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Le contraddizioni italiane

Politica

Il luogo per antonomasia in Italia dove avviene lo scambio di battute è  il bar (Stefano Benni in un suo libro ha fatto quasi una apologia del bar dello sport).

Non ho niente contro la cultura popolare né contro la coscienza popolare ma la stragrande maggioranza delle battute non mi sembrano espressione di alcuna cultura o di alcuna coscienza.

Mi sembrano delle espressioni triviali di bassa lega. Non mi sembrano affatto opere da grandi battutisti o da fini dicitori.

Ma l’aspetto che più detesto della mentalità comune è che ognuno si sente legittimato a fare delle battute volgari ed offensive, nel migliore dei casi grossolane.

Io apprezzo l’umorismo e l’ironia solo quando sono contrassegnati da un minimo di sensibilità. Naturalmente secondo la mentalità comune il problema è di chi se la prende e non di chi ha offeso.

Un altro difetto della mentalità comune dei miei connazionali è quello di mettere il dito nella piaga e di insistere a ferire, prendere in giro, offendere.

Molto spesso vengono prese di mira le minoranze. 

Pensino pure che non ho la prontezza di rispondere, che sono niente di fronte al contraddittorio, che non ho l’arguzia o appunto la risposta pronta: della loro stima non so che farmene.

Non penso assolutamente di essere superiore.

Ringrazio Dio ad ogni modo di essere diverso da certi individui. Il paradosso chiaramente è che coloro che agiscono in questo modo in gran parte si dichiarano aperti e  si professano spesso paladini dei diritti civili.

Invece sono sempre pronti ad affossare chi non la pensa come loro e a farlo risultare lo scemo del villaggio.

Allo stesso tempo sono sempre pronti ad osannare il prete di campagna o il politico del loro partito del paese perché stimano in modo incondizionato queste figure e perché possono ottenere da esso dei favori.

Molto probabilmente ciò avviene in tutta Italia e non è questione di Nord, Centro o Sud. È un discorso di carattere generale che riguarda tutta la nazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che il mio disprezzo è tutto rivolto verso il basso.

In verità io critico da tempo la classe dirigente di questo Paese. Qualcuno mi dirà che avvengono cose peggiori in questi tempi di basso impero. 

Non so però se  influenzano più la vita negativamente certi potenti di caratura internazionale o certi personaggi locali.

Scrivere è anche un modo di espellere le tossine.

Nella vita di tutti i giorni esiste ancora la dittatura del politicamente scorretto.

Ma veniamo ai comici televisivi come Pio e Amedeo, che hanno rivendicato di fronte a milioni di persone in TV il diritto di chiamare con epiteti ingiuriosi neri e gay.

Loro si sono dimostrati a mio avviso politicamente scorretti e sono personaggi pubblici: hanno quindi responsabilità maggiori.

Quella sera erano in televisione e non al bar del paese, entravano nelle case di milioni di italiani.

Capisco che la comicità non possa essere satira, ma quella televisiva odierna blandisce i potenti invece di metterli in ridicolo.

Non parliamo poi della sua volgarità e di quanto sia basata esclusivamente sul sesso (in modo becero).

Certa comicità così scurrile, superficiale e sempre alla ricerca di facili consensi mi indigna profondamente (e stavolta parlo in generale, non di Pio ed Amedeo. Il discorso è esteso a quasi tutti).

Mi fa arrabbiare perché vuole far ridere utilizzando stereotipi, doppi sensi, battute da bar dello sport, barzellette già sentite, gag stupide.

È questo che significa essere nazionalpopolari?

Questi comici dovrebbero farmi fare delle risate spensierate e invece non mi strappano nemmeno un sorriso.

Sono io che sono depresso? Dipende da me? Ho bisogno di una comicità più sofisticata e cerebrale?

Non dovremmo noi italiani prendere un poco esempio dall’umorismo inglese caratterizzato da stile ed autoironia?

La realtà forse è che non c’è più quella fucina di talenti che era il cabaret di una volta.

Non voglio parlare poi dei comici italiani che per risultare simpatici fanno ancora battutine velatamente sessiste o omofobe.

