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“Le donne sostengono la metà del cielo”

Arte, Cultura & Società

Avv. Giovanna Barca

Le Avvocate italiane

Le donne afghane sono ripiombate nella paura.

Dopo l’annuncio di ritiro delle truppe americane e della Nato dall’Afghanistan per il giorno 11 settembre, i diritti delle donne afghane sono in pericolo e si teme di ritornare alla condizione femminile di venti anni fa quando, prima dell’intervento americano, nelle aree dominate dagli estremisti islamici, le donne dovevano indossare il burqua, venivano frustate per aver semplicemente ascoltato della musica oppure lapidate con l’accusa di adulterio, senza potersi appellare ad alcun Tribunale. Sono state per anni private di un volto, di una voce, di libertà di movimento, della stessa dignità di essere umano, sono state private dai talebani del pensiero e della volontà.

Se oggi gli integralisti riprenderanno il sopravvento, si rischia di ritornare alla condizione delle donne di sottomissione completa all’uomo: non a caso, la prima minaccia contro i diritti delle donne è stata quella di voler rispristinare il divieto di istruzione femminile.

Le attiviste per i diritti delle donne, spesso escluse dai tavoli dei colloqui di pace, avvertono: “Con il ritiro americano, rischiamo di perdere le conquiste raggiunte in questi anni, oltre che la pace”. Il timore è che il governo afghano, pur di raggiungere un’intesa  con i talebani, sacrifichi ancora una volta la causa femminile sull’altare di un effimera pace, e quindi si corre il rischio che anche i pochi diritti, tra cui quello all’istruzione, fin qui garantiti ad un limitato gruppo di donne urbanizzate e i cui familiari maschi sono abbastanza evoluti da consentire loro l’accesso a scuola e la partecipazione alla vita pubblica, vengano calpestati.

Sono così preoccupata per il mio futuro. Sembra così torbido. Se i talebani prenderanno il sopravvento, perderò la mia identità”, ha spiegato al “New York Times” Wahida Sadeqi, 17 anni, studentessa alla Pardis High School di Kabul. “Ora che gli americani se ne andranno, ci aspettano giorni terribili con i talebani” , ha commentato al quotidiano britannico “The Guardian”, Basireh Heydari, anche lei studentessa nella capitale afghana . Temo che non mi lasceranno uscire di casa, figuriamoci quel che sto facendo adesso”, cioè studiare.

Queste alcune testimonianze raccolte da alcune studentesse, dopo il triste annuncio del ritiro dell’esercito americano.

C’è anche da dire che il Rapporto del primo trimestre 2021, pubblicato il 14 aprile 2021, sulla protezione dell’Afghanistan dei civili nei conflitti armati documenta 1.783 vittime civili (573 morti e 1.210 feriti), un aumento del 29% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Di particolare preoccupazione è l’aumento del 37% del numero di donne uccise e ferite e un aumento del 23% delle vittime tra i minori rispetto al primo trimestre del 2020.

Il numero di civili afgani uccisi e mutilati, soprattutto donne e bambini, è profondamente preoccupante. Chiedo alle parti di trovare con urgenza un modo per fermare questa violenza “, ha detto Deborah Lyons, Rappresentante speciale del Segretario generale per l’Afghanistan.

Ancora, c’ è bisogno che ”le donne afghane siano presenti nella stanza e al tavolo dei negoziati dove si decide il futuro del Paese’‘. L’esortazione arriva dalla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, Deborah Lyons che ha parlato nel corso di una riunione al Consiglio di sicurezza dell’Onu. ”Sebbene le donne siano ancora troppo poche nei colloqui, hanno dimostrato con il loro contributo come il paese sia cambiato negli ultimi due decenni”.

In questo profondo clima di disperazione e preoccupazione per la condizione femminile in Afghanistan, c’è una luce di speranza coltivata dalla rivoluzionaria artista Shamsia Hassani, la prima street artist donna dell’Afghanistan. Viso definito dal chador tradizionale, mascherina sulla bocca e bomboletta alla mano, Shamsia Hassani, 32 anni, ha cominciato a disegnare graffiti sugli edifici segnati dalla guerra, mai terminata dal 2001, le macerie e infine sulle pareti di alcune stazioni di polizia in Kabul. La stessa racconta “ Quando sono in strada a Kabul, con la scala e i miei colori, non sono mai al sicuro,  le persone mi vedono fuori mentre faccio graffiti, dicono parolacce, imprecano e alcuni lo chiamano peccato. Le persone in Afghanistan non sono contro l’arte, ma contro le donne che vogliono fare arte”.

Per questo Shamsia ha scelto di dare voce alle donne afghane portandole fuori dalle mura casalinghe. E mostrandole con fierezza e libertà, condannando ogni forma di violenza contro di loro, “Poiché le donne hanno più restrizioni rispetto agli uomini nella nostra società, ho scelto come protagoniste delle mie opere le donne. Una donna con gli occhi chiusi e senza bocca, con uno strumento musicale deformato che le dà la capacità e la sicurezza di far suonare la sua voce con forza. I suoi occhi chiusi credono che non ci sia niente di buono da vedere, così desidera non guardare, nella paura che non ci sia niente di buono da vedere”.

La voce forte di cambiamento di questa artista ribelle è la voce di tutte le donne afghane che rivendicano oggi i loro diritti con forza e coraggio: non possiamo lasciarle sole ed inascoltate!

Il loro grido deve essere quello di tutte noi donne occidentali!

 

 


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