senza i raggi x e la microscopia elettronica i medici non avrebbero la possibilità di intervenire repentinamente sui tumori.

Allo stesso tempo abbiamo anche problemi come l’effetto serra, la pioggia acida, il buco dell’ozono, l’inquinamento elettromagnetico. Senza tornare tanto indietro con la memoria abbiamo avuto anche Three Mile Island nel 1979 e Cernobyl nel 1986.

Ma la cosa che mi piace di più del nostro Occidente è la salvaguardia dei diritti umani, la democrazia almeno che si respira qui da noi. Pregi e difetti quindi, vantaggi e svantaggi, limiti e possibilità……..sperando di migliorare.

TRA LA FARFALLA E IL LASER

Tra la farfalla e il laser l’uomo non riesce ancora a trovare il proprio equilibrio. Eppure apparentemente l’uomo moderno sembra in preda ad un euforico “positive thinking”, accomunato agli altri dal culto della forza e dal tabù dell’ansia: pratico, utilitarista, individualista.

Ma al contempo però è anche – per dirla alla Mc Luhan – sonnambulo. La sua vita quotidiana è sempre più automatica, distratta, infantilistica, ripetitiva. I marxisti definiscono ciò alienazione e reificazione della coscienza. Sartre invece parla di “prassi inerte”. Camus ne “Il mito di Sisifo” propone “l’assurdo”, la lucida disperazione, dovuta alla consapevolezza dell’intelligenza alle prese con una realtà che la supera.

Heidegger propone l’esistenza inautentica. Per Lacan si tratta di coscienza dislocata (“io penso dove non sono, sono dove non penso”), per altri ancora stanchezza esistenziale, nevrosi d’angoscia, ansia di evasione.

L’uomo psicocivilizzato di oggi soffre di comune scontento quotidiano, eppure la somma dei piaceri della vita di un uomo moderno è superiore a quella di un qualsiasi suo antenato.

Allora perchè sente la sua vita arida ed apatica? Forse la fatica nervosa e psichica è più dannosa a lungo termine di quella fisica?

RIMUOVERE LA MORTE

Le vetrine sgargianti dei negozi, i mille divertimentifici, gli sprazzi illusori delle pubblicità inneggiano alla vita. Nell’antichità eravamo più abituati alla morte.

Il motivo più semplice è che oggi i progressi della medicina hanno allungato la vita. Nel medioevo invece c’era addirittura l’ars moriendi, ovvero l’arte di morire. Leggevo recentemente che secondo una ricerca di sociologia della morte l’uomo moderno pensa alla propria scomparsa circa quattro o cinque volte alla settimana. Oggi la morte in tutti i suoi aspetti ci coglie alla sprovvista.

La rimuoviamo continuamente dai pensieri. Ci coglie impreparati. Non ne parliamo mai. La morte è un mistero, che ti coglie in tutta la sua brutalità. All’improvviso vedi una persona, che fino all’altro ieri parlava e scherzava, sigillata, interrata. La filosofia non ci aiuta.

La filosofia come qualsiasi altra disciplina umana si trova inadeguata rispetto ad una tematica così importante. La morte su cui riflette la filosofia non è una morte che odora di cadavere. E’ una morte astratta, che si dimentica dell’esperienza concreta del morire e dell’esperienza concreta di veder morire chi conosciamo. Heidegger e gli esistenzialisti servono a ben poco !!!

E forse ci sentiamo più soli e più insicuri di fronte a questo evento perché abbiamo perso il senso del sacro. Io sono un laico. Però riconosco che chi è profondamente e veramente religioso riesce a convivere meglio con l’idea della morte. In questi giorni ho riletto la morte di Ivan Il’ic di Tolstoj.

E’ uno dei pochi libri che aiuta a riflettere sulla precarietà dell’esistenza. C’è un brano di questo libro in cui Tolstoj scrive che per il protagonista il sillogismo – Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale- era semplice concettualmente da afferrare, ma solo pensando a Caio e non a sé stesso.

Infatti è il sillogismo più facile che ci sia per la fredda ragione, ma non per la propria sensibilità ed umanità, che fatica ad accettarlo. In fondo c’è una parte di noi stessi, che si crede immortale.

Secondo il nostro inconscio, la parte più antica e profonda di noi stessi, noi siamo immortali.

Ognuno, se fa un sogno in cui cade da un precipizio, si sveglia subito di soprassalto, perché l’inconscio (che è la regia dei nostri sogni) non accetta la mortalità.

Dobbiamo lottare anche contro l’inconscio per convivere meglio con l’idea della nostra morte.

Davide Morelli

dipinto di Nanette 1989

Redazione Corriere Nazionale

 


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