Oppure di quelli che riprendono luoghi comuni stantii.  Un tempo questi personaggi sarebbero stati al massimo dei guitti (forse) e lo scrivo con tutto il rispetto dei guitti di tempo fa.

Invece oggi hanno fama e denaro.

Tutto questo gregge di artisti che invade le trasmissioni televisive sia pubbliche che private e che vorrebbe sembrare brillante al pubblico mi risulta personalmente antipatico e sopravvalutato.

Quello che scrivo lo possono constatare tutti. 

Alle volte mi verrebbe voglia di invocare la censura, che spesso alzava l’asticella della comicità, anche se sarebbe alquanto anacronistica e controproducente al mondo d’oggi.

Un tempo c’erano comici di ben altro stile e di ben altro spessore culturale.

Questi signori dovrebbero essere artisti che si schierano totalmente contro il potere, i potenti e l’ordine costituito. Dovrebbero essere sempre dalla parte dei più deboli. Invece spesso fanno l’esatto contrario.

Forse è mancanza di coraggio. Probabilmente è anche mancanza di creatività e di immaginazione. Eppure anche i comici che arrivano in televisione sono ben retribuiti come tutti gli artisti e i professionisti della televisione ( ma sarebbe meglio mettere tra virgolette queste parole).

Più fanno ascolti e più sono pagati naturalmente!

Naturalmente nessuno deve mettere in discussione la qualità di programmi che fanno ascolti! Non parliamo poi delle solite commedie all’italiana e dei soliti cinepattoni!

È forse per i pochi artisti e per i presentatori soltanto che il programma televisivo ha così elevati ascolti?

Perché questi personaggi sono pagati così tanto e i tecnici no ad esempio?

Non sarebbe meglio distribuirli più equamente quei soldi? Gli showman, interpellati a riguardo, si difendono dicendo che è la logica del mercato.

Secondo un vecchio adagio “tutti possono essere utili, ma nessuno è indispensabile”.

Molto probabilmente loro invece sono insostituibili e perciò devono essere strapagati. Molto probabilmente nessuno potrebbe condurre o fare battute come loro e senza di loro quel programma addirittura non esisterebbe: forse è questo quello che pensano e che vorrebbero far credere a tutti. Mah!

Misteri buffi della televisione. Comunque ancora è valida la frase che il ministro, impersonato da Nanni Moretti, dice ne “Il portaborse”: “Siamo fortissimi nel varietà”.

Nella televisione generalista italiana a mio avviso regna il cattivo gusto e talvolta si affaccia il politicamente scorretto. Non sono io che voglio fare l’intellettuale a tutti i costi. Basta avere un minimo di senso critico per constatare che il re è nudo.

Dall’egemonia tutta italica del politicamente scorretto si può passare in futuro all’estremo opposto, ovvero alla cancel culture, cioè a ostracizzare, boicottare, criticare aspramente, “cancellare”  dalla memoria collettiva personaggi famosi ed opere artistiche politicamente scorrette.

Hanno bloccato la biografia di Philip Roth perché accusato di abusi sessuali. La stessa cosa è accaduta con Woody Allen.

Hanno decapitato in America le statue di Cristoforo Colombo perché ritenuto un dominatore ed uno schiavista.

Hanno imbrattato a Milano una statua di Indro Montanelli perché si sposò con una adolescente in Africa.

E fin qui hanno le loro ragioni, ma addirittura hanno considerato politicamente scorretto il principe azzurro perché dà un bacio non consensuale a Biancaneve!

È proprio il caso di dire che si rischia di passare da un estremo all’altro. Ecco allora che per riequilibrare le cose c’è voluta la lettera di Harper’s sulla libertà di parola ed espressione, firmata da 150 grandi pensatori ed artisti. L’imbecillità del politicamente scorretto qui da noi in Italia regna purtroppo ancora sovrana.

Nel nostro Paese siamo ancora retrogradi e purtroppo non ci sono alibi né scusanti. Il mondo fortunatamente va in una altra direzione e bisogna adeguarsi, ma stiamo ben attenti a non eccedere, anche se per ora in nessuna nazione c’è la cosiddetta dittatura del politicamente corretto.

Davide Morelli


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